Il sociologo e filosofo Edgar Morin, figura di primo piano della vita intellettuale francese, è morto il 29 maggio all’età di 104 anni. Non ha mai fatto dell’ebraismo una bandiera né una cornice esplicita del proprio lavoro, eppure nella sua opera è forte la traccia di una forma mentis in cui la sedimentazione ebraica non è marginale: è uno stile dello sguardo, una resistenza a chiudere il reale dentro forme semplificate che ne eliminano le contraddizioni. Nato a Parigi come Edgar Nahoum, da una famiglia ebrea sefardita di origine livornese (gli antenati spagnoli erano approdati a Livorno dopo il 1492, poi si erano stabiliti a Salonicco, dove il padre Vidal era commerciante) Morin arriva in Francia già figlio di una stratificazione che non si lascia riassumere. Rimasto orfano di madre a dieci anni, entra nella Resistenza nei primi anni Quaranta, adotta il nome di battaglia Morin e lo mantiene per tutta la vita. Raccontava di essere diventato ebreo «successivamente, nel pericolo», quando il rischio di morte aveva reso concreta un’identità fino ad allora percepita solo come formalità rituale. Dopoguerra, CNRS, dissidenza dallo stalinismo: Morin attraversa il Novecento francese passando per una serie di rotture politiche e teoriche La produzione teorica converge nel ciclo de La Méthode (1977–2004), dove la filosofia della conoscenza diventa resistenza alla semplificazione, al rischio di un mondo reso leggibile proprio perché impoverito. Il “pensiero complesso”, formulato in Introduzione al pensiero complesso (Sperling & Kupfer, 1993; orig. 1990), invece di aggiungersi al repertorio delle scienze ne sposta il punto di equilibrio: conoscere significa separare, ma ogni separazione produce una perdita che il sapere tende a rimuovere per funzionare. La modernità epistemologica si regge proprio su questa rimozione del legame: rende visibile ciò che isola, e invisibile ciò che collega. La “dialogica”, categoria centrale de La Méthode, ne è il punto più netto: ordine e disordine, unità e molteplicità, individuo e sistema non vengono ricondotti a sintesi, vengono mantenuti in tensione attiva. L’ebraismo implicito nella sua forma mentis era però qualcosa che Morin riconosceva e chiamava con una formula precisa: si definiva «post-marrano», figlio di Montaigne e dello Spinoza escluso dell’ortodossia. Una soglia identitaria instabile, non una radice unica. Nei testi autobiografici Mon chemin (Fayard, 2010) e Il mondo moderno e la questione ebraica (Cortina, 2007; orig. Seuil, 2006) – scritto anche come risposta alla vicenda giudiziaria del 2002 quando, dopo la pubblicazione su Le Monde di un intervento intitolato “Israël-Palestine: le cancer”, firmato insieme a Danièle Sallenave e Sami Naïr, Avocats sans frontières e France-Israël intentarono una causa per antisemitismo (la condanna di Morin per diffamazione razziale venne annullata dalla Corte di Cassazione) – la figura del post-marrano designa una coabitazione tra appartenenze diverse senza risoluzione: ebreo e laico, francese e mediterraneo, critico di Israele e nemico dell’antisemitismo senza che nessuna di queste posizioni annulli le altre. La contraddizione è metodo, condizione per il pensiero. Nei Sette saperi necessari all’educazione del futuro (Cortina, 2001) Morin dichiara che ogni conoscenza è traduzione e ricostruzione, che conoscere significa accettare la deformazione come condizione del vero. Salonicco – lingue, imperi, comunità che non si fondono – è l’immagine di questa sovrapposizione: un processo instabile di trasformazione reciproca, sempre accompagnato dalla perdita. Su questo crinale si colloca anche la genealogia con cui Morin stesso si misurava: Spinoza, Montaigne, Cervantes, figure in posizione eccentrica rispetto ai centri della razionalità europea. Il suo sguardo separa senza recidere i legami che la separazione lascia aperti: il pensiero complesso, in Morin, rifiuta la tentazione di rendere il mondo più ordinato semplificandolo fino a cancellarne le contraddizioni. È una posizione difficile perché impedisce di trasformare la complessità in appartenenze nette, e proprio per questo è un lascito scomodo, e prezioso.
Ada Treves