
Elia Richetti,
rabbino
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Nella
sua invocazione a D.o che lo salvi nell’inevitabile incontro con ‘Esàw,
Ya’aqòv chiede “Salvami dalla mano di mio fratello, dalla mano di
‘Esàw”. Questa ripetizione sembra pleonastica: sappiamo – ed a maggior
ragione lo sa Ha-Qadòsh Barùkh Hu – chi è suo fratello. È quindi logico
domandarci il perché di questa ripetizione. Che cosa teme realmente
Ya’aqòv?
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
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Ieri,
29 novembre, cadeva il 70° anniversario della risoluzione dell’ONU 181
del 1947 relativa alla spartizione del territorio del Mandato
britannico in Palestina. Oggi molti pensano che l’ONU avesse deciso una
spartizione fra lo Stato di Palestina e lo Stato d’Israele, ma in
realtà i due Stati erano stati designati come Stato Arabo e Stato
Ebraico (con in più la zona di Gerusalemme e Betlemme sotto tutela
diretta delle Nazioni Unite). L’ONU aveva ben capito quali erano i due
attori nazionali in campo e proponeva una soluzione pragmatica che
tenesse conto della realtà esistente. Le molte odierne discussioni sul
riconoscimento o meno di Israele – in assoluto come Stato sovrano, e in
particolare come Stato ebraico – dimostrano soprattutto malafede nel
primo caso, e ignoranza nel secondo. Le Nazioni Unite, 70 anni fa, non
facevano altro che correggere l’incoerente e ipocrita conduzione del
Mandato ricevuto dal Regno Unito nel 1922 da parte della Lega delle
Nazioni. La ragione d’essere del Mandato britannico è ben precisata
nell’articolo 2: “Il Mandatario sarà responsabile di porre il paese in
condizioni politiche, amministrative ed economiche tali che possano
assicurare la costituzione del focolare nazionale ebraico, come
specificato nel preambolo, e lo sviluppo di istituzioni di
auto-governo, e anche salvaguardino i diritti religiosi e civili di
tutti gli abitanti della Palestina, senza distinzione di razza e di
religione”. La dichiarazione del governo di Sua Maestà britannica del 2
novembre 1917 (nota come dichiarazione Balfour e ratificata del
Congresso degli Stati Uniti nel 1922) viene riportata nel suddetto
preambolo, che così prosegue: “È stato altresì dato riconoscimento al
legame storico del popolo ebraico con la Palestina e alle premesse per
ricostituire il loro focolare nazionale in quel paese”. Ma il Mandato
con il suo programma vincolante trae la propria validità non dalla
dichiarazione di intenti bensì dalla decisione della Lega delle
Nazioni, l’organizzazione rappresentativa internazionale di cui l’ONU
doveva prendere la successione nel 1945. Quanti inutili e insulsi
discorsi sono stati fatti in queste ultime settimane sulla
dichiarazione Balfour, e quanti ancora se ne faranno fino alla sera del
14 maggio, 70° anniversario della dichiarazione d’Indipendenza
pronunciata da David Ben Gurion, o se vogliamo la sera del 19 aprile
che quest’anno (anticipata di un giorno dal 5 al 4 Iyar per non
incorrere nello Shabbat) è la data ebraica del 70° Yom Ha’Atzmaut!
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Allarme neofascisti
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Attenzione
sui media italiani per il vergognoso episodio accaduto a Como, dove
militanti di un movimento neonazista veneto hanno fatto irruzione
durante una riunione del gruppo Como Senza Frontiere, che si occupa
dell’assistenza ai migranti., e minacciato i presenti. Gli skinheads
hanno letto un volantino “sull’invasione dei profughi” accusando i
volontari, che non hanno reagito, di essere “nemici della patria”. Gli
agenti della Digos di Como stanno analizzando un video per dare un nome
ai partecipanti al blitz (Corriere e Avvenire). Repubblica, in prima
pagina, parla di “Allarme naziskin al nord, torna lo spettro
squadrista”, e denuncia la banalizzazione del fascismo che avviene nel
nostro Paese in un editoriale d’apertura a firma di Tommaso Cerno. Il
quotidiano in altri due approfondimenti sottolinea poi come da una
parte nelle scorse ore sia mancata la voce di condanna “dei big di
destra” che minimizzano l’accaduto, dall’altra come l’estremismo
neofascista stia lavorando per trovare sempre più legittimazione
politica e pubblica (“Ci sono i cani sciolti e quelli che puntano al
Parlamento”, scrive il giornalista Paolo Berizzi parlando poi di “Un
magma in ebollizione al punto che anche per la Digos e gli apparati
dello Stato che lo studiano è difficile fissarne i confini”).
