Parlare adesso

Sta bluffando, Israele? Oppure fa sul serio e nel giro di poco tempo, forse qualche settimana, gli arerei con la stella di Davide si alzeranno a bombardare i siti in cui l’Iran sta completando il suo armamento nucleare? Tutti quelli che hanno a cuore lo Stato di Israele o che in generale si occupano della situazione in Medio Oriente, non possono non porsi la domanda. Che ci sia ancora una dimensione politica (cioè la possibilità di un bluff) nella situazione attuale, lo fa pensare il livello assolutamente insolito di comunicazione intorno al possibile bombardamento: non solo Netanyahu e Barak ne parlano spesso, ma lo fanno anche oppositori di alto livello istituzionale, giornali, ex responsabili della sicurezza – di solito per negarne l’opportunità, che è anche un modo di confermarne la possibilità. Se l’operazione fosse davvero decisa e imminente, non se ne dovrebbe parlare più, come accade di solito in queste cose, ed è sempre accaduto in Israele. Lo stesso Netanyahu dice di non aver deciso.
Allora perché parlarne con tanta insistenza e pubblicità? Se bluff c’è, cioè se questi discorsi servono come pressione politica, esso può servire ormai solo per tentare un’ultima possibilità di coinvolgere gli Stati Uniti nelle operazioni militari per bloccare l’atomica iraniana. Ma l’indisponibilità americana è stata marcata in molti modi, dal silenzio sul tema (e su Gerusalemme, e sulle frontiere sicure e sul terrorismo di Hamas) nella piattaforma elettorale di Obama, al ridimensionamento delle manovre militari congiunte previste fra Usa e Israele; dalla dichiarazione diretta del capo di stato maggiore americano (“non sarò complice dell’attacco israeliano” – sì, la parola usata è proprio “complice”), alle voci circolate su assicurazioni indirette fornite dagli Usa all’Iran attraverso due paesi europei, fino alle continue fughe di notizie da fonti americane su piani di guerra e altri dettagli segreti.
Il bluff, o si preferisce la pressione politica, sembra dunque non funzionare. D’altro canto Israele non può vivere con il ricatto di un attacco nucleare iraniano sulla testa, perché anche solo una bomba atomica che penetrasse le barriere difensive e arrivasse nel centro del paese farebbe danni irreparabili; né potrebbe più difendersi in maniera convenzionale, dopo la distruzione della sua deterrenza che verrebbe da un’atomica iraniana lasciata fabbricare senza reazioni. L’accumulo di discorsi sull’attacco, se non fosse seguito dai fatti, ferirebbe profondamente la credibilità militare israeliana e dunque la sua sicurezza. Dunque è possibile e persino probabile che prima o poi, forse nelle prossime settimane, un attacco israeliano ai siti nucleari dell’Iran avvenga davvero, con tutte le conseguenze che ne seguiranno inevitabilmente: attacchi terroristici di Hamas e Hezbollah, reazioni israeliane che porteranno la guerra in Libano e a Gaza, attacchi arabi su altri fronti ecc. Nessuno può sapere né quando né come e neppure se l’attacco avverrà davvero, ma diciamo che negli ultimi quarant’anni – assai più pacifici per Israele dei precedenti, perché al riparo della deterrenza militare – non si è mai stati così vicini allo scoppio di una nuova grande guerra in Medio Oriente.
Penso che l’ebraismo italiano dovrebbe riflettere su questa prospettiva. Non per esprimersi sulle sue ragioni o per fare appelli per una soluzione, cosa che non ci spetta per ruolo e per competenza e su cui le possibilità sono molto scarse, ma per preparare la solidarietà a Israele e per difendere noi stessi. E’ chiaro che fra le conseguenze probabili del conflitto ci sarebbe una recrudescenza di attacchi verbali e politici e forse anche pratici contro Israele e contro gli ebrei (che il mondo islamico non distingue affatto) in tutto il mondo e probabilmente anche in Italia.
Io credo che dobbiamo fare uno sforzo di chiarezza adesso, prima che l’eventuale attacco avvenga: dobbiamo cercare di spiegare all’opinione pubblica che minacci rappresenti un’arma atomica puntata su un paese molto piccolo come Israele, e quanto il regime che governa l’Iran abbia riaffermato le sue intenzioni di distruggere “l’entità sionista” con la forza, e dunque la volontà di usare le armi atomiche che riuscisse a costruire. Dobbiamo spiegare come una difesa preventiva, rispetto a un’arma assoluta come quella nucleare in mano a un gruppo di fanatici assassini antisemiti, sia la sola tattica possibile. Questo è un punto su cui concordano tutte le forze politiche israeliane, anche quelle che obiettano sui tempi di un’eventuale operazione e sulla sua fattibilità senza l’aiuto americano.
Insomma, dobbiamo parlare ora, cercare di chiarire e di spiegare, prima di tutto al mondo ebraico, che forse non ha capito interamente il rischio, poi ai nostri amici e all’opinione pubblica in generale. Tacere, sperando che il tempo risolva i problemi, raramente è saggio; in questo caso sarebbe semplicemente sbagliato e pericoloso. Diciamo ora che stiamo per Israele e per quali ragioni tutte le persone che hanno a cuore la democrazia e anche la pace dovrebbero esserlo. Facciamo appello alla ragione, alla capacità di distinguere, al calcolo delle conseguenze, spieghiamo che un pacifismo indiscriminato in certi casi (rispetto a Hitler come ad Ahmadinedjad) sia solo una forma di complicità. Chiediamo la solidarietà dell’Italia. Agiamo ora, subito, spieghiamoci quando possiamo far intendere con pacatezza le nostre ragioni e quelle di Israele.

Ugo Volli – twitter @UgoVolli

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