Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui       6 Settembre 2021 - 29 Elul 5781
ROSH HASHANAH 5782 - LE PAROLE DEL PRESIDENTE ISRAELIANO 

"Un anno per superare le divisioni,
in Israele e in Diaspora"

“Dobbiamo rinnovare la nostra promessa: la promessa di stare insieme. La promessa di prenderci cura l’uno dell’altro”. È l’augurio-appello del Presidente d’Israele Isaac Herzog nel suo messaggio al paese per Rosh HaShanah. Un invito al paese e al popolo ebraico a superare divisioni e fratture per affrontare insieme le sfide del nuovo anno e in generale del futuro. “Dobbiamo sforzarci di essere migliori. –  ha detto Herzog – L’anno della Shmita che sta per iniziare (l’anno sabbatico che cade ogni sette anni e nel quale non si può coltivare la terra) ci invita a fermarci, rilassarci, riposarci, osservare e ricalcolare un percorso. Ci invita a riorinetare il rapporto che abbiamo con noi stessi; tra noi e l’ambiente, nel segno della sostenibilità e della connessione e non dello sfruttamento e della distruzione. Ci invita a costruire un nuovo rapporto tra il popolo e il suo mondo e tra una persona e il suo popolo, il suo paese, la sua patria e la sua terra”.
Il presidente israeliano ha poi fatto esplicitamente appello ai propri connazionali affinché nel nuovo anno ebraico “lascino cadere le discussioni interne, le rivalità, la rabbia, che si alzi lo sguardo e si riconosca che in realtà non siamo così lontani. Che non c’è niente tra noi se non la distanza di una mano tesa”. Parlando invece alle Comunità ebraiche della Diaspora, Herzgog ha augurato “a tutti, cari fratelli e sorelle di tutto il mondo, un anno di salute e di unione. Prendetevi cura l’uno dell’altro e sappiate che Israele è la vostra casa lontano da casa e noi tutti non vediamo l’ora di vedervi nel nostro amato paese, Israele. Che possiate essere tutti iscritti nel Libro della Vita, e che possiate tutti godere di un nuovo anno felice, sano e gioioso”.
Molto politico il messaggio per Rosh HaShanah del Primo ministro israeliano Naftali Bennett, che ha rivendicato alcuni risultati ottenuti dal suo governo in questi mesi di vita. Tra questi, l’approvazione di un Bilancio biennale (che dovrà essere votato alla Knesset), il proseguimento della campagna vaccinale con l’avvio della somministrazione della terza dose, la riapertura della scuole così come il lavoro per “rafforzare i nostri legami con gli Stati Uniti e il Presidente Biden”.

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ROSH HASHANAH 5782 - IL MESSAGGIO DELLA PRESIDENTE UCEI 

"Troviamo la forza di agire, ogni giorno"

