Israele e la nostra voce
Israele è lo Stato ebraico che da 75 anni ha ottenuto la sua indipendenza affermandosi attraverso le sue istituzioni e valori come stato democratico, unico ad essere riconosciuto come tale nell’intera Regione. Israele è prima di tutto il Paese di chi ci vive ogni giorno, dei cittadini di ogni origine e religione, con le faticose sfide globali e quelle specifiche israeliane nelle relazioni politiche, religiose, intra-religiose, di sicurezza. Cosa significa essere ebreo, cosa significa Stato ebraico restano domande alle quali non possiamo, o almeno io, non poso dare banale risposta. Israele è nel cuore di tutti noi, come parte nucleare della nostra identità ebraica, e cuore evidentemente di tutto il mondo. Un cuore spesso isolato e incompreso che deve lottare per salvaguardare la sua esistenza fisica e legittimazione di esistere, le distorsioni, il boicottaggio e le campagne mediatiche, il terrorismo e le guerre sante, dentro e lontano dia suoi confini. Il nostro impegno e nostro pregare quotidiano è rivolto verso Israele, al fianco di ogni cittadino e ogni governo per sostenerne le ragioni e fare conoscere il valore di questo miracolo di rinascita e sviluppo ebraico.
Se quanto avviene “normalmente” in Israele non ci lascia indifferenti, non ci fa dormire sogni tranquilli e non ci lascia sicuri per il riverbero di odio anti-israeliano che raggiunge anche qui nelle comunità italiane, quanto avviene in queste settimane – mi spaventa e mi preoccupa immensamente. Il cuore che batte di orgoglio per quello che è Israele e le sue istituzioni ha forti palpitazioni e colpi.
Mentre echeggiano sempre più forti i toni di insofferenza e odio, parole immesse dalla dolorosa storia ebraica nelle rappresaglie e nelle manifestazioni di oggi, sempre più fioca è la voce di quanti chiedono ascolto e dialogo, appellandosi a quel sogno di convivenza, se non di assoluta pace, compresa quella del presidente Herzog.
Non può essere orgogliosamente ebraico il comportamento di chi incita all’odio e alla violenza verso il proprio vicino, di chi quell’odio lo esprime in azioni oltre chei in parole, incendiando case e proprietà altrui, mettendo in pericolo la vita altrui anziché preservarla e rispettarla, di chi si fa giustizia da sé senza alcun rispetto per quelle stesse istituzioni, enti e forze speciali preposti alla sicurezza di ogni cittadino. Non si può essere orgogliosamente israeliani, né orgogliosamente ebrei, se in nome di una identità ebraica si offre come risposta alla sofferenza e al lutto la violenza e la legittimazione politico-ministeriale agli atti di vendetta, sostenendo verso chi declina la difesa contro il terrore nel concetto di orrore.
Le riforme di istituzioni essenziali al funzionamento di un paese, e verso le quali si nutre da decenni rispetto e fiducia, che rappresentano un modello di antica cultura e saggezza ebraica, non sono atto di ordinaria amministrazione e richiedono confronto e responsabilità. Proprio per la rilevanza delle istituzioni giudiziarie – da sempre orgoglio identitario della democrazia israeliana – le modifiche ai meccanismi di nomina, del e sindacato di legittimità costituzionale (o rispetto alle cosiddette leggi-base) e alle prerogative del potere giudicante devono essere approvate attraverso un processo di ampio confronto e consenso. Certo che la maggioranza propone e promuove, approva e sostiene legittimamente un proprio disegno politico, ma responsabilità di governo significa consapevolezza di centralità e rilevanza di queste istituzioni per la vita in un paese complesso e strutturato come è Israele. Non ritengo opportuno – come presidente Ucei – prendere posizione a favore o contro la riforma, consapevole della complessità della materia specifica, la necessità di calare categorie giuridiche prese dai manuali di diritto costituzionale nella specifica realtà e storia dello Stato di Israele, così come e la presenza di opinioni diverse che meritano di essere ascoltate in un contesto di approfondimento in dialogo sereno che certamente deve merita essere fatto anche qui.
Nella lotta contro la cecità dell’odio integralista e politico, che vede sempre più “partecipi” bambini indottrinati, la proposta sulla pena di morte tocca le corde più profonde della ragione di vita e rievoca il dibattito sulla morale degli ordinamenti giuridici ispirati ai principi di libertà, specialmente nel dopoguerra, così come le discussioni talmudiche e necessita il più severo esame proprio alla luce della nostra tradizione millenaria. Ogni parola in una simile legge è lo specchio della .morale ebraica e non possiamo scrivere o cancellare senza meditare fino in fondo.
Credo sia doveroso per noi come istituzioni ebraiche nella diaspora, fare comprendere il perno delle questioni oggetto di votazioni in queste settimane ma al contempo non prestarci a situazioni che accentuano le accuse e l’odio verso Israele nel suo insieme senza alcuna distinzione tra chi propende per A o B. Che riguardi il rapporto con i Palestinesi, i territori contesi o la giustizia le risoluzioni contro Israele sono presto calendarizzate e le manifestazioni rispondono all’eco degli appelli alla negazione assoluta. Non ci sono, per gli odiatori, israeliani pii o di buona sinistra. E’ è sempre un tutt’uno il fascio dell’odio.
Non credo quindi negli slogan che mettono tutti e tutto insieme depennando già con gli stessi slogan la parola democrazia. Manifestazioni che esulano dal tema contestato e si trasformano in esplicitazioni di odio politico e violenza, cortei che diventano abuso di dialettica politica, che offendono storia e dolore secolare, che generano ostentazione di potere governativo mi fanno soffrire e preoccupare e quell’orgoglio di altezza delle istituzioni ebraiche non riesco a riverberarlo. Quell’altezza democratica c’è, certo che c’è!….oppure c’era certo che c’era? Non riesco nell’offuscamento, di angoscia e preoccupazione a pensare lucidamente, ma cosa ci sarà?
Alcuni mi (o ci) chiederanno perché da qui, da fuori Israele ci “intromettiamo” – perché l’associazione tra ebraismo e violenza contro il prossimo la ripudio totalmente e ancor più se organizzata in nome della difesa di valori ebraici e non può lasciarmi indifferente. Il silenzio e l’acquiescenza al terrore non sono certo le armi per combattere il male che nei secoli e nei decenni di indipendenza dello Stato di Israele abbiamo vissuto direttamente o subito indirettamente. Ma la propagazione di odio e di vendetta in ogni parte del mondo, l’Italia compresa, in risposta agli atti di brutale vendetta-giustizia-fai-da-te mi preoccupa moltissimo e in nulla assomiglia agli interventi di difesa attenta ed esperta cui affidiamo ogni giorno le nostre vite.
La mia, nostra, voce si aggiunge in chiusura di questa settimana, a quelli che chiedono e pregano per un confronto pacato e responsabile, consapevole del bene che va oltre al proprio partito, alla propria comunità territoriale, al proprio modo di vedere le proprie ragioni religiose, dell’essere popolo ebraico nello Stato ebraico che è casa di chiunque ci abita, che difende dall’invasore e dal terrore forte dei suoi valori di vita.
Ci avviciniamo alla festa di Purim, anche questa ricorrenza imperativo di memoria e di vita, ricordando il fallito tentativo di sterminio e distruzione, comprendendo appieno il concetto di responsabilità verso il proprio popolo di cui ciascuno di noi è portatore, mascherando la sorte e la faticosa esistenza ma non l’essenza, donando ancora un anno un giorno di spensieratezza e gioia ai nostri bimbi e correligionari.
Noemi Di Segni, presidente UCEI