Aveva 16 anni Aryeh Shtsupak, la giovanissima vittima del duplice attacco terroristico che ha colpito Gerusalemme nelle scorse ore. Quando uno degli ordigni è esploso si stava dirigendo in una yeshivah, una scuola religiosa ebraica situata nelle vicinanze. Secondo quanto riporta la stampa israeliana Shtsupak era un cittadino canadese e viveva nel quartiere di Har Nof.
Numerosi i feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Il primo attacco è avvenuto alle 7 ora locale con l’esplosione di un ordigno a una fermata di un autobus all’ingresso della città a nord. Mezz’ora dopo un’altra esplosione si è verificata a un’altra fermata poco distante.
Il Presidente dello Stato ebraico Isaac Herzog, commentando l’accaduto, ha testimoniato la propria vicinanza “ai familiari delle vittime”, esprimendo l’auspicio di una pronta “guarigione dei feriti”. Herzog si è anche detto certo del fatto che le forze di sicurezza “agiranno con tutta la loro forza per sradicare il terrorismo in generale, e in particolare i responsabili degli attacchi odierni”.
Il commissario della polizia israeliana Kobi Shabtai, visitando i luoghi colpiti dai terroristi, ha detto che potrebbero esserci stati due attentatori. “È un tipo di attacco che non si vedeva da anni” ha dichiarato Shabtai, invitando i cittadini a stare attenti ai pacchi sospetti.
Nelle giornate di domenica 27 e lunedì 28 novembre tornerà a svolgersi, a Roma, l’appuntamento con gli Stati Generali dell’ebraismo italiano. Organizzata dall’UCEI, l’iniziativa sarà caratterizzata da una riflessione a più voci sul tema dell’educazione ebraica. Tra gli argomenti che saranno oggetto di esposizione e confronto “La continuità ebraica e il ruolo dell’educazione”, “L’approccio UCEI e la rete istituzionale”, “Il ruolo d’Israele nell’educazione ebraica nella Diaspora”, “Come adattare la conoscenza alle sfide di un mondo che cambia”, “Le scuole ebraiche: quale mission?”, “La formazione rabbinica e i percorsi di studi ebraici superiori”. A concludere la prima giornata di lavori, dopo una restituzione in plenaria, un “processo all’educazione ebraica”. Un gioco di simulazione rivolto anche alle nuove generazioni.
La seconda giornata si aprirà con un primo approfondimento dedicato a “Giovani, formazione e identità ebraica”. Si parlerà poi di “percorsi di educazione e formazione ebraica”, con a seguire una seconda restituzione in plenaria e un momento finale di dibattito e conclusioni.
Gli Stati Generali dell’ebraismo italiano vedranno la partecipazione di rabbini, docenti, diplomatici, giornalisti, esperti del mondo dell’educazione e formazione. Per ulteriori informazioni relative alla partecipazione in presenza e alla fruizione in streaming: segreteria@ucei.it / www.ucei.it
L’Iran potrebbe colpire il Qatar, che in queste settimane ospita i Mondiali di calcio, con un attacco terroristico. L’allarme arriva da Israele e precisamente dal generale Aharon Haliva, a capo della divisione intelligence dell’esercito. Una ipotesi al vaglio, ha detto durante una conferenza svoltasi a Tel Aviv, per destabilizzare il Medio Oriente e distrarre l’opinione pubblica dalle proteste anti-regime che da settimane proseguono senza soluzione di continuità. “L’Iran ha bisogno di instabilità. E la Coppa del Mondo è uno di quegli eventi in cui può ottenerla”, il pensiero espresso dal generale. Un pericolo da non sottovalutare: “Crescendo la pressione su Teheran, anche a livello internazionale, il rischio è che l’aggressività iraniana aumenti. Con attacchi nella regione e nel mondo”. Circa diecimila i tifosi israeliani che saranno sugli spalti nel corso del torneo, grazie a un accordo mediato con la Fifa. La loro tutela e messa in sicurezza resta un tema centrale. Non a caso negli scorsi giorni il ministero degli Affari Esteri ha messo in guardia i propri connazionali da una eccessiva “esposizione”. A vigilare sull’incolumità di squadre e tifosi è tra gli altri anche un contingente italiano composto da oltre 500 militari.