Cari amici,
siamo alla vigilia di una nuova pagina di calendario, di un nuovo anno ebraico.
Per l’iscrizione nel libro della vita molto dipenderà da noi e da come decideremo di agire, guidati dall’impegno e dalla forza, in questi giorni di slichot, di saper rileggere quanto fatto in questo 5781 che si avvia alla fine e di trarre il nostro bilancio.
È un momento di lettura e desiderio di scrittura intima per ciascuno di noi dinanzi a D-o, ma anche condivisa nei contesti più ampi in cui siamo e in cui ci muoviamo: in famiglia, nei gruppi di amici e nelle istituzioni delle quali siamo parte e che in alcuni casi guidiamo. Realtà con le quali necessariamente abbiamo il dovere di continuare la creazione e adempiere al ruolo che ci è stato assegnato in questo mondo.
Nel chiedere che sia una “shanà tovà” – un buon anno – in fondo non domandiamo troppo. Non chiediamo che sia eccezionale, ma che per l’appunto sia buono. Il medesimo aggettivo che D-o stesso usa per esprimere apprezzamento verso quello che ha creato. Qualcosa di significativamente immenso.
È un momento di bilancio coraggioso e doveroso in cui ci chiediamo se abbiamo fatto bene e abbastanza, come singoli, come comunità ed enti ebraici, come UCEI che si avvia ad un cambio di mandato. Non possiamo, anzi non posso, esimermi dal dubbio di aver forse mancato o sottovalutato, offeso senza averlo colto, sbagliato, chiedendo non solo le dovute scuse ma anche cercando con sincero impegno di capire come agire diversamente facendomi anche aiutare, con la massima umiltà, da chi ci e mi è accanto.
A tal proposito vorrei cogliere l’occasione di queste righe per esprimere un sentito ringraziamento a chi ci è stato e non si è sottratto pur con tutte le fatiche: familiari, consiglieri, presidenti, rabbanim, segretari, dipendenti, personale e volontari della sicurezza, collaboratori dell’Unione. Grazie per il vostro fattivo supporto per l’ebraismo italiano, un unicum nel creato di cui conosciamo forze e fragilità e che continueremo a far fiorire donando il nostro contributo di forza e valori al mondo, oltre che all’Italia ebraica.
Rispetto a tutto il male e ai malanni che attanagliano le nostre vite personali, comunitarie, dello Stato di Israele e del popolo ebraico – compresi l’antico odio e l’antisemitismo nelle sue molteplici nuove distorsioni e il nuovo virus nelle sue ultime varianti – ci sembra spesso di essere troppo piccoli per poter fare qualcosa che cambi la realtà dei fatti, con il rischio di essere sopraffatti dall’inerzia. Al contrario dobbiamo avere il coraggio di scrivere sempre un paragrafo di pagine di cura e contrasto, di prenderci le nostre responsabilità, di esserci sempre, ogni giorno, anche con piccolissime azioni e iniziative. E in particolare di attivarci per il bene altrui, per il bene comune, perché c’è sempre qualcuno che leggerà e accoglierà.
È nostro dovere come singoli e come istituzioni e – anche in vista di questo nuovo anno che tra poche ore si avvierà con le solenni preghiere, il suono del shofar, con riti e tradizioni che tramandiamo da secoli e secoli – che ci dedichiamo con le nostre energie, con valori ebraici e capacità di fare comunità e rete, anche verso altri popoli e collettività che attraversano drammi e diniego di ogni zelem enosh, di dignità e rispetto umano. Così ci siamo attivati anche come UCEI per essere di supporto alle famiglie afgane giunte in Italia, estendendo la nostra accoglienza e il nostro supporto a chi oggi ne ha più bisogno.
Assieme all’impegno per arginare il male proseguiremo – UCEI assieme a voi che vi impegnate nelle vostre Comunità e assieme a voi correligionari che attenderete alle giornate che si presenteranno nei tempi – nella costruzione e nella scrittura di altre pagine di vivere e saper vivere comunitario, di fare assieme e di procedere con le iniziative educative, giovanili e culturali, con la forza e la speranza di guardare avanti con fiducia da trasmettere con tutto l’animo ai nostri figli e nipoti. Che sia un anno di salute, sicurezza e benedizioni.
Besefer hachyim tichatvu ve tichatmu.

Noemi Di Segni, Presidente UCEI

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ROSH HASHANAH 5782 - LA MOBILITAZIONE DEL MONDO EBRAICO 

"Il dramma afghano ci riguarda,
non voltiamoci dall'altra parte" 

Dall’accoglienza in strutture abitative alla raccolta di vestiti, dalle campagne alimentari all’erogazione di servizi di assistenza socio-sanitaria.
Lo European Council of Jewish Communities (ECJC) e la sezione europea della Hebrew Immigrant Aid Society (HIAD) hanno scelto di lanciare insieme un progetto di concreto supporto ai migranti già arrivati o in arrivo dall’Afghanistan ostaggio del fondamentalismo talebano.
L’appello, esteso al mondo ebraico in ogni sua realtà istituzionale e associativa, è a contribuire con una donazione. Sarà possibile farlo anche attraverso un sito web, lanciato in queste ore, in cui si esplicitano le diverse direttrici di questo impegno. In evidenza una massima del Premio Nobel Elie Wiesel: “Davanti alla sofferenza non abbiamo il diritto di voltarci dall’altra parte, di non vedere”.
“Ogni piccolo aiuto conta”, si ricorda sottolineando come per ciascun rifugiato una mano tesa possa costituire un sostegno prezioso. Anche alla luce di un intero universo di relazioni da ricostruire. Di piccole e grandi prove che, senza una tutela, rischiano di trasformarsi in ostacoli insormontabili.
“L’iniziativa assunta dall’UCEI, che proprio in questi giorni sta lavorando per accogliere alcune famiglie afghane, è stata di ispirazione. Un esempio da seguire”, fanno sapere dall’ECJC. L’idea, anche in questo ambito, è quella di “lavorare in stretta sinergia con tutta l’Italia ebraica: saremo ad esempio a Milano, domenica 19, per la raccolta di beni di prima necessità organizzata dalla Comunità di fronte al Memoriale della Shoah cittadino”.
L’iniziativa è stata avviata in un momento molto significativo del calendario ebraico. Si sottolinea al riguardo: “Iniziare il nuovo anno con una buona azione ci aiuterà a migliorare le vite di altre persone e a cambiare in senso positivo il mondo”.

