A Parigi, al Musée d’Orsay, una nuova sala espone opere che forse nessuno verrà mai a reclamare. Renoir, Degas, Rodin, Cézanne: dipinti e sculture entrati nella storia dell’arte europea e insieme sospesi in una storia incompleta, quella delle spoliazioni naziste delle collezioni ebraiche durante la Shoah. Per Eliana Jordan, su The Jewish Chronicle, il titolo scelto dal museo, ossia «A chi appartengono queste opere?», evita il tono monumentale della commemorazione e mette invece al centro una domanda concreta, quasi amministrativa, che però attraversa tutta la vicenda europea del dopoguerra: cosa accade agli oggetti quando i loro proprietari sono stati deportati, assassinati, dispersi? Sono circa centomila le opere che furono saccheggiate dai nazisti durante la guerra. Sessantamila vennero recuperate fra Germania e Austria alla fine del conflitto per essere, nella maggior parte dei casi, restituite ai proprietari o ai loro eredi. Ma migliaia di lavori rimasero senza una provenienza accertabile. Molti furono venduti dallo Stato francese negli anni Cinquanta; altri, circa 2.200, entrarono nel sistema dei Musées Nationaux Récupération, custoditi dai musei francesi in attesa di eventuali restituzioni. L’Orsay ne conserva oggi 225. Negli ultimi trent’anni soltanto 15 sono stati restituiti, e la nuova galleria nasce proprio dall’ammissione di una questione irrisolta. Le opere vengono esposte a rotazione, una dozzina per volta, mentre un gruppo di ricercatori continua a cercare di ricostruirne la provenienza. Alcune portano con sé traiettorie documentate, per altre restano lacune archivistiche, passaggi opachi, vendite forzate, attribuzioni controverse. Un Degas apparteneva al collezionista ebreo Fernand Ochsé, assassinato ad Auschwitz nel 1944; un trittico di Puvis de Chavannes era destinato al museo immaginato da Hitler a Linz; un paesaggio attribuito a Cézanne fu dichiarato falso da un curatore del Louvre per impedirne il ritorno sul mercato, ma studi recenti ne hanno rimesso in discussione l’autenticità. Ogni scheda assomiglia a un fascicolo aperto: il museo ha scelto di rendere visibile anche questo: non solo i quadri, ma la fragilità della loro storia. Annick Lemoine, presidente del Musée d’Orsay, ha ricordato che dietro ogni opera si trovano «vite spezzate, vite sconvolte, distrutte dalla violenza del regime nazista». Una frase che segnala uno spostamento importante: per molto tempo i musei europei hanno trattato queste opere soprattutto come problemi patrimoniali o giuridici; qui diventano invece oggetti che conservano una memoria incompleta, non risolta dalla sola esposizione pubblica. La Francia arriva tardi a questo confronto con il proprio passato di collaborazione e complicità, e che oggi un grande museo dedichi una sala permanente a opere senza proprietario identificato non significa che il problema sia stato risolto. Significa piuttosto che l’assenza è diventata impossibile da nascondere dentro le collezioni permanenti, dove molti di questi lavori erano rimasti per decenni quasi indistinguibili dagli altri, salvo piccole etichette viola. La domanda del titolo continua dunque a rimanere aperta. A chi appartengono queste opere? Ai musei che le custodiscono, agli eredi che forse non verranno mai trovati, alla storia europea che le ha prodotte e poi disperse? Il Musée d’Orsay non ha risposte, ha scelto di esporre le domande.
(Nell’immagine, Eugène Boudin, Normanne che stendono il bucato su una spiaggia, 1865
Musée d’Orsay, Opera ritrovata in Germania dopo la Seconda guerra mondiale e affidata alla custodia dei musei nazionali nel 1950 © RMN-Grand Palais, Musée d’Orsay / Stéphane Maréchalle)
ARTE E MEMORIA
Molte domande dalla mostra di opere spoliate al Museo d’Orsay