Roberto
Della Rocca,
rabbino
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Come
per un caso i festeggiamenti di Yom Ha atzmaùt cadono nei giorni in cui
i segni del lutto del periodo dell’’Omer sono più rigorosi. Come se
laddove c’è più dolore si trovasse la gioia e viceversa: “…coloro che
seminano in lacrime, mieteranno con gioia….” (Salmo 126, 5). Con quale
potere i Rabbini, anche se non tutti, hanno potuto aggiungere una festa
in un calendario antico? Con quale autorità hanno deciso di
interrompere un lutto consolidato da secoli autorizzando per una
giornata, pur con molteplici varianti e sfumature diverse, la musica, i
balli, la recitazione dell’Hallel, l’omissione del Tachanùn (le
preghiere di supplica), l’aggiunta di ringraziamento per i miracoli
nella penultima benedizione della Amidà come per Chanukka e per Purìm?
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Dario
Calimani,
Università di Venezia
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Il
calciatore ghanese Sulley Muntari, del Pescara, viene fatto oggetto di
insulti razzisti durante una partita con la squadra del Cagliari. Si è
incerti se commentare i cori razzisti della curva cagliaritana o la
reazione indifferente di un arbitro che non si è accorto di nulla. E
siccome né i cori razzisti né la ‘disattenzione’ dell’arbitro ricevono
attenzione sul campo, è giusto che a ricevere il cartellino giallo per
le sue proteste sia il calciatore offeso, che poi si ritira sconfortato
negli spogliatoi. Per i responsabili della squadra ospitante i tifosi
del Cagliari non sono razzisti. Certo, non si può mai generalizzare.
Ma, se i i tifosi non sono razzisti, se l’arbitro non sente, se i
tifosi illuminati non reagiscono in alcun modo, è giusto che paghi la
vittima del razzismo? E nessuno punisce la curva? Nessuno punisce
l’arbitro? Verrebbe voglia di fare una tirata contro l’ambiente del
calcio nel suo insieme. Ma sarebbe come voler far fermare il mondo e
chiedere di scendere. Questa è una pagina ebraica, e almeno qui la cosa
non può passare sotto silenzio. Chiediamo scusa noi a Sulley Muntari.
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la nota ucei dopo il no del governo Unesco, ancora una provocazione
"Italia tutela dignità europea"
La Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni afferma:
“In queste ore in cui festeggiamo Yom Haazmaut, giorno
dell’Indipendenza israeliana, l’Unesco ha definito una nuova
risoluzione, aberrante e lontana da ogni connessione con il suo mandato
istituzionale, partecipando con la sua presunta autorevolezza
internazionale ad una ricostruzione fittizia della storia e alla
negazione del fondante legame plurimillenario tra Gerusalemme e il
popolo di Israele.
Quanto le risoluzioni precedenti anche questa è diretta a delegittimare
lo Stato d’Israele e ad accogliere istanze di chi ancora rifiuta di
riconoscere la stessa esistenza dello Stato ebraico e rifiuta di porsi
nel quadro di un dialogo diplomatico, diretto, rispettoso e maturo,
ricorrendo ad ogni forma di strumentalizzazione.
Dinanzi a questo nuovo affronto, come ebrei italiani, nel giorno
solenne in cui celebriamo il sessantanovesimo anniversario di Israele,
accogliamo con immensa soddisfazione e apprezzamento la scelta
determinata dell’Italia di opporsi alla risoluzione dell’Unesco. A
differenza di molti altri Stati europei, il nostro Paese ha infatti
scelto di prendere una posizione chiara che guarda all’orizzonte futuro
dell’Europa stessa, dimostrando senso di responsabilità e coerenza
rispetto alle promesse fatte dopo l’astensione dell’ottobre scorso. Al
Primo ministro Paolo Gentiloni e al ministro degli Esteri Angelino
Alfano esprimiamo quindi la nostra commossa gratitudine per aver fatto
sentire oggi la propria voce a difesa dei valori assoluti che l’Europa
intera è chiamata a riconoscere, e per aver ristabilito l’inscindibile
nesso tra verità storica e futuro fisicamente e moralmente sostenibile”.
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yom haatzmaut - qui roma
"Sessantanove anni di amore"
La
celebrazione di un grande miracolo della contemporaneità. Nonostante le
insidie di tanti, nonostante le minacce di molti. “Non ci faremo mai
rubare questa festa e tutto questo amore” spiega dal palco allestito
all’interno del Palazzo della cultura la Presidente della Comunità
ebraica romana Ruth Dureghello.
