NAPOLI

“La Memoria nelle mani” in mostra all’archivio di Stato

“La Memoria nelle mani” in mostra all’archivio di Stato

Rende omaggio a una grande storia imprenditoriale, una storia anche ebraica, la mostra documentaria “La Memoria nelle mani” allestita all’archivio di Stato di Napoli. Al centro dell’iniziativa ci sono le vicende di due aziende, la società “Samia” (1931-1972) e la ditta individuale “Sandro Temin” (1972-2022) nata in continuità con la prima. Per oltre 90 anni, entrambe hanno rappresentato un’eccellenza nel guanto artigianale, affrontando nel primo scorcio di esistenza la persecuzione antisemita del fascismo per via dell’identità ebraica dei suoi protagonisti.
Fondata nel 1931 a Ferrara dai fratelli Fabio e Manlio Temin, il primo era il padre di Sandro, l’attività della Samia si sviluppò con l’apertura di due laboratori a Padova, altrettanti punti vendita a Venezia e la creazione di un polo produttivo a Napoli nel 1935, destinato a diventare il principale centro operativo. Tra guanti, lettere, documenti aziendali e strumenti di lavoro, all’archivio di Stato (dove i beni donati dalla famiglia Temin saranno visibili ancora vari mesi, per poi girare l’Italia e diventare infine patrimonio archivistico) ci si può imbattere nei verbali delle assemblee dell’epoca del fascismo. In uno del 1942, come racconta Sandro, già presidente della Comunità ebraica locale, ecco apparire quello che definisce un «capolavoro di ipocrisia»: il verbale è infatti redatto da un notaio che conosceva molto bene sia il papà e lo zio, i quali in quel periodo non potevano però apparire tra i soci e gli azionisti della Samia in quanto ebrei ed erano così riusciti a farsi rappresentare da dei prestanome. Pur essendo a conoscenza di tutto ciò, il notaio scrive di essere «certo dell’identità personale dei comparenti, tutti cittadini italiani di razza ariana».


Non tutte le imprese guidate da ebrei ressero l’urto dell’antisemitismo in camicia nera, ma la Samia sì perché, racconta Sandro, i fratelli Temin capirono subito, nell’autunno del 1938, la necessità di «arianizzare l’azienda» e per questo chiesero aiuto ai prestanome sopracitati, un nome segnalato in particolare è quello dell’avvocato Scipione Rossi, «grazie alla cui generosità hanno potuto continuare l’attività fino alla cessazione delle leggi razziste, senza subire contraccolpi» e siccome Napoli riuscì a liberarsi prima di altre città italiane grazie alle Quattro Giornate del settembre del 1943 «poterono ritornare in possesso delle loro azioni già nel dicembre di quell’anno». La sede napoletana dell’azienda fu invece requisita prima dalle Regie Poste Italiane e poi dalle truppe alleate, per essere restituita ai legittimi proprietari soltanto nel 1946. Ancora oggi, sottolinea Sandro, «guardando il portone sul muro a destra c’è una targa tonda, di circa 40 centimetri di diametro, con l’indicazione “Guanti Titanico: io chiamo questo tondo il monumento all’imbecillità». La storia, in breve, è questa: il marchio scelto dai fondatori era “Guanti Titanic”. Niente di strano in apparenza. Dopo un po’, però, «le autorità fasciste decisero che questo nome Titanic sapeva di straniero e si doveva italianizzare, e così fu imposto di correggerlo in “Titanico”: chissà in 80 anni quante volte quel pezzo di muro sarà stato dipinto, intonacato e quant’altro, ma quella targa è rimasta tenace sempre lì a testimoniare le ossessioni di un’epoca». Bene, conclude Temin, è ancora lì…

a.s.

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