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superato l'incidente diplomatico Giro d'Italia 2018, nodo risolto
'Gerusalemme, storica partenza'
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prime tre tappe ormai non erano più una sorpresa: la Grande Partenza
con la cronometro a Gerusalemme, e quindi Haifa-Tel Aviv e
Beersheba-Eilat. L’attesa era tutta per le tre settimane successive e
per come queste si sarebbero incastonate con l’inedito avvio in
Israele. Il risultato è una corsa ricca di suggestioni, un Giro
d’Italia 2018 che punta a emozionare il mondo con scenari nuovi, con
omaggi dal significato profondo ma anche con leggende intramontabili
che costituiranno il vero spartiacque per le ambizioni dei corridori
più ambiziosi. Su tutti il mitico Zoncolan, per molti la salita più
dura d’Europa.
Presentazione show ieri negli studi Rai di via Mecenate a Milano, con
centinaia di giornalisti accreditati e l’attesa tipica dei grandi
appuntamenti.
All’entusiasmo iniziale è seguito però un clamoroso incidente
diplomatico, che per qualche ora ha rischiato di compromettere il buon
esito dell’iniziativa. Sul sito del Giro infatti, per indicare il luogo
di partenza della corsa, è stato inizialmente usato il termine “West
Jerusalem”. Una denominazione fuorviante, è stato fatto notare
quest’oggi in una nota dai ministri Miri Regev e Yariv Levin, perché
“Gerusalemme è la capitale di Israele: non vi sono Est e Ovest”. Anche
per questo i due esponenti del governo avevano annunciato l’intenzione
di Israele di sfilarsi dalla corsa, con conseguenze potenzialmente
catastrofiche per l’organizzazione. Ipotesi che però è durata appena
poche ore: ogni riferimento a “West Jerusalem” è infatti subito sparito
dal sito, e la frattura si è così ricomposta.
Partenza il 4 maggio da Gerusalemme, con un cronometro che terminerà
nei pressi della porta di Giaffa; arrivo il 27 dello stesso mese a
Roma. Quattro grandi protagonisti del pedale come testimonial: l’ultimo
vincitore del Giro, Tom Dumoulin; gli italiani Vincenzo Nibali e Fabio
Aru; Alberto Contador, fresco di ritiro ma ancora legato al suo mondo.
Mentre Chris Froome, il più forte ciclista in attività, conferma in un
video: a questo Giro, a Gerusalemme, ci sarà anche lui. Leggi
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i lavori dell'ihra a berna
Memoria, un progetto comune
Vanno concludendosi a Berna i lavori dell’assemblea plenaria dell’International Holocaust Remembrance Alliance.
Numerosi i delegati da tutto il mondo che hanno preso parte a quattro
intense giornate di confronto sul valore della Memoria e sulla sua
difesa in una società sempre più disorientata, con uno sguardo in
prospettiva al 2018 e alle diverse iniziative che, sotto la presidenza
italiana, saranno organizzate nell’ottantesimo anniversario dalla
promulgazione delle Leggi Razziste. L’attenzione è rivolta in
particolare alla Plenaria di Roma, prevista per la fine di maggio del
prossimo anno, all’interno della è stata prevista una specifica
sessione dedicata a una rivisitazione storica delle Leggi e delle
conseguenze che esse ebbero nella vita degli ebrei italiani.
