STORIA

Quell’eroe del sionismo forgiato in Giappone

Quell’eroe del sionismo forgiato in Giappone

Nel pantheon del primo sionismo Yosef Trumpeldor occupa un posto quasi mitologico: il combattente di Tel Hai, l’uomo che sosteneva che «è bello morire per la nostra patria», il veterano con un braccio solo trasformato in simbolo dell’autodifesa ebraica. Eppure una parte decisiva della sua formazione politica e umana si svolse lontano dalla Galilea e persino lontano dall’Europa, in un campo giapponese per prigionieri di guerra durante il conflitto russo-giapponese del 1904-1905. È questa traiettoria inattesa, romanzesca, che un recente saggio pubblicato da Aish ricostruisce seguendo Trumpeldor attraverso la sconfitta dell’esercito zarista, la prigionia in Giappone e la maturazione di una concezione del sionismo fondata insieme sulla disciplina collettiva, sull’organizzazione sociale e sull’autonomia ebraica. Nato nel Caucaso nel 1880, Trumpeldor cresce in un ambiente segnato da una doppia tensione: lealtà allo Stato russo e orgoglio ebraico. Parla russo più che yiddish, legge Tolstoj, aderisce in gioventù a convinzioni pacifiste e vegetariane, ma conosce presto anche le restrizioni antiebraiche dell’impero. Respinto dal ginnasio per il numerus clausus, studia odontoiatria e nel frattempo si avvicina al sionismo, nato attorno al congresso di Basilea. Quando viene arruolato nell’esercito russo, decide di non sottrarsi al servizio militare: non vuole che l’astensione venga interpretata come codardia ebraica. Durante l’assedio di Port Arthur si distingue per coraggio nelle unità speciali incaricate delle missioni più rischiose. Ferito gravemente, perde il braccio sinistro ma rifiuta il congedo e chiede di tornare al fronte. In una lettera ai genitori scrive: «Spero che anche con una sola mano riuscirò nella vita più di quanto altri riescano con due». La guerra termina con la disfatta russa e Trumpeldor viene deportato insieme a migliaia di soldati nei campi giapponesi per prigionieri. È lì che avviene la trasformazione più significativa. Nel campo incontra per la prima volta ebrei provenienti da regioni molto diverse dell’impero zarista: lituani, polacchi, ucraini. Molti sono stati arruolati contro la propria volontà, parlano yiddish, portano con sé esperienze dirette di discriminazione e povertà. Trumpeldor organizza allora una struttura comunitaria: casse di mutuo soccorso, laboratori professionali, una biblioteca, corsi di alfabetizzazione, attività culturali e perfino una compagnia teatrale. Ottiene dalle autorità giapponesi pane azzimo per Pèsach, rotoli della Torah, e la possibilità di celebrare funerali ebraici secondo la tradizione. Nel campo nasce anche una organizzazione sionista, i «Figli di Sion nella prigionia giapponese», che raccoglie fondi per il Keren Kayemet, per scuole e biblioteche ebraiche in Eretz Israel e mantiene contatti con il movimento sionista europeo. Trumpeldor dirige inoltre un giornale bilingue, in yiddish e russo, dedicato alla rinascita nazionale ebraica. L’esperienza della prigionia giapponese assume così una forma paradossale: dietro il filo spinato si sviluppa una delle prime esperienze collettive di organizzazione proto-sionista moderna. Colpisce anche il rapporto con i giapponesi. Secondo la ricostruzione proposta da Aish gli ufficiali del campo vedono in Trumpeldor una figura vicina all’etica del bushidō: disciplina, lealtà, autocontrollo, sacrificio personale. Non un prigioniero sconfitto ma una sorta di «samurai ebreo», definizione che il testo utilizza per indicare un riconoscimento reciproco fra culture politiche molto diverse. Tornato in Russia dopo il trattato di Portsmouth, Trumpeldor riceve onorificenze militari eccezionali per un ebreo nell’esercito zarista, ma ormai il centro della sua vita è altrove. Nel 1912 emigra in Palestina, lavora nei primi insediamenti agricoli e durante la Prima guerra mondiale contribuisce, con Zeev Jabotinsky, alla creazione dello Zion Mule Corps. Fino a Tel Hai, marzo 1920, quando la sua morte lo trasforma definitivamente in figura fondativa dell’immaginario sionista.

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