Attentato alla sinagoga, il racconto dei testimoni
Tra le molte iniziative che stanno segnando il quarantesimo anniversario dall’attentato al Tempio Maggiore di Roma, il libro “Una ferita italiana?” (ed. Salomone Belforte) di Massimiliano Boni e Roberto Coen si presenta come un contributo caratterizzato da molte testimonianze e ricostruzioni sul prima, durante e dopo. “Un atto di riparazione” necessario, scrive nella sua prefazione Alberto Cavaglion. Una serata nella sede della Fondazione Ernesta Besso è stata l’occasione per toccare alcuni temi e spunti dal libro. Dopo il benvenuto della padrona di casa, la presidente della Fondazione Caterina De Mata, ha preso la parola la rappresentante dell’ambasciata d’Israele Smadar Shapira. Ad essere condiviso col pubblico l’apprezzamento dello Stato ebraico nei confronti di Sergio Mattarella nel suo definire Stefano Gaj Taché, la giovanissima vittima dell’attentato, un “bambino italiano”. La necessità di far luce su quegli eventi ha visto il coinvolgimento dell’ambasciata stessa. Anche attraverso “la richiesta agli archivi israeliani di fornire tutto il materiale a disposizione: 150 i documenti che abbiamo potuto raccogliere; da alcune note inviate da Roma si evince la sensazione, tra i funzionari dell’epoca, di lavorare in un clima ostile”. Una minaccia che continua a colpire: “Non è un tema scomparso. Anzi, Israele è costretto a un confronto quasi quotidiano. E non riguarda il solo terrorismo palestinese”.
La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale.
È compito dell'UCEI incoraggiare la conoscenza delle realtà ebraiche e favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di interesse per l’ebraismo italiano: i commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.
L'ebraico di Dante
Abbiamo trattato, nelle scorse puntate, dell’inserimento, nella Commedia, di alcune frasi o parole formulate, almeno apparentemente, in ebraico - lingua che Dante non conosceva -, sul cui significato la dottrina si è a lungo confrontata, offrendo le più differenti ipotesi interpretative.
Si tratta, segnatamente, del primo verso del VII Canto dell’Inferno (Pape Satàn, pape Satàn aleppe!), del verso sessantasette del XXXI Canto dell’Inferno (Raphél maì amècche zabì almi), e di tre singole parole presenti nella terzina iniziale del VII Canto del Paradiso. Nel primo caso, come abbiano visto, la voce è quella di Pluto, dio della ricchezza, nel secondo del gigante Nembròt, mentre nel VII Canto del Paradiso a parlare (più precisamente, cantare: “fu viso a me cantare essa sustanza”) è Giustiniano.
L’imperatore non solo – caso unico nel poema - ha l’onore di essere l’esclusivo protagonista di un intero Canto, il VI (ove il percorso dell’aquila di Roma è raccontato tutto esclusivamente da lui medesimo, senza che Dante, l’io narrante, dica una sola parola), ma continua a manifestare la sua magnificenza all’inizio del Canto successivo, che si apre con la celebre terzina di lode al Signore, che chiude e suggella il Canto precedente, sacralizzandone il contenuto. Il VI Canto, infatti, è il racconto di una storia umana, quale la storia di Roma, ma l’inizio del VII spiega che tale storia è anche divina, in quanto è Dio ad avere voluto l’affermazione dell’impero romano, il cui compito principale, come abbiamo più volte illustrato, è quello di portare sulla terra la giustizia, il valore supremo mondano e ultramondano.
I versi sono celeberrimi: Osanna, sanctus Deus sabaòth,/ superillustrans claritate tua/ felices ignes horum malachòt! “Osanna, santo Dio degli eserciti, che con il tuo splendore aggiungi ulteriore luce (superillustrans) ai beati fuochi di questi regni!”. I diversi cieli del Paradiso sono altrettanti regni delle anime beate, che splendono come delle stelle (fuochi), e Dio, a tale già esistente luminosità, aggiunge ancora altra lucentezza (claritas).
