L'APERTURA DEL FESTIVAL CON IL NUOVO FILM SU GOLDA MEIR
Gerusalemme, il grande cinema protagonista
Oltre duecento film provenienti da cinquanta paesi con proiezioni sparse per tutta la città.
Il Jerusalem Film Festival ha deciso di festeggiare in grande la sua quarantesima edizione, con una ricca programmazione di pellicole israeliane e internazionali. Ad aprire la rassegna, “Golda”, l’ultimo film del regista Guy Nattiv, in cui l’attrice britannica Hellen Mirren interpreta la celebre Premier d'Israele. Proiettato davanti a cinquemila persone nella “piscina del sultano” – area situata all’aperto, sotto le mura della Città Vecchia – il film ha ottenuto soprattutto giudizi positivi da parte della critica locale. La scelta di Nattiv non è stata quella di costruire un’autobiografia completa di Golda Meir, ma di concentrarsi solo sui complicati giorni della guerra dello Yom Kippur del 1973. “È il racconto del trauma di quella guerra", scrive tra gli altri Avner Shavit del sito Walla. "Golda dà forma a questa storia in modo sconvolgente. Nattiv, che ha dato prova di una fotografia intensa in tutti i suoi film precedenti, si discosta dalle convenzioni del film biografico-storico e presenta qui un atto espressivo, che contribuisce a illustrare quanto la guerra sia stata un incubo”.
IL CORTOMETRAGGIO VINCITORE NEL 2022, IN ARRIVO A FIRENZE
"Har Harkom, il vero Monte Sinai"
“Adoro andare controcorrente, è un qualcosa che mi dà piacere”.
In queste parole la ricetta di vita di Emmanuel Anati, celebre archeologo italo-israeliano nato a Firenze nel 1930. “God’s Mountain”, il cortometraggio di cui è il protagonista, è stato tra i vincitori dell’ultima edizione del festival di Gerusalemme. Diretto dalla regista Tamar Tal Anati, affronta in 15 minuti quella che è diventata la sua materia di ricerche più nota: l’esatta collocazione del Monte Sinai, che secondo Anati non sarebbe quello tradizionalmente individuato dagli studiosi in territorio egiziano ma lo Har Karkom. Un vasto altopiano nel deserto del Negev, posto nella sua area sud-occidentale, a una quarantina di chilometri da Mitzpe Ramon in direzione Eilat. Qui lo studioso ritiene di aver trovato le prove decisive, inconfutabili, che in parte svela ora anche al pubblico del grande schermo. La regista israeliana – già autrice del toccante Shalom Italia, in cui documenta il “ritorno” dei fratelli Anati nei luoghi in cui la famiglia trovò rifugio durante le persecuzioni antisemite tra ’43 e ’44 – segue l’archeologo nella sua ultima missione.
Un viaggio dall’enorme significato e la chiusura ideale di un cerchio, dopo oltre quarant’anni d’impegno sul campo. “C’è nostalgia nel deserto. Qui avverti un contatto diretto con l’ambiente naturale, che ti si presenta con lo stesso aspetto che doveva avere due milioni di anni fa” sottolinea Anati, mentre scorrono sullo sfondo immagini di rara forza e suggestione. È un paesaggio che Anati conosce come le sue tasche, in cui si muove agile e consapevole. Anche in quest’ennesima ricognizione ribadisce convinto: “Se compariamo la situazione topografica e geografica e il paesaggio delle storie bibliche con la realtà, questo monte è l’unico con tutte le caratteristiche al posto giusto”. Dal Jerusalem Film Festival “God’s Mountain” arriva ora a Firenze, per animare la prossima serata del Balagan Cafè (20 luglio) nel giardino della sinagoga.
È quasi un filone a sé stante, quello dei testi che raccontano vite trascorse tra i libri: da Il mestiere dell’editore di Valentino Bompiani a Frammenti di memoria di Giulio Einaudi, entrambi usciti alla fine degli anni Ottanta, ai più recenti Storia confidenziale dell’editoria italiana di Gian Arturo Ferrari o Balla coi libri, in cui Marcello Baraghini racconta Stampa alternativa, tutti hanno pagine da cui traspare chiara la passione per un mestiere più che coinvolgente, forse totalizzante. Anche in Un quarto di pera di Giulio Einaudi. E altre memorie editoriali non c’è un momento di esitazione. Nonostante la scarsa propensione degli italiani per la lettura è chiaro che anche per Roberto Cazzola – responsabile della germanistica per Einaudi prima e per Adelphi poi, oltre che autore di saggi e romanzi, ebraista e docente universitario – non potrebbe esserci nulla di più bello, più importante, più urgente che fare libri. Pensarli, sognarli, sceglierli, progettarli. Fare del proprio mestiere una scelta consapevole di valore e impegno civile ed etico, aprire strade che portino a una nuova comprensione del mondo insieme ai tanti incontrati e frequentati negli anni.
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