La riflessione aperta dal rav Di Segni
Halakhah e maternità surrogata
Il rabbinato italiano a confronto

Schermata 2016-03-03 alle 14.50.48L’intera società italiana è attraversata in queste settimane da un vivace confronto che investe politica, intellettuali e opinion leader sul tema della maternità surrogata, con riferimento in particolare al cosiddetto “utero in affitto”. Quale la posizione del rabbinato? Quali i paletti e quali le soluzioni individuate dalla Halakhah, la Legge ebraica?
Una materia estremamente complessa, trattata dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni in una articolata riflessione che apre il notiziario settimanale Sheva-Idee di Pagine Ebraiche pubblicato questo mattina.
“Nella animata discussione che si sta sviluppando è stata tirata in ballo la matriarca Rachele come modello antico e sacro di una maternità surrogata. È il caso di discutere se e quanto questo accostamento sia lecito” osserva il rabbino capo.
“Il paragone con la maternità surrogata starebbe nel fatto che una donna che non riesce ad avere figli ricorre a un’altra donna per averli. Ma fino a che punto il paragone regge?” si chiede rav Di Segni, rivolgendosi ai frequentatori “casuali” del testo biblico (che tra gli altri ignorano l’esistenza di un precedente in Sara, moglie di Abramo, nonno di Giacobbe).
Un accostamento appare però difficile, anche in considerazione della diversità delle epoche e dei modelli sociali. Scrive infatti il rav: “Le persone che vengono usate per questo ‘esperimento’ biologico sono delle serve, quindi persone non libere e con le quali, secondo il diritto biblico, non era lecito il rapporto sessuale con il padrone. Sia Rachele che Sara, introducendo nel letto del marito un’estranea non libera, sanno di fare qualcosa che costerà loro cara in termini affettivi e di rapporti gerarchici, e lo fanno solo perché sono disperate”. Le serve, a loro volta, in cambio della loro prestazione biologica, “cresceranno di grado diventando mogli”. La Bibbia e la successiva tradizione rabbinica hanno tollerato l’istituto della schiavitù, riflette il rav, “ma con un sistema giuridico di tutela e protezione assolutamente innovativo rispetto alle culture coeve”. Ma oggi – si legge ancora – “a nessuno nell’ebraismo verrebbe in mente di riproporre un rapporto di schiavitù”. Se si fanno confronti tra maternità surrogata e storia di Rachele e Sara, per dire che c’è un precedente che la giustifica, andrebbe così tenuto ben chiaro “che si tratta di sfruttamento di persone non libere”. Il che non sarebbe un bel modo “per giustificare moralmente una procedura attuale”.

rav gds“Certamente non sono pratiche incoraggiate dalla Halakhah. Il rabbinato però deve tenere conto del fatto che esse vengono messe in atto e bisogna quindi risolvere tutta una serie di problemi riguardo ai figli. Non vi sono soluzioni preconfenzionate e univoche, tali da adattarsi universalmente alle diverse situazioni. Ogni caso richiede una valutazione a parte. Ogni caso porta con sé interrogativi e possibili soluzioni halakhiche” dice il rav Gianfranco Di Segni, biologo e coordinatore del Collegio Rabbinico Italiano. In particolare, osserva il rav, si pone il problema di chi debba essere considerata “madre”: quella genetica o quella che partorisce (la madre surrogata)? O forse tutte e due? La questione si pone per diversi aspetti: per esempio, riguardo al divieto di incesto con eventuali altri figli e figlie di una o entrambe le madri; o per la questione della ebraicità dei figli, che come è noto segue la madre (“è ebreo chi nasce da madre ebrea o si converte all’ebraismo secondo la Halakhah”); o anche riguardo al Quinto Comandamento, “Onora tuo padre e tua madre”: quale delle due madri si ha l’obbligo di onorare?

levi“Non c’è un’ostilità preconcetta – dice rav Joseph Levi, rabbino capo di Firenze – ma è fondamentale valutare caso per caso. L’Halakhah prescrive infatti come modello ideale di famiglia una coppia che riesca a generare un figlio e una figlia. Nel caso in cui questo non avvenga, per i motivi più disparati, allora si rende possibile il ricorso ad altre strade. Ma l’estrema varietà delle situazioni umane esclude giudizi decretati a priori. Bisogna andare a fondo di ogni singola vicenda”.

somekh“Una delle mitzvot (doveri) più importanti per un ebreo è la procreazione. Una pratica come quella della maternità surrogata rappresenta una soluzione alternativa, non certo la prima scelta. Quindi non mi entusiasma, anche alla luce delle molte sfumature che la caratterizzano. Da un punto di vista ebraico, c’è infatti da chiedersi chi sia realmente la madre e ancora si aprono molte questioni inerenti la consanguineità o l’eventuale conversione del bambino o della bambina. Temi spinosi – riflette rav Alberto Somekh – su cui da tempo il rabbinato dibatte”.

di martino“L’ebraismo è abbastanza permissivo sulle pratiche extrauterine, non mancando però di porre alcuni limiti” conferma il rabbino capo di Trieste, rav Eliezer Di Martino. Nell’arco delle opzioni inammissibili, dice il rav, l’azione a favore di coppie composte da persone dello stesso sesso. “In questo caso è chiaro che si tratta di un sotterfugio”.

Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked

(3 marzo 2016)

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