IL DOSSIER DI PAGINE EBRAICHE

Comics & Jews, identità a colori

Nel panorama editoriale, in grande trasformazione fra momenti di crisi e una mutazione di difficile analisi, il fumetto regge, resiste. Anzi, prospera. Protagonisti del dossier Comics&Jews, in distribuzione in questi giorni con l’ultimo numero di Pagine Ebraiche, i graphic novel sono sempre più diffusi e trovano spazi nuovi: che siano nuove collane di case editrici non specializzate, aree dedicate nelle librerie e nelle biblioteche. C’è attenzione, spazio nella conversazione pubblica, e la direzione è chiara: si tratta di un genere letterario che ha conquistato una sua dignità ed è riuscito a occupare uno spazio riconosciuto, rispettato.
Poi c’è chi decide di fare un passo in più e considera il fumetto come un diritto, come qualcosa di cui devono poter godere tutti, senza limitazioni. Ecco allora che una istituzione come il Cartoon Museum di Basilea – è non è l’unico ente culturale, in Europa, che ha compiuto una scelta simile, quali che siano i contenuti che porta avanti – dichiara: “Le persone bisognose di protezione, i richiedenti asilo, le persone ammesse provvisoriamente con permesso di soggiorno e i rifugiati hanno diritto all’ingresso gratuito a mostre, eventi e laboratori”. È una scelta forte, ribadita a pochi giorni dall’apertura della grande mostra dedicata a Will Eisner: le storie illustrate, sempre più spesso a cavallo tra giornalismo e narrativa, temi e vicende reali, testimonianze, che abbiano taglio memorialistico o siano reportage, diari di viaggio o pura fiction, non conoscono crisi.
Il dossier si apre sul grande albo che Joann Sfar ha voluto intitolare “La Synagogue”, la sinagoga: un volume importante, in cui per la prima volta racconta la propria adolescenza in una Nizza che è sia sfondo che spiegazione di un personaggio che è a sua volta autore e personaggio. Sfar, che dichiara: “Dobbiamo smetterla di pensare che la stupidità o la mancanza di cultura possono essere scuse per l’odio”. Pur avendo sostenuto spesso di non scrivere per cambiare il mondo, di non voler esser considerato un autore militante, scrive e disegna senza ambiguità alcuna. E aggiunge: “Venti o anche trenta anni fa la comunità ebraica, terrorizzata e sotto choc, dopo un attacco antisemita ne parlava (a volte anche troppo) e suscitava reazioni di simpatia. Oggi è il contrario. Tutti gli ebrei sanno benissimo che quando si denuncia un episodio di antisemitismo la conseguenza è una recrudescenza di azioni antiebraiche”. A chiudere il volume una trentina di pagine raccolgono documentazione sui tanti episodi di antisemitismo che, in Francia, hanno segnato gli ultimi decenni. Non sono solo articoli di giornale: le pagine, nello stile dei suoi cahier, sono annotate, commentate, disegnate… perché anche il fumetto sa essere militante, nonostante le dichiarazioni del suo autore.
Così come sono militanti gli altri protagonisti del dossier: da Will Eisner, punto di riferimento per gran parte degli autori contemporanei, considerato uno dei padri fondatori del fumetto moderno, personaggio talmente unico da vedersi intitolare ancora in vita un premio, l’Eisner Award, considerato uno dei più prestigiosi nell’ambito dei comics, paragonabile a un Oscar o a un Nobel, a Spiegelman, tornato in cima alle classifiche sia grazie alle polemiche e alle censure che lo hanno coinvolto che in conseguenza della pubblicazione di due nuovi volumi.
Visitare la mostra dedicata a Eisner a Basilea, rileggere Maus e l’ampia saggistica che è stata dedicata a uno dei capisaldi del fumetto contemporaneo, o ancora scoprire il prezioso lavoro di Krimstein, che racconta, tra centinaia, le storie che sei giovani ebrei dell’Est Europa hanno scritto per un concorso indetto negli anni Trenta. Non potevano mancare nel dossier il racconto del successo di Ekaterina (Katya) Khozatskaya, una giovane autrice partita da San Pietroburgo, e che vive ora in Israele, né l’ultima opera in cui Walter Chendi si è avvalso della collaborazione di Valerio Fiandra, “El Diario de Dario”. Perché il fumetto, o albo illustrato, o “historieta”, come preferisce dire Chendi, non conosce crisi, ed è capace di affascinare qualsiasi lettore, grazie alle sue mille maniere di raccontare storie. Buona lettura!

