
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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Gli
spazi, i colori, i sapori ed il tempo che dedichiamo ai nostri sono
fondamentali. “I bambini ci guardano” è il titolo di un drammatico film
di Vittorio De Sica del 1943, tratto dal romanzo Pricò, di Cesare
Giulio Viola. “I bambini ci guardano” dovrebbe anche diventare il
titolo ossessivo di ogni azione educativa che mettiamo in atto quando
siamo genitori, educatori, maestri ed anche solo rappresentanti
istituzionali di ogni singola comunità ebraica o istituzione ebraica in
genere. I bambini, infatti, ci guardano quando si avvicina il 27
gennaio, granitico giorno della memoria che deve essere celebrato, ma
non idolatrato a spese dello sguardo dei bambini.
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Gadi
Luzzatto
Voghera, direttore
Fondazione CDEC
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Il
dialogo interreligioso non è un’opzione ipotetica, ma una necessità
impellente. Le religioni, delle quali il nostro mondo secolarizzato ha
pensato di poter fare a meno relegandole ad accessorio di un passato
morente, sono tornate nel nostro tempo ad essere elemento culturale e
politico centrale. Non conta la differenza fra adesione personale piena
o simbolica. Non sembra neppure rilevante la conoscenza profonda delle
rispettive tradizioni di appartenenza.
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No a mito fascismo buono
il monito di Mattarella
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Sd’adapazio
sui quotidiani italiani alle parole del Capo dello Stato Sergio
Mattarella in occasione delle iniziative al Quirinale per il Giorno
della Memoria. “Inaccettabile sentire parlare ancora oggi di un
fascismo che ebbe qualche merito”, ha ribadito Mattarella nel suo
discorso ricordando la vergogna delle leggi razziste del 1938, dopo
aver salutato i Testimoni della Shoah Piero Terracina e Liliana Segre,
neonominata dal Presidente senatrice a vita (Corriere della Sera). “Poi
un richiamo forte rispetto alle polemiche di questi giorni: – ricorda
Repubblica in riferimento al discorso di Mattarella – chi agita la
questione razza, si mette di fatto fuori dalle indicazioni della
Costituzione”. “Non lo cita espressamente – spiega Repubblica – ma è
chiaro il riferimento alle affermazioni del leghista Attilio Fontana,
candidato governatore della Lombardia”, che aveva parlato di “razza
bianca”. “Chi parla in Italia ancora di razza – ha aggiunto la
presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Noemi Di Segni nel suo
discorso al Quirinale – non conosce il valore della moralità e della
legalità”. I “focolai di razzismo e di antisemitismo” ha poi affermato
Mattarella sono tuttora presenti e non vanno sottovalutati per il
presidente, “al quale non è sfuggito l’allarme lanciato domenica dal
rabbino Riccardo Di Segni, – riporta La Stampa – è fiducioso: certi
fenomeni ‘non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno.
II nostro Paese e l’Unione europea hanno oggi gli anticorpi
necessari’”. “Ricordiamo il passato e facciamone memoria quando vediamo
che il razzismo riemerge dall’oblio in cui pensavamo fosse stato
cacciato”, le parole di Anna Foa (il cui discorso è stato pubblicato
ieri integralmente sul Portale moked.it), a cui il Presidente
Mattarella ha affidato l’intervento centrale della cerimonia al
Quirinale. “Sono passati ottant’anni – ricordava la storica – da quando
la dittatura fascista, con l’avallo della corona e nella più completa
indifferenza del popolo italiano, varò le leggi razziste, che
rovesciavano l’uguaglianza conquistata dagli ebrei nel corso del
processo risorgimentale trasformando in cittadini di serie B i
quarantasettemila ebrei italiani” (Osservatore Romano). Nelle parole
della Foa la risposta indiretta agli inutili lamenti del nipote di
Vittorio Emanuele III sul Giornale. E sul rientro della salma del
sovrano in Italia Aldo Zargani, che scampò alle persecuzioni
nazifasciste, a Repubblica Torino spiega, “Un fatto in se è irrilevante
per l’imbecillità dei loro eredi. Il problema è che gli italiani sono
assai più fascisti di quanto non abbiano lasciato credere. Dopo la
guerra si rifugiarono nel Pci e nella Democrazia cristiana. Quindi ora
devono uscire dall’esilio”.
