Nascondere e svelare

Dall’inizio del libro di Shemot fino al termine di quello di Devarim, questa è l’unica parashà in cui non compare mai il nome di Moshè. Molti sono i commenti a questo strano evento, ma sicuramente uno è quello che, in una parashà dedicata interamente ad Aharon e a tutti i suoi discendenti – i cohanim – il nome e la persona di Moshè rimangono in disparte come forma di umiltà nei riguardi di coloro che saranno in seguito i capi del popolo ebraico.
Moshè fa un passo indietro lasciando suo fratello più grande in primo piano per ricevere le regole che sanciscono la vita cultuale del popolo. A volte rimanere nascosti non vuole essere segno di timidezza o di inadeguatezza bensì di democrazia e rispetto del prossimo, lasciando che ognuno agisca a seconda delle sue capacità e competenza. Aharon sarà il Sommo Sacerdote, colui che è preposto come guida spirituale del popolo, ma anche – in seguito – capo dell’amministrazione giuridica di esso: il capo del Sinedrio. Questo Shabbat è quello che precede la festa di Purim in cui, leggendo la sua storia nel libro di Ester – la meghillà – assistiamo ad un curioso gioco di alternanza fra il nascondere e lo svelare. La parola “meghillà” secondo alcune interpretazioni rabbiniche deriva dal verbo galal – scoprire, svelare; mentre la protagonista di essa “Ester”, la regina, tende a nascondere la propria vera identità.
L’espressione Meghillat Ester può essere interpretata con “svelare ciò che è nascosto”; infatti il nome Ester deriva dal verbo “le astir – nascondere”. Anche il sacro nome di D-o è nascosto nella meghillà, come se Egli, nella Sua bontà, si fosse fatto da parte per fare agire gli uomini, i protagonisti della storia. C’è però voluto il Suo intervento per riportare armonia e salvezza in mezzo al popolo.
Se da un lato, come avviene nella nostra parashat ha shavua, nascondersi può essere considerato un comportamento di umiltà, dall’altra il nascondere la propria vera identità, può causare imbarazzo e a volte porta a correre seri e gravi rischi, non solo per se stessi ma per tutta la società.
Se Ester avesse svelato da subito la sua identità di ebrea, probabilmente non sarebbe diventata regina ma probabilmente non avrebbe messo a repentaglio l’incolumità di tutta la comunità ebraica di Persia al tempo del re Achashverosh.
“Zakhor et Asher ‘asà lekhà ‘Amaleq…lo tishkach – Ricorda ciò che ti fece ‘Amaleq, non dimenticarti” significa esattamente ciò che viene insegnato da Rashì: non è una ripetizione del verbo, bensì un insegnamento di ricordare attraverso il racconto, quindi l’insegnamento discreto di ciò che avvenne al nostro popolo; non dimenticarti: serbando nel cuore – intimamente, il sentimento che si prova davanti a certi eventi dolorosi della nostra storia, senza esternarli, perché chi non ha vissuto quelle esperienze, non è in grado di comprenderle.

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Venezia

(3 marzo 2023)