La relazione specificamente dedicata all’Italia è stata affidata a
Michele Sarfatti, per un inquadramento storico, e a David Meghnagi, per
una analisi delle conseguenze sulla vita singola e collettiva, con
particolare riferimento alla realtà universitaria.
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Setirot - Il contesto civile
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Ognuno
di noi è (giustamente, io credo) orgoglioso di appartenere a un popolo,
a una identità che della responsabilità individuale ha fatto uno dei
propri pilastri. E ben vengano dunque anche le opinioni differenti, le
divergenze, i contrasti perfino aspri. Ma rimanendo in quelli che in
genere definiamo i limiti della “civiltà”, vale a dire bandendo
insulti, aggressività, violenza, minacce. In realtà non si tratta
semplicemente di rimanere nel contesto della generica “civiltà”. Si
tratta di seguire un altro pilastro dell’ebraismo: ogni ebreo è garante
dell’altro. Non a caso il giorno di Kippur si confessano i peccati al
plurale, anche se non li si è commessi tutti. Se lo ricordino gli
insultatori d’ordinanza, e magari si ispirino ai Proverbi (11,2): "Alla
superbia tien dietro la vergogna".
Stefano Jesurum, giornalista
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In ascolto - Yad Anuga
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Un’introduzione
pianistica importante, poi il suono di un flauto e di corde che
sembrano arrivare da lontano e infine la voce calda di Ofra Haza con
l’inserimento di un basso e di una percussione leggera. Comincia così
“Yad Anuga”, nell’atmosfera del deserto, sostenuta dal pianoforte
europeo e danzante su una chitarra che sa di Mediterraneo. Yad Anuga è
parte di un più ampio componimento dal titolo “Et kol liba masra lo” di
Zalman Shneur, poeta e romanziere in yiddish ed ebraico. Nasce in una
famiglia della media borghesia a Shklov (Bielorussia), un centro
importante per gli studi ebraici, il movimento chassidico e la
haskalah. Nella raccolta di racconti Shklover Yidn del 1929 racconta
che fin da bambino viene formato sia alla tradizione frequentando il
heder locale, sia agli studi moderni e secolari e in particolare alla
conoscenza del russo e dell’ebraico moderno.
Maria Teresa Milano
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Le radici e le ali
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Mi
capita abbastanza spesso di leggere su Facebook commenti più o meno
critici di queste mie brevi riflessioni che Moked pubblica ogni
giovedì. Talvolta mi vengono suggeriti spunti interessanti o mostrate
possibili integrazioni a quello che ho scritto. Capita anche di leggere
commenti volgari, insulti e piccoli tentativi di scatenare cacce alle
streghe virtuali. Non voglio in questo spazio entrare nel merito di
quel fenomeno, dal quale il mondo ebraico italiano purtroppo non esula,
noto come “demenza digitale”: altri lo hanno fatto e lo fanno molto
meglio di come potrei farlo io.
Giorgio Berruto, HaTikwà/Ugei
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Sfide continue
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Chiedo
perdono, ne ho già parlato ma merita tornarci sopra. Penso a quella
famigliola che trasferendosi in città di medie dimensioni da una tanto
amena quanto scomoda campagna, ha perso in concilianti idilli con il
mondo uscendo di casa di prima mattina, e guadagnato in ore di sonno e
comodità. Ha lasciato una keillà amorevole ma piccola per trovarne una
lontana ma più grande e con più attività.
Sara Valentina Di Palma
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L'Egitto di mio padre
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Troppo
spesso noi figli scopriamo la storia dei nostri genitori quando è
troppo tardi per interrogarli, per sentirla raccontare da loro. Allora,
cerchiamo di ricostruirla sui frammenti di memoria, sul detto e sul non
detto. Perché è anche la nostra storia, la nostra identità che
cerchiamo.
Questo percorso l’ho iniziato in Israele, nel 2006, quando, su
suggerimento di una amica, ho partecipato a un convegno a Haifa sugli
ebrei d’Egitto.
Cecilia Nizza
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