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Giuseppe Momigliano,
rabbino
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Le
Hakkafot di Simchat Torah sono il momento forse più gioioso della
festa, quando si estraggono dall’Aron Ha-Kodesh la maggior parte dei
Sifrè Torah, i Rotoli della Torah, e si compiono sette giri nella
Sinagoga, accompagnandosi con canti, ora più lieti ora più solenni,
secondo le tradizioni di ciascuna Comunità. R. Yehudà Meir Shapira di
Lublino spiegava che queste hakkafot rappresentano simbolicamente la
storia del popolo ebraico; il rituale prevede solitamente che ogni giro
inizi e si concluda nello stesso punto, riportando quindi la Torah al
punto in di partenza, proprio questo ci ricorda i vari percorsi
compiuti dal nostro popolo: siamo partiti, costretti a lasciare la
nostra terra, Israele, ma avendo cura di portare con noi la Torah, con
la Torah abbiamo percorso tutte le strade di questo mondo, con la Torah
torniamo e con la Torah completeremo, quando D.O vorrà, il nostro
ritorno in Terra d’Israele. Anche per questo ci auguriamo a Simchat
Torah Chag Sameach, una festa di vera letizia.
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Davide
Assael,
ricercatore
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Continua
la campagna antisemita contro George Soros, il famoso miliardario
statunitense di origine ungherese, che con la sua Open Foundation pare
infastidire molti autocrati europei. Dell’attacco in stile Erdogan da
parte di Victor Orban già si era detto.
A questo si era aggiunta la notizia che fosse lui ad organizzare le
proteste di Bucarest contro il governo corrotto (ricordate l’anno
scorso?), pagando direttamente i manifestanti. Listino prezzi: 24$ per
un adulto, 12.30$ per un bambino, 7.20$ per un cane! L’ultima è che ci
sia Soros alla base degli indipendentisti catalani. Ognuno ha propri
motivi specifici per attaccare il miliardario americano, allievo di
Karl Popper: in Ungheria è il traditore della patria, in Romania colui
che vuole convertire le menti dei giovani alla teoria gender e ora
vedremo cosa si inventeranno in Spagna. Dovunque, però, c’è una
costante: Soros complotta perché ebreo! Personalmente non ho
particolare simpatia per gli speculatori finanziari, ma che nell’Europa
del XXI secolo circolino con insistenza questi stereotipi non mi lascia
per niente tranquillo.
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Stop alla Moschea
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Il
Consiglio comunale di Sesto San Giovanni “ha stracciato la convenzione”
per realizzare la grande moschea nel comune in provincia di Milano.
Lunedì sera l’aula ha votato la decadenza della concessione al Centro
culturale islamico del diritto di superficie sull’area di via Luini. Ma
il Caim, il coordinamento delle comunità islamiche di Milano, annuncia
ricorso al Tar. “A far cadere la concessione – riporta La Stampa in una
breve – alcune presunte inadempienze contrattuali da parte della
comunità religiosa che non avrebbe versato 320 mila euro di oneri al
Comune”. Il sindaco Roberto Di Stefano e il centrodestra parlano di
“promessa elettorale mantenuta” rispetto allo stop alla moschea, scrive
Repubblica Milano. “La giunta – sostiene invece l’opposizione Pd – ha
scelto la strada della decadenza senza neanche passare dalla
commissione. Cosi alla comunità islamica è stato negato il diritto
costituzionale di avere un luogo di culto”.