Bologna, torna la corsa per la Memoria. Si corre a Bologna, la seconda
edizione della Run For Mem, come ricorda il Corriere Bologna. “Lo
scorso anno, la corsa non competitiva organizzata dall’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane ha fatto il suo esordio a Roma. Domenica
alle 11, sempre nell’ambito delle iniziative in ricordo della Shoah,
scatterà davanti al Memoriale, all’angolo fra via Carracci e il ponte
di via Matteotti, dove è previsto anche l’arrivo”. A proposito di Sport
e Memoria, Gazzetta e Corriere dello Sport raccontano della
presentazione ieri in Campidoglio del docufilm firmato da Matteo
Marani, vice direttore di Sky Sport, “1938 – Lo sport italiano contro
gli ebrei”.
Trump e l’avviso ai palestinesi. Se i palestinesi vogliono continuare a
ricevere gli aiuti economici americani, devono riprendere il negoziato.
Ma se vogliono davvero la pace, probabilmente dovranno cambiare
leadership. È quanto dichiara da Davos il Presidente Usa Donald Trump,
in duro attacco alla presidenza dell’Autorità nazionale palestinese.
“Diamo centinaia di milioni di dollari ai palestinesi. Quei soldi sono
sul tavolo, non li riceveranno più se non si siedono a trattare”, ha
detto Trump (La Stampa). “Nei negoziati precedenti non riuscivamo mai
ad andare oltre la questione di Gerusalemme. Ora l’abbiamo tolta dal
tavolo, così non dobbiamo più parlarne”, ha aggiunto Trump, che in
Svizzera ha incontrato il Premier israeliano Benjamin Netanyahu. Parole
giudicate “inaccettabili” dal presidente palestinese Mahmoud Abbas,
che, scrive il Corriere, ha dichiarato che “se la questione di
Gerusalemme è fuori dal tavolo, gli Usa resteranno fuori da quel
tavolo”.
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la conferenza internazionale osce-ucei
Contrasto a odio e antisemitismo,
la battaglia parte da Roma
Sicurezza,
cooperazione, democrazia, Europa. Un 2018 da protagonista per la
diplomazia italiana, che assume la guida dei 57 stati membri dell’Osce.
Il primo atto di questo impegno per la Farnesina, fortemente voluto dal
ministro degli Esteri Angelino Alfano, trova spazio proprio a Roma con
la prima Conferenza internazionale sulla responsabilità degli stati,
delle istituzioni e degli individui nella lotta all’antisemitismo in
programma lunedì 29 gennaio dalla mattina al tardo pomeriggio. Una
giornata di incontri ad altissimo livello realizzata con il sostegno
dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea,
l’Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODHIR), la
Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano
(CDEC) e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
“Negli ultimi anni si sono moltiplicati in Europa e altrove gli episodi
di antisemitismo, alimentati anche da tensioni sociali, dalla
situazione in Medio Oriente e dal ruolo giocato da Internet
nell’accelerare la diffusione della propaganda. La Conferenza servirà a
consentire uno scambio di opinioni, esperienze e ‘best practices’ tra i
partecipanti. Ambisce a diventare, insomma, una piattaforma per
sviluppare il dialogo e migliorare la cooperazione, in linea con i
principi Osce, una delle grandi case del multilateralismo globale, in
cui non c’è posto per discriminazione e intolleranza” ha detto il
ministro Alfano, intervenendo stamane nel corso della conferenza stampa
di presentazione dell’evento assieme alla presidente UCEI Noemi Di
Segni e all’ambasciatore Francesco Maria Talò.
(Nell’immagine la presidente Di Segni e il ministro Alfano posano per
la campagna sulla Memoria del World Jewish Congress #WeRemember, cui
anche l’UCEI ha aderito) Leggi
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la ricerca di swg con pagine ebraiche
Memoria e società italiana,
la minaccia del disimpegno
Il
lavoro sulla Memoria e in particolare la svolta impressa un anno fa con
il lancio di iniziative mirate allo stimolo della memoria viva e della
partecipazione, più che ristrette alla sfera della celebrazione
istituzionale, sta offrendo risultati interessanti e apprezzabili.
