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Periscopio – Germania

lucreziL’esito delle recenti elezioni in Germania, con l’ingresso nel Bundestag, e in proporzioni notevoli, di un partito di estrema destra, tra i cui esponenti abbondano dichiarati “asserzionisti” (per chi non lo sapesse, è il modo con cui io chiamo i cd. “negazionisti”, che, col loro odio e le loro menzogne, non fanno che “asserire” l’orrenda realtà che fanno finta di volere “negare”), non può non suscitare la più profonda inquietudine. E, se è del tutto comprensibile e logico che l’evento susciti l’entusiasmo dei populisti e dei cani da polpaccio anti-immigrati di casa nostra, non può non provocare sconcerto il fatto che esso sia visto con soddisfazione da molti attivisti pro-Israele, incautamente sedotti dai violenti proclami contro l’Islam di AfD. Se, a volte, nella vita e in politica, il rozzo ragionamento secondo cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici” può avere un senso, esso funziona molto poco per gli ebrei, che sono abituati, da sempre, a diversi difendere, contemporaneamente, su più fronti diversi. Ed è davvero sorprendente come basti qualche rassicurante dichiarazione alla stampa di qualche esponente del movimento xenofobo, o una fotografia di un gruppetto di suoi militanti con una bandiera di Israele, a confermare le convinzioni di chi è comunque già convinto che vada tutto bene, perché ogni nuovo muro anti-islamico sarebbe un bene. Beati loro. Li inviterei, se hanno solo un po’ di tempo, di leggere solo qualcuna delle dichiarazioni rese da tanti neodeputati sulla storia del Novecento, la memoria di ciò che è stato, la divisione dei torti e delle ragioni, il Terzo Reich e i meriti delle armate tedesche nella seconda guerra mondiale. Anche se non penso che servirebbe a molto.
Certo, l’avanzata dell’estrema destra nel grande Paese mitteleuropeo non è l’unica nube all’orizzonte. Molto preoccupante, per esempio, è anche la progressiva deriva in senso radicale, riguardo alle posizioni sulla situazione politica mediorientale, della SPD, un grande partito, che vanta delle nobili tradizioni democratiche, e che pare ora essersi accodato ai logori slogan antisionisti dei più ottusi tra i militanti cd. “pro-Pal” (rectius, “anti-Pal”), con dichiarazioni che offendono le più elementari regole della decenza e del rispetto della verità.
Non starò mai a dire se sia più pericoloso questo o quello, perché, ripeto, mi pare un ragionamento sbagliato. È ovvio, e non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, che, in ogni particolare contesto, quando si viene concretamente colpiti da qualcuno, occorre difendersi da quella specifica offesa, e non c’è il tempo e la possibilità di ragionare sulle altre forme di pericolo. Gli ebrei tedeschi del ’33 non potevano certo preoccuparsi in primo luogo di Stalin, così come quelli russi del ’36 avevano un nemico più vicino di Hitler, e gli israeliani nel ’67, nel ’73 ecc., non avevano tanto tempo per scrivere o leggere libri sui dittatori europei del Novecento. Ma chi intenda effettuare una lettura complessiva della realtà, dovrebbe fare uno sforzo di obiettività, considerando tutti gli elementi sul terreno, senza artatamente (e spesso dolosamente) ridimensionare o fare finta di non vedere i pericoli considerati “minori” (o, addirittura, trasformandoli in opportunità positive), per fare così meglio risaltare i presunti “maggiori”. Non è così, a mio avviso, che si fa un’analisi storica, soprattutto quando essa riguarda la realtà ebraica.
È anche da dire che questi cambiamenti del clima politico e culturale tedesco sono in atto già da parecchio tempo e, in un’Europa percorsa dai mille venti del populismo, dell’estremismo e dell’antisemitismo, sollevano viva ansia e preoccupazione, ma non sorprendono. Non era umanamente possibile che la Germania, a oltre settanta’anni dalla fine della guerra, conservasse la sua intrinseca “diversità”, frutto, in grande misura, del terribile shock della immensa tragedia storica da essa provocata e subita. Ormai il trauma è stato riassorbito, il Paese è tornato “normale”. E la normalità, nell’Europa di oggi, è quella che è: in Ungheria, un Parlamento infestato da personaggi da galera; in Francia, un impressionante aumento di aggressioni antisemite, che ormai non fanno più neanche notizia; in Gran Bretagna, il crescente consenso di un azzimato marxista, che del marxismo pare avere imparato bene soprattutto il peggio del peggio; in Italia, la baldanzosa marcia verso il governo di un nuovo vecchio squadrismo in giacca e cravatta, che promette a tutti “gliela faremo vedere noi, tra poco”. Il tutto, nella lugubre cornice di un Parlamento europeo che tributa “standing ovation” a una signora che, in un mondo normale, dovrebbe stare solo in prigione.
La Germania non è un’isola lontana, ma è nel cuore dell’Europa, di questa Europa.

Francesco Lucrezi, storico

(11 ottobre 2017)