CINEMA

Erika Mann e l’orrore vecchio, più chiaro di quello nuovo

Erika Mann e l’orrore vecchio, più chiaro di quello nuovo

A Cannes, nel 2026, l’Europa torna ancora una volta ai propri fantasmi: Paweł Pawlikowski con Vaterland riporta in primo piano la Germania del dopoguerra. Sandra Hüller interpreta Erika Mann, figlia di Thomas Mann, scrittrice, attrice, intellettuale in esilio, Lars Eidinger veste invece i panni di un funzionario della macchina persecutoria nazista. Il cinema europeo continua a mettere in scena gli anni Trenta e Quaranta come se vi cercasse una leggibilità morale del male che il presente non offre più. È più una forma di nostalgia epistemologica che memoria. Nel mondo del Terzo Reich, o almeno nella ricostruzione retrospettiva che l’Europa ama fare di se stessa, il male è identificabile: uniforme, gerarchia, violenza, simboli inequivocabili. Il presente al contrario è opaco: l’odio contemporaneo raramente si dichiara come odio, preferisce travestirsi da emancipazione e da lessico dei diritti. Il nazismo storico finisce per diventare, paradossalmente, più rassicurante del contemporaneo: lo si può riconoscere senza esitazione, condannare senza rischio, rappresentare senza implicazione. Per decenni l’Europa ha costruito una memoria pubblica della Shoah fondata sull’idea che il ricordo avrebbe immunizzato le società democratiche. Era una speranza forse necessaria dopo il 1945, ma si è rivelata profondamente illusoria: la memoria non produce anticorpi morali automatici. Produce piuttosto, nel migliore dei casi, fragilità della coscienza. La Shoah non è stata l’irruzione del barbarico contro la civiltà europea, è stata un prodotto interno della civiltà europea stessa. È nata dentro università, ministeri, orchestre, codici giuridici, giornali raffinati, conversazioni borghesi. Hannah Arendt ne ha colto la brutalità: il male moderno coincide con l’amministrativo, il conformista, il linguisticamente sterilizzato, non con il mostruoso. Molta estetica memoriale contemporanea appare insufficiente, o peggio: consolatoria. Il cinema europeo ama raccontare la Shoah quando può organizzarla in una drammaturgia riconoscibile di vittime, carnefici e salvatori morali, ma il grande cinema ebraico del trauma è quasi sempre anti-retorico. Claude Lanzmann in Shoah vuole la persistenza del trauma nel presente, il collasso del linguaggio davanti all’evento. László Nemes ne Il figlio di Saul spezza deliberatamente la pornografia visiva. L’orrore non deve diventare immagine consumabile. La macchina da presa resta aderente ai volti senza concedere distanza, e tutto ciò che accade attorno arriva solo in forma indiretta: suoni, frammenti, una presenza laterale, fuori campo. La storia è un’esperienza incompleta, la riduzione del campo visivo diventa una forma etica. Jonathan Glazer lavora su una contiguità radicale, in La zona di interesse la violenza è vicina ma non viene mostrata: una casa perfettamente ordinata e una vita domestica stabile accanto a un campo che non entra mai nelle immagini. Non c’è rottura tra interno ed esterno, tra normalità e sistema di annientamento esiste solo prossimità. La violenza è coesistenza. Erika Mann è una figura reale: figlia di Thomas Mann è stata voce dell’esilio antifascista tedesco e della coscienza europea dell’esilio. Il suo ritorno sullo schermo rimanda a una figura quasi scomparsa: l’intellettuale europeo capace di comprendere che la civiltà può disfarsi dall’interno. L’esilio europeo del Novecento è perdita di lingua, patria, pubblico, perdita di continuità biografica. Joseph Roth muore alcolizzato a Parigi, Walter Benjamin si suicida a Portbou, Stefan Zweig attraversa il mondo come un uomo già postumo. L’ebraismo europeo moderno porta dentro di sé una consapevolezza terribile: le culture possono suicidarsi conservando intatta la propria raffinatezza. L’Europa oggi tende a trasformare la memoria ebraica in pedagogia civile permanente, ma l’ebraismo novecentesco non è nato per rassicurare le democrazie occidentali sulla propria bontà, è nato dentro l’esperienza dell’appartenenza non-garantita. Freud lo sapeva. Kafka lo sapeva. Benjamin lo sapeva. L’ebreo europeo anche quando si assimilava del tutto restava esposto alla possibilità dell’espulsione simbolica; e la modernità ebraica europea è inseparabile da questa instabilità ontologica. Ed è questo che il presente torna a rendere visibile. Dopo il 7 ottobre una parte significativa degli ebrei europei ha percepito qualcosa che la cultura continentale non ha ancora davvero elaborato: la rapidità con cui l’ebreo può tornare a essere figura problematica della coscienza europea. Non necessariamente attraverso il vecchio antisemitismo razziale, ma tramite un nuovo sistema simbolico in cui l’ebreo viene identificato con il privilegio occidentale, il colonialismo, la violenza globale. È un antisemitismo colto, universitario, internazionalista, convinto di parlare il linguaggio dell’emancipazione ed è proprio questa sua sofisticazione morale a renderlo difficile da nominare. Il problema, allora, non è che il cinema europeo torna ossessivamente al nazismo. Il problema è che vi torna come a un archivio stabile del male mentre il presente gli sfugge. L’Europa continua a rappresentare magnificamente la propria colpa storica ma sembra molto meno capace di riconoscere le proprie nuove zone di cecità. La memoria della Shoah viene celebrata ovunque mentre la condizione ebraica contemporanea torna a caricarsi di isolamento, cautela, doppio linguaggio, autocensura. George Steiner ricordava che gli alberi di Goethe e le camere a gas appartengono alla stessa civiltà, smontando l’illusione che cultura e barbarie siano incompatibili. Raffinatezza estetica e violenza storica non appartengono a ordini incompatibili, la cultura non è esterna alla distruzione, e la distruzione non è una sua regressione: condividono spesso lo stesso spazio storico, lo stesso linguaggio, talvolta la stessa grammatica amministrativa. Erika Mann riapre una domanda scomoda: cosa coglie per primo un esiliato che le società stabili rifiutano ancora di vedere? Con quanto anticipo siamo in grado di vedere il cerchio che si stringe? Una società può continuare a produrre cultura, eventi pubblici, può continuare a usare il linguaggio dell’apertura e del pluralismo e, allo stesso tempo, restringere il perimetro di chi può parlare, apparire, circolare? E manifestare? La nostra civiltà è in grado di riconoscere la barbarie quando arriva col volto della normalità, o addirittura dei diritti?

Ada Treves

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