Dopo la notizia dell’arresto a Ferrara del fratello maggiore di Ahmed
Hanachi – il terrorista islamista che la scorsa settimana ha ucciso due
donne a Marsiglia -, si scopre che anche l’altro fratello
dell’attentatore ha cercato rifugio in Italia. Come ricostruisce
Repubblica, l’uomo è fuggito insieme alla moglie dalla Francia,
arrivando fino a Taranto dove ha cercato di farsi passare per un
rifugiato. Identificato dalle impronte digitali, il fratello del
terrorista è riuscito in un primo momento a far perdere le sue tracce
per poi essere arrestato a Chiasso, in Svizzera. Intanto il ministro
dell’Interno italiano Marco Minniti ha lanciato l’allarme al Comitato
Schengen: “Se dovesse concretizzarsi una sconfitta militare dell’Isis
potremmo trovarci di fronte ad una diaspora di ritorno di foreign
fighters. Si stimano in 25-30mila ed è probabile che una parte punterà
a tornare a casa, che è l’Africa settentrionale e l’Europa. Trattandosi
di fughe individuali, si può pensare che possano utilizzare le rotte
dei trafficanti di esseri umani”.
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l'apprezzamento degli ebrei italiani
Negazionismo e lotta all'odio,
ok del Senato allo standard UE
Con
una larga maggioranza (123 sì, 25 no, 68 astenuti) il Senato ha dato
ieri il proprio via libera a un’integrazione della cosiddetta Legge
Mancino che allinea l’Italia alla Decisione comunitaria del 2008. Con
il provvedimento, che entrerà a fare parte del Codice penale, è
prevista tra le altre la punibilità anche con le circostanze aggravanti
della minimizzazione, del reato di negazionismo della Shoah e altri
crimini di genocidio e contro l’umanità.
Sottolinea la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Noemi Di Segni: “La punibilità, anche con circostanze aggravanti della
minimizzazione, o banalizzazione, del reato di negazionismo della Shoah
e altri crimini di genocidio e contro l’umanità rappresenta un atto
dovuto e doveroso, verso i cittadini dell’Italia di ieri e di oggi”. La
Presidente UCEI, che un fitto dialogo aveva intrattenuto con i
capigruppo dei diversi partiti al Senato nei giorni precedenti, afferma
ancora: “Un grazie di cuore va a tutti coloro che si sono adoperati
assieme all’UCEI e all’Ambasciata di Israele per questo traguardo: una
tutela importante a presidio di valori fondanti di questo Paese per un
domani sul quale, assieme a molti altri, esprimiamo le nostre maturate
preoccupazioni per le numeroso vicende risultanti da odio, negazioni e
banalizzazioni, alle quali non si può restare indifferenti”.
A quali drammatiche conseguenze possa portare l’odio (e come certe
azioni debbano essere correttamente qualificate), riflette la
Presidente Di Segni, lo hanno ricordato in questi giorni “sia il
Presidente della Repubblica Matterella, sia il Presidente del Senato
Grasso, nelle parole dedicate a commemorare il 35esimo anniversario
dell’attentato al Tempio Maggiore e il piccolo Stefano Gaj Taché”.
Con le celebrazioni di Hoshanà Rabà e Simchat Torà, prosegue Di Segni,
andiamo verso la conclusione delle solenni festività, con le intense
giornate dedicata alla preghiera e alla riflessione, individuale e
collettiva. Giorni di forti emozioni, osserva, nei quali sono state
recitate preghiere millenarie e ci si è ripromessi di preservare “la
nostra fede, progenie e tradizioni” oltre che di proseguire “la nostra
missione di popolo che illumina anche gli altri”.
Il pensiero va anche alle diverse Comunità e parti d’Italia dove in
questi giorni si ricorderanno inoltre gli orrori dell’occupazione
nazifascista e le deportazioni. “Giorni importanti che ci accompagnano,
sempre e ovunque, e stratificano la nostra memoria e consapevolezza di
essere un popolo unico” dice al riguardo la Presidente UCEI. Momenti
che, aggiunge, fanno parte anche di un impegno che le Istituzioni
italiane, comunitarie ed internazionali sono chiamate a garantire,
assumendo ogni atto, decisione e sentenza, affinché la libertà di culto
sia effettiva e il contributo ebraico – in ogni campo – riconosciuto.
