Fin dalla nascita bersaglio di guerre e attentati a causa del rifiuto arabo alla sua stessa esistenza, dal 7 ottobre 2023 Israele è sotto attacco senza soluzione di continuità; da quel giorno terribile l’Iran e i suoi proxy (Hamas, Hezbollah, Huthi) hanno dichiaratamente espresso e manifestato con le armi la volontà di distruggerlo. Dopo l’inspiegabile assenza di difesa in cui si è svolto il pogrom di tre anni fa, è stata Tsahal a rendere possibile la sopravvivenza e la ripresa, evitando la catastrofe. Oggi la popolazione israeliana nell’insieme è più sicura, anche se i combattimenti continuano e la Galilea è ancora esposta a missili e droni. La dura, lunga guerra degli ultimi anni è stata dunque indispensabile per mantenere a galla il Paese. Ma se diminuisce l’emergenza militare e fisica, cresce in modo inarrestabile quella mediatica, che coinvolge non solo Israele ma tutto il mondo ebraico in ogni angolo del pianeta: una rappresentazione falsificata ed aberrante, capace di generare una situazione di allarmante aggressività contro ebrei ed ebraismo dalla quale purtroppo lo Stato non riesce a difendersi con efficacia. L’immagine ormai pressoché generalizzata, e purtroppo ampliata all’intero Paese, è quella, perdente, di un incaponirsi selvaggio e crudele del capo del governo, di alcuni suoi ministri estremisti e dell’esercito in una sistematica azione distruttiva contro le strutture e le vite dei civili di nazionalità nemica. Immagine errata, come ci dicono gli stessi continui ordini di evacuazione imposti da Tsahal alle popolazioni coinvolte, prima gazawi ora libanesi: disposizioni pesanti ma spesso salvifiche, anche se non a caso descritte dai media come deportazioni vessatorie.
Purtroppo, però, il dato acquisito dall’informazione (o disinformazione) globale è sempre quello, “devastazioni e uccisioni di massa senza pietà”, tanto che persino Trump ha fatto una scenata telefonica al suo amico Benjamin Netanyahu accusandolo di far naufragare le prospettive di un accordo con l’Iran. La motivazione effettiva degli affondi israeliani, lo sappiamo, è ben altra rispetto alla presunta indole malvagia; è la convinzione, in parte fondata, che occorre sradicare del tutto, con le armi, il terrorismo di stato dell’Iran e il terrorismo di strutture armate islamiste e antisemite come Hamas e Hezbollah.
È vero che la volontà di distruzione totale portata avanti dal terrorismo internazionale costituisce una minaccia esiziale e va distrutta alla base con la forza – e la guerra in questo senso è doverosa -, ma è anche vero che la sola guerra non basta, perché è spesso insostenibile a lungo, perché i nemici sono fortemente e continuamente riforniti e soprattutto meglio di Israele sanno combattere la guerra mediatica. Ed è anche vero che la guerra ormai ossessiva di Israele come unica via di difesa scatena forme che oggi credevamo impensabili di antisemitismo: evoca e risveglia forze ribollenti sotto la superficie che tornano a emergere e crescono senza freno, ovunque.
Ma, soprattutto, è vero che lsraele deve guardare avanti. Il suo futuro deve essere costruire sviluppo in condizioni di pace e di sicurezza. E lo sviluppo va progettato attraverso la pianificazione politica, non può essere figlio esclusivo della difesa/offesa militare che inevitabilmente porta a tensione crescente e a nuovi pericoli.
Insomma, con gli occhi ben aperti sulle perduranti esigenze di difesa e sicurezza, occorre al Paese ritrovare la consapevolezza e il gusto della politica progettuale, quella della diplomazia, della trattativa, della convivenza costruttiva con i vicini: la linea della democrazia messa in pratica, oggi direi la linea dei Patti di Abramo, che sembrano ormai un ricordo del passato o un miraggio.
Forse un cambiamento di rotta non sarà sufficiente per ridare credito internazionale a Israele, che è ormai purtroppo lo Stato più odiato al mondo. L’antisionismo-antisemitismo che cresce su se stesso non può essere arrestato facilmente, poiché un martellamento massmediatico capace di condizionare la psicologia di massa alimenta le sue montature perverse. Probabilmente non potrà mai essere del tutto eliminato, essendo una componente (marcia) radicata nel nostro tempo. Forse sarà possibile smascherarlo, indebolirlo, attenuarne gli effetti. Occorrerà mettere in azione un sistema di contro-informazione specifico per provare a cambiare percorso in modo razionale. Anche questa nuova politica dell’informazione appare urgente, perché il danno di immagine che Israele sta subendo da anni è incalcolabile; e, diciamola tutta, forse non era del tutto inevitabile.
Al di là delle difficoltà e delle incognite massmediatiche, scegliendo di costruire politica Israele riprenderà a progettare per se stessa, a riedificare finalmente sulle cicatrici del 7 ottobre.
David Sorani