In alcune yeshivot l’intelligenza artificiale è già entrata, come strumento di accesso alle fonti: dai motori di ricerca che interrogano database halakhici ai sistemi che aggregano responsa, fino a interfacce che permettono di formulare domande in linguaggio naturale e ottenere risposte immediate con fonti e rimandi. Un utilizzo nato dal basso, informale, che sta modificando soprattutto il primo gesto dello studio: la domanda. Il rabbino Yuval Cherlow, tra le voci più attive in Israele nel campo dell’etica applicata alla tecnologia, in una risposta pubblicata dal centro Tzohar ha scritto: «L’intelligenza artificiale può essere un eccellente compagno di studio… Allo stesso tempo, ci sono due cose che non potrà mai sostituire: me e la mia chavruta». Nel diritto ebraico classico la distinzione è strutturale: nel caso del forno di Akhnai (Bava Metzia 59b) quando una voce celeste interviene per risolvere la disputa halakhica, i saggi rivendicano la loro autonomia di giudizio: «lo bashamayim hi», la Torah non è nei cieli. L’autorità interpretativa è interna al processo umano di discussione, è una teoria dell’autorità. Il rischio, nel contesto ebraico, più che nella correttezza delle risposte prodotte dall’intelligenza artificiale, è la loro accessibilità immediata, priva di attrito interpretativo. Nella tradizione rabbinica la validità normativa di una risposta coincide con il percorso attraverso cui viene costruita: citazione delle fonti, confronto tra posizioni, gestione della controversia, assunzione di una posizione dentro una catena di autorità. L’intelligenza artificiale, anche quando fornisce risposte corrette o ben argomentate, tende a comprimere o eliminare proprio questa dimensione procedurale, restituendo sintesi già composte che non richiedono attraversamento critico né esposizione alla pluralità delle alternative. Ciò che viene meno è la struttura relazionale e conflittuale che costituisce la condizione stessa dell’autorità.
Cherlow insiste su un punto preciso: l’IA può essere uno strumento di studio, ma non può sostituire la relazione della chavruta né il ruolo del decisore rabbinico. Un sistema di intelligenza artificiale può costruire argomentazioni coerenti, può riassumere opinioni, può produrre catene logiche, ma non possiede da’at, non è un soggetto che entra nel circuito della responsabilità. Viene evocato un passaggio talmudico (Sanhedrin 65b), dove si racconta la creazione di una figura umana artificiale tramite combinazioni linguistiche. Ciò che manca alla creatura non è la forma, ma la reciprocità: non risponde in modo relazionale, non produce scambio interpretativo. È linguaggio senza soggetto, risposta senza responsabilità, coerenza senza imputabilità. L’ebraismo è una cultura costruita su testi stratificati, discussioni secolari, archivi enormi di interpretazioni, ma è proprio questa compatibilità a rendere più acuto il rischio di confondere accesso con autorità. Nella Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV dove si ricorda che nel tempo dell’intelligenza artificiale, la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione e si richiama l’urgenza di custodire quella umanità che nessuna macchina potrà mai sostituire. La convergenza con la prospettiva rabbinica è strutturale: il problema non è la qualità delle risposte prodotte dalle macchine, ma la trasformazione del processo che rende una risposta un atto imputabile. Per l’ebraismo un sistema educativo, religioso o giuridico può continuare a chiamare “decisione” qualcosa che non ha più attraversato il conflitto, la lentezza e l’esposizione alla responsabilità?
a.t.