Ada Treves social @ada3ves

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LA RIFLESSIONE

Israele e la nostra voce

Israele è lo Stato ebraico che da 75 anni ha ottenuto la sua indipendenza affermandosi attraverso le sue istituzioni e valori come Stato democratico, unico ad essere riconosciuto come tale nell’intera regione. Israele è prima di tutto il Paese di chi ci vive ogni giorno, dei cittadini di ogni origine e religione, con le faticose sfide globali e quelle specifiche israeliane nelle relazioni politiche, religiose, intra-religiose, di sicurezza. Cosa significa essere ebreo, cosa significa Stato ebraico, restano domande alle quali non possiamo, o almeno io non posso dare una banale risposta. Israele è nel cuore di tutti noi, come parte nucleare della nostra identità ebraica, e cuore evidentemente di tutto il mondo. Un cuore spesso isolato e incompreso che deve lottare per salvaguardare la sua esistenza fisica e legittimazione ad esistere, le distorsioni, il boicottaggio e le campagne mediatiche, il terrorismo e le “guerre sante”, dentro e lontano dai suoi confini. Il nostro impegno e pregare quotidiano è rivolto verso Israele, al fianco di ogni cittadino e governo per sostenerne le ragioni e far conoscere il valore di questo miracolo di rinascita e sviluppo ebraico. Se quanto avviene “normalmente” in Israele non ci lascia indifferenti, non ci fa dormire sonni tranquilli e non ci lascia sicuri per il riverbero di odio anti-israeliano anche qui nelle comunità italiane, quanto avviene in queste settimane – mi spaventa e mi preoccupa immensamente. Il cuore che batte di orgoglio per quello che è Israele e le sue istituzioni ha forti palpitazioni e colpi.

Noemi Di Segni, Presidente UCEI

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L'INIZIATIVA PRESENTATA A TORINO

Passaggio del testimone, un progetto per le scuole

Presentato alla stampa, nella sede regionale del Piemonte, il progetto “Il passaggio del testimone: dalle micro storie alla Storia”. A parlarne il presidente del Comitato Resistenza e Costituzione della Regione Daniele Valle, il presidente della Comunità ebraica di Torino Dario Disegni, la consigliera della Comunità responsabile per Cultura e Memoria Claudia Abbina, la storica e direttrice di Istoreto Barbara Berruti, il ceo di Alicubi Augusto Cherchi.
Il progetto, promosso dalla Comunità ebraica di Torino e realizzato grazie al sostegno del Consiglio Regionale del Piemonte con il Comitato Regionale Resistenza e Costituzione, in collaborazione con il Centro Ebraico Italiano il Pitigliani, l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza, e il Museo Nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara e con il patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, intende rispondere all’esigenza della scuola di trovare un nuovo metodo di lavoro dopo la scomparsa di quasi tutti i Testimoni diretti della Shoah. Oggi, ricorda Abbina, stiamo infatti passando ad una fase “post testimoni” che necessita di un metodo diverso, che veicoli l’ascolto dei testimoni diretti verso l’analisi e la disamina delle testimonianze scritte e orali e dei relativi documenti, con un approccio scientifico e allo stesso tempo dinamico “che ci porti dalle microstorie alla Storia con la ‘S’ maiuscola”.

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LA CERIMONIA AL MONTE STELLA

"Seguiamo l'esempio dei Giusti"

"Noi celebriamo una bella festa con i venti anni del giardino dei Giusti di Milano, che in questi anni ha ricordato l’élite dell’umanità, come diceva il mio amico Moshe Bejski. Eppure viviamo un momento pericoloso per l’umanità e per l’Europa, con la guerra che ci lambisce e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che vuole colpire la libertà e la sovranità di un popolo”. Parole del presidente di Gariwo Gabriele Nissim, durante la cerimonia organizzata al Monte Stella di Milano dove vent’anni fa nacque il Giardino dei Giusti. Tanti i ragazzi presenti, che Nissim ha esortato a impegnarsi per contrastare attivamente il male. A intervenire tra gli altri il sindaco Giuseppe Sala e, in rappresentanza dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Giorgio Mortara, che ha evidenziato il ruolo dei Giusti nella tradizione ebraica. “Salvare l’umano nell’uomo. I Giusti e la responsabilità personale” il titolo dell’iniziativa, in cui sono stati onorati il giornalista gallese Gareth Jones, primo a documentare l’Holodomor; Alfreda “Noncia” Markowska, donna rom, che durante il Porrajmos perse la famiglia, ma rischiò la vita per salvare il maggior numero di bambini, rom ed ebrei; il giurista britannico Sir Hersch Lauterpacht, consigliere al processo di Norimberga e ideatore della Carta dei diritti umani, e Akram Aylisli, scrittore azero, che ha denunciato le violenze del suo Paese contro gli armeni.