L’inquietante tendenza costantemente manifestata negli ultimi anni di
un allontanamento della massa dell’opinione pubblica da una percezione
nitida del ricordo della Shoah sembra si sia fermata, anzi si registra
un recupero di consapevolezza. Eppure, se lo sforzo delle istituzioni,
a cominciare dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dei
pubblici poteri che sono diretti interlocutori della prima istituzione
dell’ebraismo italiano, offrono motivi di speranza, sulla Memoria
continuano a delinearsi ombre inquietanti. Questo il risultato
dell’indagine “Gli italiani e il Giorno della Memoria – L’evoluzione
della percezione” realizzata per il quinto anno consecutivo dal
prestigioso istituto di ricerche SWG in collaborazione con la redazione
del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche.
Fra il 2014, primo anno della rilevazione, e il 2016 si era fortemente
allargata secondo i risultati dell’indagine la componente dell’opinione
pubblica che si diceva ignara di cosa fosse il Giorno della Memoria. Un
segnale molto preoccupante che poteva far temere nel tempo il
confinamento della ricorrenza nell’ampio catalogo di quelle date
destinate a divenire una scadenza formale e istituzionale senza più
alcuna presa emozionale sulla massa della popolazione. Gli ultimi
rilievi, del gennaio 2018, mostrano come questo motivo di
preoccupazione si possa considerare largamente rientrato e come la
percentuale che manifesta una forte consapevolezza sia in forte
crescita. Il lavoro intrapreso con le Istituzioni si sta dimostrando
utile, e in particolare l’impegno del mondo della Scuola fa sì che
analizzando i dati scomposti per fasce d’età, le componenti più
consapevoli restino quelle in età avanzata, per una logica maggiore
vicinanza ai fatti storici evocati, e i giovanissimi, che sono
ovviamente maggiormente esposti alle attività educative. Resta in mezzo
quella fascia della popolazione fra i 35 e i 44 anni dove a fronte di
un 54,3 per cento di consapevolezza media nazionale la percentuale
scende fino al 44 per cento.
Ma anche altri segnali non sembrano confortanti. Sul fronte della
percezione dell’importanza della giornata in sé si arresta la crescita
di chi la ritiene una ricorrenza inutile o significativa solo per la
realtà ebraica, ma, più in generale, si raffredda il grado di adesione
anche alle altre opzioni proposte, a conferma di una crescita della
distanza emotiva. Il Giorno della Memoria è considerato sempre meno
come un atto dovuto e sempre più come un gesto formativo, il che
conferma il rischio di un progressivo incapsulamento all’interno di una
dimensione formale e scolastica che potrebbe ulteriormente alimentare
il distacco emotivo e il desiderio di delegare ogni responsabilità alle
istituzioni.
Desta inquietudine, inoltre, la netta crescita della percentuale di
italiani che ritiene che nel nostro Paese sia diffuso un sentimento
antisemita. Il 47 per cento che condivide questa preoccupazione
rappresenta la quota più alta rilevata, eccezion fatta per il primo
anno di rilevazione. Un segnale a doppio taglio, che da un lato
denuncia la crescita di preoccupazione e del desiderio di vigilanza
all’interno della società italiana, ma dall’altro porta con sé in
parallelo anche il germe di una crescita effettiva di antisemitismo
espressa attraverso il rafforzamento di pregiudizi negativi che chi è
interrogato trova meno imbarazzante attribuire genericamente
all’insieme della società.
Guido Vitale, Pagine Ebraiche Febbraio 2018
I risultati della ricerca SWG - Pagine Ebraiche
I
dati del sondaggio 2018, il quinto della serie che la SWG dedica alla
percezione della Memoria, confermano una inversione di tendenza,
peraltro già osservata nel 2017. Si registra una una crescita del
ricordo spontaneo della ricorrenza del Giorno della Memoria, che passa
dal 52,1 per cento al 54,3 per cento. Il dato di riconoscibilità è
quindi tornato ai livelli del primo anno di rilevazione, da cui si
discosta dello 0,1 per cento. La percezione del Giorno della Memoria -
come mostra la segmentazione per fasce d’età analizzata dai ricercatori
- continua a rimanere più forte tra i giovani e tra gli anziani e più
debole tra coloro che appartengono alle classi d’età centrali della
popolazione (ossia coloro che hanno tra i 35 e i 44 anni) dove solo il
44 dei rispondenti è in grado di indicare correttamente cosa ricorra il
27 gennaio. A rispondere al questionario, che comprende anche tematiche
di tipo sociale, politico e di costume sono mille soggetti
rappresentativi della popolazione italiana maggiorenne.
