La discussione sulla funzione del Giorno della memoria, com’era prevedibile, ha preso corpo, soprattutto dopo alcuni autorevoli interventi. Più in generale, essa sembra preludere non ad una riconsiderazione polemica dei saperi e dell’insieme delle conoscenze che chiamiamo, più o meno propriamente, «memoria», bensì ad una valutazione critica e problematizzante sulla funzione sociale della trasmissione dell’esperienza e del ricordo di essa. È fuor di discussione il fatto che necessitino momenti in cui adoperarsi in tal senso. E da questo punto di vista, pur con tutti i rischi del ritualismo di circostanza che a ciò si accompagna, l’istituzione di una ricorrenza periodica assolve comunque ad un diritto civile, prima ancora che ad un qualche obbligo, a patto che questo si vissuto con convinzione, partecipazione, immedesimazione e non per mero vincolo. Dopo di che, rimane aperto il grande problema dei destinatari, oltre che del contenuto della comunicazione, che non può ridursi ad esercizio ripetitivo, questo altrimenti sì rituale e in sé vuoto. Un aspetto che forse è stato meno colto – e con il quale però i dati di fatto ci obbligano a fare comunque i conti – è che sempre più spesso, tanto più se ci si rivolge al mondo della scuola (come lo stesso dispositivo istitutivo della legge richiama), ci si trova ad interagire con un ambito multiculturale, dove ciò che noi andiamo a dire si confronta con i depositi di ricordi, i pensieri, le convinzioni presenti in una popolazione composta da persone le cui origini non sono per nulla uniformi e assimilabili a quelle autoctone. In Italia la questione è forse ancora meno sentita ma in altri paesi europei, dove l’immigrazione e l’insediamento di comunità allogene è un fatto corposo, nonché di più lungo periodo, la questione è all’ordine del giorno. Nelle classi le dinamiche che si innescano rispetto ai temi della deportazione e dello sterminio sono quindi depositarie anche di questo aspetto, che a volte fa assumere piegature imprevedibili ed esiti non sempre scontati, quindi gestibili, al racconto di una esperienza, così come di una storia, che non è percepita come patrimonio comune. Un problema non da poco, poiché il patto di cittadinanza si basa invece anche sulla condivisione, pur nella diversità identitaria di cui ogni individuo è espressione, del sentire il passato come un racconto che interpella tutti. La coscienza civile e la moralità sociale si basano su un codice che lega persone distinte, trovando una sorta di filo rosso, un tracciato che, senza omologare, tuttavia parla a tutti di qualcosa che è avvertito come interrogativo che chiama obbligatoriamente in causa l’intera comunità. È quel «noi» plurale, senza il quale non esiste neanche l’«io» individuale. In più di una circostanza, invece, le cose sembrano capovolgersi. La memoria dello sterminio è rielaborata come il prodotto del particolarismo identitario dell’«Occidente», una sorta di dispositivo di dominio culturale, di cui sarebbe titolari, non a caso, gli ebrei, e la cui funzione sarebbe quella di occultare i veri meccanismi di potere oggi operanti, depistando la collettività e obbligandola all’eterna deferenza nei confronti delle vittime di un passato ricostruito ad arte. Si tratta di un discorso che istituisce una vera e propria falsa coscienza, e che tuttavia appaga chi lo fa proprio, convinto di avere trovato la chiave attraverso la quale comprendere non solo ciò che è stato ma anche e soprattutto un presente dove gli interessi – e i gruppi che si muovono intorno ad essi – sarebbero occultati. Inutile ricordare che questo meccanismo, in sé inautentico ma più diffuso, nel giudizio di senso comune, di quanto non si vorrebbe credere, sia uno dei pilasti del negazionismo. Poiché pur essendo anche così esso tuttavia fuoriesce dalla retorica, più o meno prevedibile, della mera negazione, per definirsi come verità altra, come contro-storia, come disvelamento dell’inconfessabile. Su questa dinamica cala poi come una sorta di cappa di piombo l’eterno ripetersi, nell’immaginario collettivo, dei velenosi effetti del conflitto israelo-palestinese. Che inquinano ogni spazio della comunicazione pubblica. Scomponendo, sovrapponendo, decontestualizzando, mescolando ruoli ed immagini. Una vera fucina di cliché e stereotipi. Sempre più spesso, quindi, ci si dovrà confrontare anche con questo sfondo grigio, che spesso tende a farsi cupo e quindi nero. La capacità di compiere buona formazione al riguardo rinvia quindi a quest’ultimo nodo. Che sta diventando un transito tanto problematico quanto irrinunciabile.
Claudio Vercelli
(2 febbraio 2014)