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ROSH HASHANAH 5782 - IL BILANCIO DEI DODICI MESI TRASCORSI SU PAGINE EBRAICHE 

Il crollo di Kabul e quella data che non ricordiamo

Il numero di settembre di Pagine Ebraiche in distribuzione è interamente dedicato a una ricognizione dell'anno ebraico 5781 che si concluderà stasera attraverso l'ormai tradizionale speciale "Fatti e persone" curato da Daniel Reichel con il contributo di tutta la redazione. 
Pubblichiamo di seguito la riflessione di apertura dello storico sociale delle idee David Bidussa. 


Nel tempo dei bilanci che si sta aprendo sarebbe opportuno trovare il modo di ripercorrere due scene. La prima ci riguarda ora e la esaurisco subito. Appena Kabul è caduta si è parlato di elenchi di donne nubili in mano ai talebani. Donne di cui appropriarsi. La scena è l’Afghanistan. Che cosa non ha funzionato e che cosa abbiamo fatto finta di dirci in questi venti anni? Non solo negli Stati Uniti, ma anche noi qui. Molti incolpano Biden (immancabilmente Obama). Gilles Kepel (Il ritorno del profeta, Feltrinelli 2021) invita noi europei a farci un esame serio senza scantonare. Ci sarà sicuramente tempo per parlarne.
Vorrei concentrarmi, invece, sulla seconda scena. Il 18 agosto 2015 a Palmira, Khaled al-Asaad, l’archeologo, custode di Palmira, subisce tortura, è ucciso, decapitato e “mostrato al mondo” nella violazione del suo corpo. Quell’immagine non è entrata nella memoria collettiva.
Vorrei ricordarlo qui. Perché nelle prossime settimane, indipendentemente dall’anniversario, che comunque non è mai entrato nella nostra ritualità pubblica, quella scena forse tornerà a parlare al tempo presente per i fatti di cronaca che ci stanno arrivando da Kabul. Temo che se accadrà molti sceglieranno il lato meno problematico. Per questo insisto a riflettere su questa seconda scena.
Mi spiego.
Quando Daesh decide di uccidere Khaled al-Asaad non lo fa solo per una dimensione totalitaria che la caratterizza. Certo quel fattore conta, ma non è essenziale. Sceglie di violare Palmira e di mostrare il corpo di Kaled al-Asaad per un fine preciso.
Palmira, infatti, non è solo un bene culturale dell’umanità che il fanatismo ha tentato di violare ed è quasi riuscito completamente a distruggere. Palmira è un simbolo che è radicalmente alternativo a Daesh e, nel tempo dei sovranismi, decisamente inviso e indigeribile a molti, anche qua, dalle nostre parti.