Ricordare
è “un atto dovuto”? Mentre anche per il 2018 si conferma in calo la
percentuale di coloro che condividono questa affermazione, calata con
l'ultima indagine di dieci punti percentuali rispetto alla prima
rilevazione, è in aumento il dato di coloro che lo ritengono un
appuntamento "formativo" (46 per cento dei rispondenti). Aumentano
nettamente anche coloro che ritengono che il Giorno della Memoria sia
"necessario" (dal 26 al 32 per cento) mentre l'aumento di coloro che
ritengono "giusta" l'occasione sale di un solo punto percentuale.
L'appuntamento è "retorico" per 13 rispondenti su cento, un dato in
calo rispetto al 2017 che torna invece ad allinearsi con gli anni
precedenti. Resta "inutile" per una percentuale di italiani che si
ferma all’8 per cento.
Per
la prima volta in calo dopo l'inquietante raddoppio di coloro che
pensano che non serva più a nulla, la prima risposta - "non serve più a
nulla" - è il dato su cui si misura la percezione della Memoria. Il
calo segue quattro anni di forte progressione e il ritorno a una
percentuale che corrisponde comunque a un quinto della popolazione può
però essere letto come un aumento dell'inquietudine. Scende anche
l'altro dato preoccupante, quello secondo cui il Giorno della Memoria
servirebbe “solo agli ebrei”: parrebbe più chiaro come la Memoria serva
a tutta la società italiana, alla tutela dei valori e dei diritti dei
cittadini. Forte però è il calo della percezione rispetto all'utilità
effettiva della Giornata.
Il
dato qui presentato va letto ricordando che con una strategia molto
usata dai sondaggisti si chiede al singolo di interpretare una tendenza
presente nella società di appartenenza. Attribuire ad altri il proprio
pensiero permette di dichiarare ciò che altrimenti si direbbe con più
difficoltà. I rispondenti attribuiscono così agli italiani una ridotta
partecipazione emotiva e un minor coinvolgimento nei confronti delle
celebrazioni del Giorno della Memoria, un dato che segue un trend
invariato sin dal primo sondaggio. Nell’arco dei cinque anni di
riferimento i rispondenti “molto coinvolti” sono passati dal 7 al 5 per
cento, gli “abbastanza coinvolti” dal 35 al 28 e infine coloro che si
sentono “poco/per nulla” coinvolti sono aumentati dal 58 al 67 per
cento, con un salto percentuale di quasi dieci punti in un lustro.
Torna
qui la stessa domanda posta precedentemente, a mostrare come
l’attribuzione di una opinione all’insieme della società permetta
un’operazione disinibitoria importante. Le risposte sono ora molto
diverse: se è necessario dichiarare in prima persona dove ci si pone
intervengono processi di autocensura forti. Ad essere “molto coinvolti”
sono in questo caso il 16 per cento degli italiani, un dato in crescita
rispetto allo scorso anno – ma l’andamento sul quinquennio è stato
altalenante – e il 44 per cento si dichiara “abbastanza coinvolto”, in
misura conforme alle scorse edizioni del sondaggio: a partire dal 2015
il dato è sempre stato uguale, dopo la flessione di due punti
percentuali rispetto alla prima edizione. Si dichiara poco o per niente
coinvolto il 40 per cento degli italiani.
Con
questa domanda viene richiesto lo stesso sguardo laterale che ha
precedentemente permesso di valutare il coinvolgimento verso le
celebrazioni del giorno della Memoria: mettere il rispondente di fronte
a una domanda diretta non è la strategia migliore, non è stato quindi
chiesto direttamente a nessuno se si sente antisemita. Il tentativo è
quello di arrivare a ottenere la proiezione di una immagine che il
campione sociologico prescelto possa attribuire in maniera asettica
all’opinione pubblica. Si tratta del dato più complesso da
interpretare, ma la percezione dell’antisemitismo parrebbe in
lievissimo calo per quanto riguarda coloro che hanno risposto “molto”,
alla domanda se esiste in Italia un sentimento antisemita. Si passa dal
sei per cento dello scorso anno al 5 per cento. Cala anche la
percentuale di coloro che hanno risposto “poco/per niente”, mentre
cresce in maniera decisa la fascia “abbastanza”: si arriva in questa
edizione del sondaggio a un 41 per cento di rispondenti che ne
confermano in tale maniera la persistenza. Leggi
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il documentario su sky
Le Leggi razziste e gli atleti ebrei
La vergogna dello sport italiano
Matteo
Marani torna a lasciare il segno. C’è una firma d’autore nel
documentario che Sky Sport ha voluto realizzare per questo Giorno della
Memoria, dedicato alle conseguenze che le Leggi antiebraiche promulgate
dal fascismo nel 1938 ebbero nella vita degli sportivi ebrei italiani.