Come abbiano notato, quelle del primo verso del VII Canto dell’Inferno non possono essere considerate parole ebraiche, trattandosi piuttosto di meri suoni senza senso, emessi da una bestia (un lupo), non un essere umano. E l’unica apparente parola, Satàn, quantunque di origine ebraica, era ed è di uso universale. Quanto alle parole di Nembròt, abbiamo osservato che di ebraico hanno solo il significante, il suono, perché il loro significato deve restare incomprensibile, in obbedienza alla punizione ancora scontata dal gigante, costruttore della torre di Babele, punito per la sua superbia, appunto, con la confusione delle lingue.
Nella prima terzina del VII Canto del Paradiso, come si vede, figurano tre parole ebraiche: osanna (termine, dal significato originale di “aiutaci, salvaci”, com’è noto, ampiamente recepito dalla liturgia cristiana, col diverso significato di “salve, salute”), sabaòth, “eserciti”, e malachòt (anziché mamlachòt: Dante ricava probabilmente il termine, nella formulazione leggermente errata, da Girolamo), “regni”.
Della prima delle tre parole, come abbiamo detto a proposito del “Satàn” del VII Canto dell’Inferno, si potrebbe anche pensare che essa sia stata inserita come termine ormai di uso comune in latino e volgare, e quindi senza uno specifico riferimento alla sua origine ebraica. Ma non credo che ciò sarebbe esatto, in ragione della presenza degli altri due vocaboli, sabaòth e malachòt, che sono indubbiamente ebraici, e appaiono evidentemente apparentati, in quanto tali, alla prima parola del Canto, mentre le altre otto sono in latino.
La terzina, come abbiamo detto, chiude con una lode al Signore l’illustrazione della “marcia trionfale” di Roma, fatta nel Canto precedente, per affermare, con la massima evidenza possibile, che l’ineluttabile trionfo della monarchia (quella romana, l’unica legittima) è direttamente voluto da Dio, che ha guidato e sempre guiderà, superando ogni ostacolo, il percorso dell’aquila. Il fatto che la terzina sia composta in un’inedita lingua mista, ebraico-latina, ha un significato preciso, consistente nel rimarcare la congiunzione armoniosa della Bibbia ebraica con quella latina della Chiesa di Roma, e l’innesto della nuova Rivelazione nell’antica.
La soluzione di Dante, al di là del pregio artistico, si segnala per la sua coraggiosa innovazione sul piano teologico. Il rapporto tra il cd. Antico e il cd. Nuovo Testamento, com’è noto, è sempre stato visto dalla tradizione cristiana, fino a tempi piuttosto recenti, in termini di ‘sostituzione’ e ‘delegittimazione’: il Nuovo non solo “si aggiunge” al Vecchio, ma lo risignifica completamente, svuotandolo di senso autonomo per trasformarlo in mera Praeparatio Evangelica. Non ci sarà nessuno spazio, nel cristianesimo, per una Bibbia ebraica, le uniche vere Scritture saranno solo quelle in latino redatte da Girolamo, poi sostituite dalla cd. Clementina. Le parole ebraiche saranno del tutto bandite, come segno della Iudaica pravitas, della persistente cecità del popolo ‘deicida’. Dante, da questo punto di vista, nel suo tempo, è una luminosa eccezione: la parola ebraica resta una parola di verità, non è sostituita da quella latina, che ad essa si affianca su un piano di assoluta parità e armonia. Anzi, la prima parola della terzina è ebraica, non latina.
Abbiamo detto che la terzina aiuta a cogliere il senso anche del primo verso del VII Canto dell’Inferno. Quelli emessi da Pluto, come abbiamo detto, sono dei suoni senza senso, pronunciati da una “fiera crudele”, mentre quelle di Giustiniano sono parole di luce e verità. E non è certo un caso che le due espressioni si trovino agli inizi del VII Canto tanto della prima quanto della terza cantica. Entrambi i passi, unitamente al verso sessantasettesimo del XXXI Canto dell’Inferno, rappresentano, in sintesi, un elogio della parola, e del suo significato. E questo elogio trova il suo culmine in una lingua universale ed eterna, senza luogo e senza tempo, della quale l’ebraico resta il primo, imprescindibile elemento.