DEBRECEN

Progetto Davka in trasferta tra bagitto e Brahms

Progetto Davka in trasferta tra bagitto e Brahms

Situata vicino al confine con Romania e Ucraina, crocevia ancora oggi di molti destini, Debrecen è la seconda città più popolosa d’Ungheria e la casa ancora oggi di una piccola comunità ebraica. Due sinagoghe sopravvivono delle molte esistenti al tempo della Shoah e in quella ortodossa è in svolgimento in questi giorni un festival musicale con la partecipazione di artisti locali e internazionali e di un ospite in arrivo dall’Italia: si tratta della formazione “Progetto Davka” fondata e animata dal romano Maurizio Di Veroli, che si esibirà domenica 31 maggio con una parziale rivisitazione balcanica e centro-europea del concerto-spettacolo “La cantica del mare”, ispirato alle vicende dell’Esodo e in particolare all’attraversamento delle acque del Mar Rosso come momento di passaggio dalla schiavitù alla libertà e di formazione di una identità di popolo. «È un festival molto importante e la nostra presenza nasce grazie all’iniziativa dell’Accademia d’Ungheria in Italia, che ci ha presentati al vicesindaco di Debrecen», sottolinea Di Veroli. «Con l’occasione proporremo un viaggio lungo le coste del Mediterraneo, integrandolo con delle incursioni locali: nel repertorio abbiamo inserito tra gli altri un medley di Purim cantato in bagitto con all’interno pezzi delle “Danze ungheresi” di Johannes Brahms, e poi un popolare canto ebraico ungherese che si intitola “Szól a kakas már” e che, attraverso la metafora di un gallo che canta, annuncia il ritorno del popolo ebraico a Sion». A Debrecen, racconta, «c’è grande attenzione per la musica klezmer e yiddish e noi cercheremo di soddisfare pure questo bisogno». E in Italia? “Progetto Davka” è impegnato da vari anni nella divulgazione della cultura ebraica, che ha rappresentato in molti contesti con generale apprezzamento. «Oggi però è tutto più difficile, ogni proposta costa una fatica enorme ed è difficile uscire dall’ambiente ebraico», ammette Di Veroli. «Noi però non ci diamo per vinti e continuiamo a lavorare sui rapporti umani affinché non si perdano il lavoro fatto e le relazioni costruite».

a.s.

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