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TORAH

Nascondere e svelare

Dall’inizio del libro di Shemot fino al termine di quello di Devarim, questa è l’unica parashà in cui non compare mai il nome di Moshè. Molti sono i commenti a questo strano evento, ma sicuramente uno è quello che, in una parashà dedicata interamente ad Aharon e a tutti i suoi discendenti – i cohanim – il nome e la persona di Moshè rimangono in disparte come forma di umiltà nei riguardi di coloro che saranno in seguito i capi del popolo ebraico.
Moshè fa un passo indietro lasciando suo fratello più grande in primo piano per ricevere le regole che sanciscono la vita cultuale del popolo. A volte rimanere nascosti non vuole essere segno di timidezza o di inadeguatezza, bensì di democrazia e rispetto del prossimo, lasciando che ognuno agisca a seconda delle sue capacità e competenze. Aharon sarà il Sommo Sacerdote, colui che è preposto come guida spirituale del popolo. Ma anche, in seguito, capo dell’amministrazione giuridica di esso: il capo del Sinedrio.

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Venezia

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La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale. 
È compito dell'UCEI incoraggiare la conoscenza delle realtà ebraiche e favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di interesse per l’ebraismo italiano: i commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.

Un ebreo in camicia nera

Definire Un ebreo in camicia nera (Solferino, Milano 2023) “un romanzo autobiografico”, come fa Paolo Di Stefano nella sua postfazione, fornisce solo in apparenza un aiuto alla comprensione del significato dell’opera di Paolo Salom, perché subito dopo nascono altre domande: quanto c’è di romanzato in quest’opera, cioè di creazione della fantasia, di pura creatività; e quanto di autobiografia; e poi: autobiografia di chi: del giovane protagonista, di un’intera famiglia o addirittura di tutto un popolo?
Si sarebbe tentati di lasciare da parte le definizioni, l’appartenenza di genere del libro; ma in quest’opera la definizione è importante perché aiuta a capire se il forte coinvolgimento del lettore è frutto dell’abilità narrativa dell’autore oppure sono le vicende stesse che sono in sé coinvolgenti. Nell’impossibilità di dare una risposta immediata a questa domanda è preferibile prima di tutto cercare di riassumere le vicende stesse che vengono narrate.
All’inizio protagonista è la famiglia Salom, una famiglia ebrea di origine italiana, anzi padovana, (a parte la madre del protagonista che è un’ebrea di origine romena), che vive appunto in Romania, alle foci del Danubio, e dove si parlano più lingue e dialetti. La vicenda ci porta subito all’interno del clima dell’antisemitismo balcanico e ben presto delle persecuzioni razziali, anche se i protagonisti stessi le vivono con una sorta di incredulità, di inconsapevolezza.
Ben presto cominciano ad emergere i caratteri dei personaggi: del padre e della madre del protagonista, della sorella e infine, in maniera sempre più evidente, del giovane che dà il titolo all’opera. Senza entrare nei particolari, il lettore assisterà al tentativo della famiglia di salvarsi dalle persecuzioni per mezzo della conversione al cattolicesimo, tentativo fallito, in seguito al quale emerge in maniera sempre più evidente la figura del giovane Paolo, che diventa il protagonista assoluto nella seconda parte del libro, quando, in seguito a una serie di circostanze, finisce per entrare a far parte delle Brigate Nere e con ciò per segnare il proprio ambiguo destino, che solo alla fine troverà una soluzione.
Molte altre cose si potrebbero dire e raccontare, ma a questo punto è preferibile invitare il lettore a entrare in prima persona nella narrazione, limitandoci a dire che è la capacità narrativa di Paolo Salom, ancor più delle vicende raccontate, che rende il libro una delle opere più coinvolgenti che sia dato di leggere in questi tempi.

Valentino Baldacci

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