 

Lo è per molti tratti: per la sua storia; per la sua costruzione, per la lingua che circolava nelle sue vie in antichità, l’aramaico, una lingua che non è di nessuna nazione, ma che vive dell’intreccio e della capacità di tenere insieme più lingue e più saperi, e per questa via fondare un sapere che funziona da crocevia. L’aramaico non era la testimonianza del compromesso, e dunque della rinuncia, al contrario era la testimonianza del “meticciato” come luogo di produzione di sapere aumentato.
Per questo Daesh voleva distruggerla. In questo senso la distruzione non totale di Palmira e l’uccisione di Khaled al-Asaad non sono la ripetizione di ciò che, per esempio, è avvenuto nel marzo 2001 a Bamiyan, quando i talebani afghani fanno fatto esplodere le statue del Buddha.
L’uccisione di Khaled al-Asaad ha un significato più radicale.
Palmira non è solo un luogo degno di rispetto e Khaled al-Asaad un intellettuale operoso. Palmira è soprattutto un simbolo, di «saggezza meticcia». Ovvero: cultura che si costruisce per incroci, sovrapposizioni, ibridazioni. Una cultura che non è “figlia di un dio minore”, ma che è “di più”. E Khaled al-Asaad con il suo operato quel tratto voleva esaltare.

È importante ricordare che non esistono nella storia culture pure e che non hanno mai tradito il loro codice originario. Le culture, quelle che sopravvivono nel tempo, sono sempre il risultato e l’effetto di prestiti: danno ad altri ma soprattutto si mantengono nel tempo perché da altri catturano cose.
Cultura viva significa prendere atto che ogni cultura non è mai uguale a se stessa, ma è significativamente se stessa se continuamente ripensa, modifica, assume risorse, concetti, fondamenti che arrivano da altre parti. Una cultura è viva come conseguenza di questo processo di costante mescolamento e di ibridazione, perfino con quelle culture con cui pure è in aspro conflitto.
Palmira era esattamente la testimonianza e la memoria di questo processo: un luogo che nel tempo produce meticciato culturale; il segno dell’intercultura, più che della multicultura. Per questo Daesh voleva distruggerla.
Proprio per questa sua natura interculturale, nel profilo nazionalista che domina il nostro linguaggio anche lontano da Palmira, in quello che chiamiamo “mondo libero” quella data non è entrata nel nostro calendario civile.

(Nelle immagini: la prima pagina del numero di settembre di Pagine Ebraiche; un'esplosione recente a Kabul; Khaled al-Asaad, il custode di Palmira)

David Bidussa – Dossier “Fatti e persone” (Pagine Ebraiche settembre 2021)

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IL NUOVO PERCORSO CONOSCITIVO E DIDATTICO DI BORGO SAN DALMAZZO

MEMO4345, tra deportazione e salvezza

“MEMO4345 è un tempo per fermarsi a pensare e guardare se stessi nello specchio della storia”: questo il profondo obiettivo perseguito dal percorso conoscitivo e didattico inaugurato nelle scorse ore davanti al Memoriale della Deportazione di Borgo San Dalmazzo, a ripercorrere le vicende degli ebrei mitteleuropei transitati in queste valli durante la guerra. È la continuazione naturale e concretamente formativa (ospitata nella appena restaurata ex-Chiesa di S. Anna) di un progetto iniziato nel 2006 con la creazione del monumento-memoriale arricchito dalla concreta presenza di alcuni vagoni merci del periodo della deportazione e proseguito con la pubblicazione della colossale ricerca di A. Muncinelli ed E. Fallo “Oltre il nome. Storia degli ebrei stranieri deportati dal campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo” (Le Château, 2016). Anima dell’intero itinerario è la storica Adriana Muncinelli, che alla pluriennale e accuratissima ricerca documentaria (alimentata da personale empatia verso le storie familiari dei circa mille ebrei giunti nella zona dal domicilio coatto di St. Martin Vésubie) aggiunge la competenza analitica e pedagogica capace di dare qualcosa di più a questo luogo, trasformandolo da centro museale a spazio di riflessione e maturazione civile.