Musica, bandiere e tanto entusiasmo per la festa di Yom HaAtzmaut –
l’anniversario per i 69 anni dalla nascita dello Stato di Israele –
celebrata al Portico d’Ottavia insieme all’ambasciata dello Stato
ebraico e a tanti amici. In contemporanea, lo stesso accadeva in tutta
l'Italia ebraica. Da Milano a Firenze, da Torino a Bologna.
Dal palco romano, dopo una cerimonia in sinagoga condotta dal rabbino
capo Riccardo Di Segni, intervengono anche la Presidente UCEI Noemi Di
Segni, gli ambasciatori Ofer Sachs (che rappresenta lo Stato di Israele
in Italia) e Oren David (che invece lo rappresenta presso la Santa
Sede), la sindaca Virginia Raggi, l’assessore regionale Guido Fabiani.
Sottolinea nell’occasione la Presidente Di Segni: “Israele, cui gli
ebrei di tutto il mondo guardano con emozione e orgoglio, rappresenta
solo un punto sulle carte geografiche. Si può essere un intero
continente buio e si può invece essere un solo punto che unisce più
continenti. Un punto di luce che brilla e illumina il mondo intero”.
Orgoglio condiviso dall’ambasciatore Sachs, che ha ricordato il
fondamentale contributo delle Comunità della Diaspora “per far
progredire e crescere tutto il paese”. Un paese che, ha osservato,
dalle origini ad oggi ha fatto dei passi giganteschi avanti ed è
diventato un punto di riferimento in molti campi.
“Il mio augurio per Israele è quello di una pace equa, vera e duratura” ha affermato la sindaca Raggi.
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Parole deludenti
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A
costo di apparire naif e ingenuamente arrogante, confesso di essere
rimasto deluso dalle recenti dichiarazioni di papa Francesco.
Incontrando i giornalisti sul volo dal Cairo a Roma, il pontefice ha
risposto su varie questioni, esprimendo molte posizioni che conosciamo
e apprezziamo. Il colloquio avveniva al termine della missione in
Egitto, densa come mai di significati simbolici, etici e geopolitici.
Jorge Bergoglio sceglie di non esprimersi sulle prossime elezioni
francesi, affermando di non conoscere i due candidati al ballottaggio;
per carità, una leader spirituale non deve mettersi a fare campagna
elettorale, e gli amici più esperti mi insegnano che da molti secoli la
Chiesa cattolica tende a non farsi coinvolgere nella politica
transalpina. Tuttavia, una presa di posizione semplice sarebbe stata
sufficiente: la Chiesa non sostiene nessun candidato, ma sono note le
sue posizioni sui migranti, sul dovere dell’accoglienza, sulla
solidarietà. A buon intenditore…
A conclusione del colloquio il papa ribadisce l’equiparazione tra
centri per migranti e lager (nazisti), sostenendo che un luogo chiuso,
dove le persone non hanno nulla da fare, sia proprio un campo di
concentramento. Ora, questa è una vecchia diatriba linguistica con
profonde implicazioni politiche: oltre all’errore storico, è utile
chiamare “lager” gli orribili Centri per migranti che popolano i paesi
sviluppati, tutti orribili e vieppiù orribili man mano che si va, per
esempio, a Est?
A nostro giudizio no. Dal punto di vista retorico, si usa con finalità
più nobili ma simmetriche lo stesso artificio dei Matteo Salvini quando
affermano: sono alberghi a cinque stelle. Meglio dunque sarebbe stato
stigmatizzare (indirettamente) Marine Le Pen e combattere la xenofobia
senza paragoni fuorvianti e in definitiva controproducenti.
Questa papa è forse il più grande leader globale del nostro tempo: il
suo allarme sull’ambiente, la ferma condanna dell’indifferenza
(“globalizzazione dell’indifferenza”) di fronte al dramma dei migranti,
l’insistenza sul dialogo e sulla cooperazione tra uomini di fede, la
denuncia della terza guerra mondiale “a pezzi”, sono pietre miliari per
ogni coscienza, che non a caso rimangono nell’immaginario anche in
questi imprevedibili neologismi. A lui chiediamo sempre il massimo,
anche chi, come chi scrive, non è cattolico, e comprende l’enorme
difficoltà in cui si muove papa Francesco, che è poi quella in cui
versa il nostro mondo.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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