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 26 giugno 2018 -  13 tamuz 5778
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Sport

“Razzisti in curva, facciamo così”

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img headerMarco Tardelli / TUTTO O NIENTE / Mondadori

Contro i razzisti negli stadi serve il metodo Thatcher, la "lady di ferro" che non esitò a usare il pugno duro. A invocarlo è Marco Tardelli, uno dei grandi protagonisti del Mondiale del 1982 vinto in Spagna. Una generazione di fenomeni, di cui in queste settimane tutta l’Italia ha sentito una gran nostalgia. Ma anche atleti col cervello e dotati di una spiccata sensibilità umana, come dimostrano le successive carriere, una volta appesi gli scarpini al chiodo, di tanti di loro. L’esultanza di Tardelli dopo il goal ai rivali tedeschi in finale ha rappresentato e continua a rappresentare uno spot globale per il calcio pulito e genuino. La gioia liberatoria per il sogno del trofeo che si faceva realtà dopo le iniziali titubanze dei ragazzi di Bearzot, l'urlo prolungato al cielo, agli spalti, al futuro, di chi sa di aver scritto un pezzo di storia azzurra che resterà per sempre. Ma Tardelli, ex calciatore, ex allenatore e oggi apprezzato opinionista, oltre che autore insieme alla figlia Sara di una fortunata autobiografia che parla di calcio ma in realtà parla di vita autentica, condita da tante emozioni agonistiche, non ha smesso di parlare. In modo misurato, con garbo ma incisività, dice cose che non tutti forse hanno piacere di sentire, ma che hanno il pregio di non eludere i problemi ancora irrisolti del turbolento mondo che fa da cornice alla Serie A.

Adam Smulevich, Pagine Ebraiche, luglio 2018
 

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società

Italia, i fascismi che si riaffacciano

img headerPaolo Berizzi / NAZITALIA / Baldini e Castoldi

Negli ultimi anni Paolo Berizzi, con i suoi scoop su “la Repubblica”, ci ha raccontato la nuova "marcia su Roma" di Forza Nuova, il lido “mussoliniano” di Chioggia, il blitz del Veneto Fronte Skinheads nella sede di un’associazione pro-migranti di Como. Fino alla tentata strage di Macerata nel febbraio 2018.
Episodi sintomo di un’escalation estremista e xenofoba preoccupante, di fronte alla quale l’Italia si divide fra chi denuncia i fatti quali sintomo di una società le cui gravi tensioni rischiano di deflagrare, e chi minimizza e assicura che il fascismo in Italia è morto per sempre.
Non è così. E in questo suo libro “Nazitalia” (Baldini + Castoldi), che corona quindici anni di inchieste, Berizzi fotografa in maniera vivida un Paese che si è riscoperto fascista, o forse sotto sotto non ha mai smesso di esserlo. Un Paese in cui i media e i partiti, sia di destra che di sinistra, sono sempre timidi a parlare di fascismo e a stigmatizzare certe derive. Lo sdoganamento, d'altronde, è in corso da anni. E oggi secondo Berizzi ha assunto le nuove forme del populismo sovranista, mentre partiti come CasaPound e Forza Nuova si radicano sul territorio offrendo assistenzialismo di strada e sicurezza fai da te.”

mdp 

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storia

L'Europa del 1915.
Cioè oggi    

memoria

Storia di famiglia 
  

Friedrich Naumann / MITTELEUROPA / Aragno

Anche l'editoria, come l'edilizia, ha le sue strutture profonde e le sue facciate attraenti, i muri maestri e i balconi. I muri maestri non si vedono, ma reggono il tutto e permettono pure i fiori sui balconi. Vi è certo qualche editore, grande o piccolo, che lavora come un palazzinaro i cui redditizi edifici si sbriciolano presto e vi sono editori, grandi o piccoli, che pubblicano testi fondamentali o minori ma comunque necessari alla cultura di un Paese, come il calcio alle ossa di un individuo. Talora ciò avviene non senza difficoltà da parte dell'editore. Ad esempio le Edizioni Lavoro hanno pubblicato una splendida versione di un capolavoro come II quarto secolo di Edouard Glissant, che non trova facilmente posto tra le pile dei volumi del giorno nelle librerie. Un altro esempio fra i molti è la casa editrice Marietti, che anni fa ha mediato alla cultura italiana opere fondanti della letteratura jiddish, della mistica ebraica e araba e della narrativa mitteleuropea, che ha contribuito a scoprire e a far conoscere in Italia. E proprio la Mitteleuropa che ora si può conoscere ancor più a fondo, oltre il fascino della sua grande letteratura, del suo mosaico plurinazionale e ribollente di odi nazionali.

Claudio Magris,
Corriere della Sera,
2 luglio 2018


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Anna Foa / LA FAMIGLIA F. / Laterza

Il mito e l'eroe, alla lettera niente metafore e iperboli, è Renzo. Aveva appena 24 anni e una lunga militanze antifascista a Torino e poi nell'esilio parigino alle spalle, Renzo Giva, quando nel 1938 cadde in battaglia, in Spagna, in difesa della Repubblica ma anche dell'idea e della prassi di un'Europa antifascista. Renzo era il fratello maggiore di Lisa, che ne parlava spesso (con chi scrive queste righe) come di una persona con le cui virtù era doveroso confrontarsi, sapendo in partenza di perdere il confronto. Lisa, a sua volta, che da adulta aveva preferito usare il cognome del marito, era Lisa Foa, partigiana, prigioniera della banda Koch a Milano, militante del Partito comunista, poi di Lotta Continua e infine sostenitrice delle lotte per la democrazia in Europa centrale. Il marito di Lisa era Vittorio, attivista di prima ora di Giustizia e Libertà, otto anni trascorsi nelle galere del Duce, mentre gli italiani inneggiavano ai successi del regime; poi dirigente sindacale e personalità di prima piano della politica repubblicana e della sinistra in genere. E non è finita, perché il padre di Lisa e suocero di Vittorio, era Michele Giva, chimico, militante socialista, carcerato da Mussolini.

Wlodek Goldkorn, L’Espresso,
1 luglio 2018


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