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Ticketless – Ancora Cassuto

cavaglionTorno sui due tomi della “Rassegna Mensile di Israel”, presentati la settimana scorsa in Rettorato a Firenze. E rubo un po’ più di spazio del solito. Lo faccio perché considero queste pagine una occasione da non perdere. La foto di copertina, che questo portale ha avuto il merito di riprodurre più volte e spero continuerà a farlo in futuro, con quel volto pensoso e quei baffi ottocenteschi, è già il migliore invito alla lettura. I saggi consentono di entrare nel vivo di una discussione che ha per protagonista il lavoro di uno dei maggiori intellettuali del primo Novecento ebraico-italiano (morì nel 1951 a Gerusalemme). Sappiano infatti troppo poco di coloro che hanno vissuto l’ebraismo dall’interno della tradizione. Questo credo sia accaduto per la protervia dei laici, che ci è ben nota, ma anche per la ritrosia del mondo rabbinico a fare storia di sé: fenomeno incomprensibile e inesistente in altre realtà europee.
Gli ebrei laici sono notoriamente litigiosissimi, ma dentro la cultura rabbinica non è stato sempre un idillio e di questa pluralità di visioni i due tomi della Rassegna sono testimonianza palbabile; si amerebbe saperne di più, non per darla vinta ai laici, ma per amor di conoscenza. I laici infatti nulla sanno della sapienza rabbinica, anche se spesso provano a parlarne, ma i rabbini italiani non hanno amato la storia e questo ha reso imparziale il quadro delle ricostruzioni del Novecento ebraico. Qui la contesa è fra due intelletti, Cassuto e Pacifici, che sapevano benissimo di che cosa discutevano. Oggetto della contesa è la filologia: fino a che punto può spingersi la critica testuale e quale soglia non si può oltrepassare. Dietro la posizione di Cassuto si sente l’eco della lezione di Giorgio Levi della Vida. Detto in modo un po’ rozzo: Della Vida e Pacifici, per opposte ragioni, pensavano che non ci debba essere mai, nell’analisi della Bibbia, un qualche limite: per circoscrivere il libero esame dei testi, secondo Della Vida; per relativizzare la natura divina della Legge, secondo Pacifici. La grandezza di Cassuto consiste nel suo tentativo – soprattutto nel primo periodo – di percorrere una via mediana. So bene che non è lecito conciliare l’inconciliabile e nell’interpretazione della Scrittura una terza via non è praticabile, ma per natura provo sempre una umana tenerezza, una simpatia verso coloro che, come Cassuto, si sono formati nell’età del modernismo, età nella quale si rispecchiarono i migliori figli del ghetto. Non subirono il veto dell’idealismo di Croce e tanto meno, e per fortuna, l’aut aut della Pascendi papale, ma quei giovani, come tutti, vissero il disagio di chi è costretto a combattere su due fronti: quello, per così dire, confessionale e quello ,sempre per così dire, scientifico. L’affetto per gli ebrei modernisti è una mia fissazione rinverdita dalla letture degli scritti di Cassuto del primo periodo e dal saggio di Gabriele Rigano, qui pubblicato, su Della Vida, per sua stessa definizione, “un ebreo fra i modernisti”.
“Reverente agnostico”, acutamente Arnaldo Momigliano definì così Giorgio Levi Della Vida. Cito non per caso Momigliano, perchè penso che la traiettoria del grande storico della classicità sia stato simile a quello di Cassuto, nel periodo per entrambi più delicato, quello del fascismo e del massimo consenso al regime, dal 1931 almeno fino al 1935-1936, quando anche Momigliano vinse cattedra a Roma (e chissà mai se si frequentarono prima della partenza di Cassuto per Gerusalemme). Quello che in questi anni si è letto su Momigliano e il fascismo penso debba valere anche per Cassuto. Momigliano, del resto, nell’ultimo periodo della sua vita fu più reverente che agnostico e fece un percorso molto più vicino a Cassuto che a Della Vida. E’ molto bello che Firenze si sia ricordata di Umberto Cassuto e che a ricordarlo sia stato un incontro a più voci di studiosi provenienti da esperienze diverse, ma parimenti ammirati dalla lunga e inesauribile fortuna di un personaggio fuori del comune.

Alberto Cavaglion