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Nove ottobre, il racconto della ferita

Tra le molte iniziative che stanno segnando il quarantesimo anniversario dall’attentato al Tempio Maggiore di Roma, il libro “Una ferita italiana?” (ed. Salomone Belforte) di Massimiliano Boni e Roberto Coen si presenta come un contributo caratterizzato da molte testimonianze e ricostruzioni sul prima, durante e dopo. “Un atto di riparazione” necessario, scrive nella sua prefazione Alberto Cavaglion.
Una serata nella sede della Fondazione Ernesta Besso è stata l’occasione per toccare alcuni temi e spunti dal libro. Dopo il benvenuto della padrona di casa, la presidente della Fondazione Caterina De Mata, ha preso la parola la rappresentante dell’ambasciata d’Israele Smadar Shapira. Ad essere condiviso col pubblico l’apprezzamento dello Stato ebraico nei confronti di Sergio Mattarella nel suo definire Stefano Gaj Taché, la giovanissima vittima dell’attentato, un “bambino italiano”. La necessità di far luce su quegli eventi ha visto il coinvolgimento dell’ambasciata stessa. Anche attraverso “la richiesta agli archivi israeliani di fornire tutto il materiale a disposizione: 150 i documenti che abbiamo potuto raccogliere; da alcune note inviate da Roma si evince la sensazione, tra i funzionari dell’epoca, di lavorare in un clima ostile”. Una minaccia che continua a colpire: “Non è un tema scomparso. Anzi, Israele è costretto a un confronto quasi quotidiano. E non riguarda il solo terrorismo palestinese”. Diego Parente, direttore centrale della Polizia di prevenzione, ha poi esposto in sintesi il funzionamento del servizio. “Due – ha esordito – i concetti alla base dell’azione svolta dall’antiterrorismo: prevenzione e sinergia”. In questo senso, ha proseguito, la rete di cooperazione si è andata nel tempo allargando e consolidando. Anche nel segno di una “piena sinergia” con le istituzioni preposte del mondo ebraico. “Presentiamo oggi un libro importante”, la valutazione del Consigliere UCEI Saul Meghnagi. Ad essere richiamata, parlando di contrasto all’odio, l’urgenza di un lavoro sul piano educativo. Tra gli “aspetti programmatici” menzionati lo sforzo che ha portato all’elaborazione “delle linee guida contro l’antisemitismo” per le scuole. E ancora la realizzazione di un’indagine su come si sviluppa l’intolleranza, in sinergia con l’ambasciata tedesca, i cui risultati saranno presto online. In una società in profonda trasformazione l’idea è che l’ebraismo abbia molto da dire, anche guardando al suo duplice orientamento volto da una parte alla “tutela di un’identità specifica” e dall’altra alla piena partecipazione alle sfide e al progresso del Paese. A concludere la sessione introduttiva un saluto di Ugo Di Nola, presidente dell’associazione Or che ha collaborato all’organizzazione della serata e che ha tra le sue finalità, per l’appunto, una conoscenza maggiore dell’ebraismo, delle sue specificità e della sua storia. Il primo intervento è stato della storica Anna Foa, che ha parlato del 1982 come di “un anno di svolta”. Oltre al “dolore infinito” provocato dall’attentato, a mettersi in moto fu infatti un meccanismo “che ha portato alla costruzione di una memoria forte; anche chi ha criticato Israele per la guerra del Libano ha iniziato a studiare le fonti ebraiche, il midrash, a sentirsi più coinvolto”. L’impressione è che, rispetto ad allora, “oggi siamo più in grado di comprendere e interpretare i fatti”. Prezioso in quest’ottica l’apporto di un libro “che oscilla tra passato e presente, ponendoci interrogativi su come siamo cambiati e su cosa ha rappresentato per l’Italia quel giorno”. Antisemitismo: una minaccia dai molti volti. “Faccio l’esempio delle campagne contro George Soros. Dietro l’odio quotidiano che si riversa contro di lui si annusa un certo fumo antiebraico; un odio non lontano da quello che permeava le accuse contenute nei famigerati Protocolli dei Savi di Sion”, la riflessione del giornalista del Corriere Gian Antonio Stella. A seguire Piero Fassino, esponente del PD, ha ripercorso i rapporti non sempre semplici tra sinistra e Israele. Anche alla luce delle guerre del ’67 e del ’73 che determinarono una profonda frattura nelle relazioni. Secondo Fassino dai fatti del 1982 la sinistra avrebbe colto una lezione: l’impossibilità di “accettare il terrorismo”. Ciò, ha detto ancora, “non esclude che esistano ancora oggi delle frange pregiudizialmente ostili a Israele: un tema che abbiamo davanti e col quale dobbiamo confrontarci”. Gianni Zarfati, coordinatore nazionale per la sicurezza delle Comunità ebraiche italiane, ha portato una testimonianza sul “suo” 9 ottobre e su alcune iniziative precedenti all’attacco di cui fu testimone oculare. Rimarcando i molti progressi compiuti da allora. “Oggi – il suo commento – quello italiano è un modello che non ha eguali nel resto d’Europa, anche grazie alla speciale sensibilità dimostrata dalle forze dell’ordine”. La parola infine agli autori. Questo libro, ha detto Coen, “è sia un atto dovuto che un atto d’amore verso la nostra Comunità, una testimonianza che si rivolge alle nuove generazioni”. La speranza “è che possa resistere al tempo” e produrre “interesse e curiosità” tra gli storici e tra chiunque fosse interessato ad approfondire tali vicende. “Raccogliendo testimonianze per la pubblicazione online Riflessi ci siamo resi conto che il materiale iniziava a prendere vita. Il libro è nato così”, ha aggiunto Boni. Quella del 9 ottobre, il suo messaggio, “è una storia ancora aperta, ma non si può tacere rispetto al fatto che ancora oggi non si sappiano i nomi, che non si conoscano con certezza i mandanti”. La sfida “è stata quella di ricostruire, anche oltre le verità processuali che potranno emergere o meno”.
A moderare la serata l’ex direttrice del Centro di Cultura Ebraica della Comunità di Roma Miriam Haiun.