David Sorani

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I PROGETTI DELL'ARTISTA ITALO-ISRAELIANO ERAN WOLF

"Nonna Miriam nella Cracovia nazista: 
un libro per non dimenticare"

Da oltre vent’anni cerca di trasmettere l’amore per l’estro e la creatività ai bambini della scuola elementare ebraica di Roma. Lavora con pezzi di stoffa, francobolli, bottoni e molto altro ancora. Materiale di scarto che, sotto la sua guida, prende forme sempre nuove e sorprendenti. Nato in Israele, emigrato in Italia per studiare interior design e scenografia, Eran Wolf è un artista consapevole. Ama viaggiare, conoscere nuovi mondi e culture, e nel cuore ha ben chiara anche l’importanza della radici. Per questo ha appena finito di scrivere un libro per ragazzi dedicato alla storia della nonna e di come – assieme alla figlioletta di un anno, sua madre – riuscì a mettersi in salvo dalle persecuzioni nella Cracovia sotto occupazione nazista. “Sono alla ricerca di un editore. Per il momento in Italia, poi in un secondo momento spero di tradurlo anche in ebraico. È un libro adatto per la fascia d’età che va dai 10 anni all’adolescenza. L’idea – sottolinea Wolf – è di intitolarlo I tre diamanti di nonna Miriam”.
La sfida di fare memoria della propria storia familiare (che sul versante est-europeo si snoda tra Polonia, Slovacchia e Ucraina) è scaturita nel momento in cui è mancata la nonna. “Era il 2018, non molto tempo fa. Ho pensato: se non lo faccio io nessuno ne scriverà, nessuno ricorderà. Ho avvertito questa cosa come un obbligo”.

(Nell'immagine: un'opera di Eran Wolf realizzata con materiale di scarto)

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Gli 80 anni del Manifesto di Ventotene
Sono ottant’anni dal Manifesto di Ventotene con cui dal confino Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni diedero forma all’idea di Europa. Il presidente Mattarella ha celebrato l’anniversario sull’isola. Eugenio Colorni, ebreo, sarebbe caduto nel 1944 a Roma durante la Resistenza assassinato dai fascisti della Banda Koch.
Così dal confino fascista sarebbe nata l’Europa. Nell’anno più buio della guerra, quando sembrava che la vittoria nazista fosse certa, mentre iniziava lo sterminio degli ebrei. Il Manifesto fu diffuso fuori dal confino dalla moglie di Colorni, Ursula Hirshmann, profuga ebrea tedesca. Così, ad opera anche di due ebrei, nella notte dell’Europa rinasceva la speranza.
Anna Foa
Oltremare - Dolce e amaro
In ebraico si usa un’espressione, per descrivere la complessità o gli estremi inclusi nella vita stessa: “Ha-dvash ve ha-oketz”, cioè il miele e la puntura dell’ape, due cose che possono essere presenti contemporaneamente, la seconda causata dalla prima. Per rovinare la poesia dell’immagine potrei dire che in italiano diremmo “l’hai voluta la bicicletta? e allora pedala!” ma il concetto non è del tutto coincidente perché non è per nulla detto che per godersi il dolce del miele ci si debba per forza far pungere dall’ape: l’ape la si può seminare, correndo molto veloci o – a voler esser saggi – trovando il modo di proteggersi.
Daniela Fubini
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Storie di Libia - Yoram Arbib
Yoram Arbib, ebreo nato in Libia, apparteneva ad una famiglia ebraicamente molto osservante. Il padre Lillo era molto attivo nella difesa dei diritti civili e comunitari della collettività ebraica. La madre era figlia di Eugenio Nahum, proprietario terriero che dava lavoro a molti arabi.
 
David Gerbi
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Italia, Israele e l'identità
Il sionismo, nel tempo, ha dato un focolare nazionale al popolo ebraico, ma non era nato “contro” la diaspora. Si può continuare ad essere buoni ebrei in golà, ma si può scegliere anche l’opzione Israele. Il sionismo non è quindi la soluzione del problema identitario ebraico, visto che anche solo teoricamente si può passare da ebrei minoranza in Italia o negli Stati Uniti ad ebrei minoranza in Israele.
 
Dario Coen
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Pagine Ebraiche 24, l'Unione Informa e Bokertov sono pubblicazioni edite dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L'UCEI sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Le testate giornalistiche non sono il luogo idoneo per la definizione della Legge ebraica, ma costituiscono uno strumento di conoscenza di diverse problematiche e di diverse sensibilità. L’Assemblea dei rabbini italiani e i suoi singoli componenti sono gli unici titolati a esprimere risoluzioni normative ufficialmente riconosciute. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo comunicazione@ucei.it Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: comunicazione@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio "cancella" o "modifica". © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.
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