Affinché odio, terrorismo, antisemitismo, espressioni passate o nuove
di nazismo e fascismo non abbiano alcun riconoscimento e legittimazione.
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la presa di posizione israeliana Direzione Unesco, si decide
"No al Qatar, è una minaccia"
Sgradito
a Israele, Stati Uniti, Egitto e a tre Paesi del Golfo, ma sostenuto da
20 stati all’interno del Comitato esecutivo, il candidato del Qatar
potrebbe farcela ad ottenere la direzione dell’Unesco. “Una brutta
notizia per l’organizzazione e sfortunatamente anche per Israele”, il
commento dell’ambasciatore israeliano all’Unesco Carmel Shama-Hacohen.
Dopo la seconda votazione, Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari, ex ministro
della Cultura del Qatar, ha infatti ottenuto più voti di tutti gli
altri cinque candidati in corsa: 20 sui 58 totali. Dietro di lui, un
altro ex ministro della Cultura, la francese Audrey Azoulay, e la
candidata dell’Egitto, Moushira Khattab, che hanno ricevuto
rispettivamente 13 e 12 preferenze. Oggi pomeriggio i 58 membri del
Comitato esecutivo – tra cui l’Italia – si esprimeranno nuovamente a
scrutinio segreto. Se entro venerdì, nessuno dei candidati avrà
ricevuto i 30 voti necessari per ottenere la nomina alla direzione
Unesco – l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cultura,
educazione e scienza – allora si passerà al ballottaggio tra i due più
votati.
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PAGINE EBRAICHE DI OTTOBRE Pregiudizio e nuovi razzismi
Il focus di un grande dossier
L’articolo
3 della Costituzione italiana recita: “Tutti i cittadini hanno pari
dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali”. Un articolo scritto per sancire
l’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini in Italia. Una
risposta che i padri costituenti decisero di dare in modo chiaro dopo
gli anni bui del fascismo, dopo un ventennio in cui la politica delle
discriminazioni era politica di Stato. Ma un interrogativo, leggendo
l’articolo, continua a rimanere vivo: è ancora giusto o utile mantenere
il termine “razza” all’interno della nostra Costituzione? A maggior
ragione oggi che la scienza ha dimostrato che, per quanto riguarda
l’uomo, le razze non esistono. Una riflessione su cui è incentrato il
dossier di Pagine Ebraiche, curato da Daniel Reichel, attualmente in
distribuzione con l'emblematico titolo “Che razza di parola”. Pagine in
cui si cerca di capire perché, nonostante sia dato per assodato che le
razze umane non esistano, questo concetto continui ad essere uno
strumento forte in mano alla retorica xenofoba e populista e quali
siano le strade possibili per invertire la rotta.
Già nel 2015 gli autorevoli antropologi hanno chiesto al legislatore di
abolire il termine “razza”. “Non è possibile parlare di razze umane. Ce
lo dice il buon senso, ce lo conferma la comunità scientifica con le
sue ricerche. Per questo ritengo opportuno che il termine ‘razza’
sparisca dal terzo articolo della Costituzione italiana e dalla Carta
dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e venga sostituito con una
espressione maggiormente rispettosa delle diverse identità etniche,
culturali e religiose”, scrissero, appoggiando l’appello, Renzo
Gattegna e Victor Magiar, allora rispettivamente Presidente dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane e assessore alla Cultura UCEI. Dello
stesso parere anche il rabbino capo di Roma e vicepresidente del
Comitato Nazionale di Bioetica Riccardo Di Segni. Ora quell’appello è
tornato attuale grazie all’iniziativa del genetista Carlo Alberto Redi
e della biologa Manuela Monti, organizzata a Pavia in questi giorni e
significativamente intitolata “No razza, sì cittadinanza”: una
conferenza dibattito tra esperti di diverse discipline sul concetto di
razza, sulla sua inesistenza dal punto di vista scientifico e dal sua