“1938 – Lo sport italiano contro gli ebrei” si candida ad essere un
formidabile strumento di conoscenza e divulgazione, anche e soprattutto
per i giovani. E il nome di Marani, che alcuni anni fa ha sottratto da
un pluridecennale oblio la figura di Arpad Weisz, è più di una garanzia
in questo senso.
Lungo quarantadue minuti, il documentario apre un ciclo di appuntamenti
sul piccolo schermo. “Storie di Matteo Marani”, una serie di incontri
televisivi che parleranno di sport ma anche di molto altro. Lo dimostra
questa prima prova, curata da Alessia Tarquinio, suddivisa in tre
tracce. La storia di Weisz, naturalmente, che con Inter e Bologna vinse
complessivamente tre scudetti e che dall’entrata in vigore delle Leggi
in poi iniziò il proprio cammino verso l’emarginazione (prima) e
l’abisso di Auschwitz (poi). Sempre restando in ambito calcistico, a
prendere forma è la vicenda di tre protagonisti del pallone a livello
dirigenziale raccontati nel recente saggio Presidenti, di Adam Smulevich. Leggi
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Rifugiati |
Con
una padre rifugiato (in Svizzera) e una madre nata in Eritrea è
inevitabile che io mi senta chiamata direttamente in causa dalla
vicenda della minacciata espulsione da Israele di migliaia di rifugiati
eritrei e sudanesi. So bene che in uno stato democratico com’è Israele
la società civile non ha bisogno di un’imbeccata dagli ebrei della
diaspora per mobilitarsi (e infatti qualche giorno fa un interessante
articolo di Dario Calimani dava conto delle numerose iniziative che
molti israeliani stanno già mettendo in atto senza attendere appelli e
sollecitazioni da parte nostra). E tuttavia, per quanto la nostra voce
forse non sia essenziale, credo sia nostro dovere farla sentire perché
non è una voce come tante altre.
Anna Segre, insegnante
Leggi
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Miti e migranti |
“Andate in America. C'è un nuovo mondo, laggiù” “Con quel passaporto [quello giallo che i zaristi davano alle prostitute] non lasciano salire sulla nave” “Non
serve il passaporto. Se riuscite a varcare il confine clandestinamente,
potete imbarcarvi anche senza. Basta avere il biglietto per la
traversata”. Se qualcuno ha già letto l'ultimo romanzo postumo di
Isaac Bashevis Singer (Adelphi, 2017), scoprirà che Keyla la Rossa e
Bunim non arriveranno in America così legalmente, ma soprattutto grazie
all'aiuto dei contrabbandieri. Del resto, i concetti di legalità e
illegalità sono decisamente recenti e al tempo non erano granché presi
in considerazione, specie quando a rischio c'era la propria esistenza.
La precarietà dell'essere umano è rimasta immutata, il mondo è però
cambiato, senza accorgercene è diventato sempre più definito, piccolo e
stretto, i nazionalismi e i conflitti etnici si sono ampliati e sono
diventati sempre meno estinguibili, nonostante le numerose lezioni
storiche che dovrebbero frenarli.
Francesco Moises Bassano
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Aggadah e futuro |
“Nel
corso dei secoli, in Italia, la Aggadah è stata vista semplicemente
come un bel racconto dei nostri maestri sulla Torah: un modo per
attirare la gente, sul quale non ci si dovrebbe soffermare più di
tanto. Il rabbino italiano Azarià de' Rossi, nato a Mantova nel 1513
era di questo avviso: le sue critiche al Midràsh arrivarono addirittura
al Maharal di Praga, il quale scomunicò l'ebraismo italiano dicendo che
chi trattava la Aggadah in questo modo non aveva futuro." Questo
l'incipit della lezione di rav Roberto Colombo a Livorno su “Halakhah e
Aggadah – La creazione del Midrash”, per il terzo incontro del progetto
nazionale UCEI "Fondamenti di ebraismo".
Ilana Bahbout
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