pervasività nel dibattito pubblico e politico. Se la scienza ha
superato – e dimostrato empiricamente la loro inesistenza – le
divisioni in razze umane non così hanno fatto molti italiani. “Di
fronte a quello che accade intorno a noi, in cui la retorica razzista è
tornata a scuotere in modo profondo il dibattito pubblico in Italia
così come in tutto il mondo – spiega a Pagine Ebraiche Carlo Alberto
Redi – non potevamo esimerci, come comunità scientifica, dal dare il
nostro contributo e richiamare simbolicamente l’appello per
l’abolizione del termine razza dall’articolo 3 della nostra
Costituzione”. Leggi
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Ticketless - Ancora Cassuto
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Torno
sui due tomi della “Rassegna Mensile di Israel”, presentati la
settimana scorsa in Rettorato a Firenze. E rubo un po’ più di spazio
del solito. Lo faccio perché considero queste pagine una occasione da
non perdere. La foto di copertina, che questo portale ha avuto il
merito di riprodurre più volte e spero continuerà a farlo in futuro,
con quel volto pensoso e quei baffi ottocenteschi, è già il migliore
invito alla lettura. I saggi consentono di entrare nel vivo di una
discussione che ha per protagonista il lavoro di uno dei maggiori
intellettuali del primo Novecento ebraico-italiano (morì nel 1951 a
Gerusalemme). Sappiano infatti troppo poco di coloro che hanno vissuto
l’ebraismo dall’interno della tradizione. Questo credo sia accaduto per
la protervia dei laici, che ci è ben nota, ma anche per la ritrosia del
mondo rabbinico a fare storia di sé: fenomeno incomprensibile e
inesistente in altre realtà europee.
Gli ebrei laici sono notoriamente litigiosissimi, ma dentro la cultura
rabbinica non è stato sempre un idillio e di questa pluralità di
visioni i due tomi della Rassegna sono testimonianza palbabile; si
amerebbe saperne di più, non per darla vinta ai laici, ma per amor di
conoscenza.
Alberto Cavaglion
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Periscopio - Germania
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L’esito
delle recenti elezioni in Germania, con l’ingresso nel Bundestag, e in
proporzioni notevoli, di un partito di estrema destra, tra i cui
esponenti abbondano dichiarati “asserzionisti” (per chi non lo sapesse,
è il modo con cui io chiamo i cd. “negazionisti”, che, col loro odio e
le loro menzogne, non fanno che “asserire” l’orrenda realtà che fanno
finta di volere “negare”), non può non suscitare la più profonda
inquietudine. E, se è del tutto comprensibile e logico che l’evento
susciti l’entusiasmo dei populisti e dei cani da polpaccio
anti-immigrati di casa nostra, non può non provocare sconcerto il fatto
che esso sia visto con soddisfazione da molti attivisti pro-Israele,
incautamente sedotti dai violenti proclami contro l’Islam di AfD. Se, a
volte, nella vita e in politica, il rozzo ragionamento secondo cui “i
nemici dei miei nemici sono miei amici” può avere un senso, esso
funziona molto poco per gli ebrei, che sono abituati, da sempre, a
diversi difendere, contemporaneamente, su più fronti diversi.
Francesco Lucrezi, storico
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Donne che fanno la pace
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“Donne
che fanno la pace” è un movimento apartitico, di migliaia di donne (e
uomini) che operano per influenzare le sfere pubbliche e politiche al
fine di trovare una soluzione che possa offrire un futuro di speranza e
di vita nel Medio Oriente.
Nelle sue fila marciano, danzano, scrivono e pubblicano madri ebree e
arabe, israeliane e palestinesi. Donne che hanno vissuto la guerra, che
abitano sui confini, che hanno negli occhi le immagini dei propri figli
in divisa, che conoscono l’odore del rifugio antiaereo, di rovine
fumanti.
Angelica Edna Calò Livne
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