A cento anni dalla sua nascita, il rapporto tra Marilyn Monroe e l’ebraismo continua a suscitare interesse, ben oltre la curiosità biografica. A riportare la cosa al centro dell’attenzione sono stati negli ultimi anni alcuni oggetti che le sono appartenuti, tra cui una menorah ricevuta in dono dagli ex suoceri e venduta all’asta nel 2019 per oltre 112 mila dollari, e un siddur da lei stessa annotato. Tracce materiali della conversione all’ebraismo che Marilyn compì nel 1956, poco prima del matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller. Nata Norma Jean Mortenson, Monroe affrontò il percorso di conversione con serietà, seguendo lezioni con il rabbino Robert Goldburg e, secondo le testimonianze dell’epoca, era attratta dai principi etici dell’ebraismo e dall’importanza attribuita alla vita familiare. E Miller sostenne sempre che la scelta fosse stata sua e non una condizione imposta dal matrimonio. Quanto quella conversione abbia inciso sulla sua vita religiosa resta però materia di discussione: dopo la separazione da Miller nel 1961, Monroe continuò a definirsi una “atea ebrea”, espressione ricordata dallo stesso rabbino che l’aveva accompagnata nel percorso di studio. Gli oggetti conservati e poi venduti all’asta mostrano un legame concreto con l’ebraismo, ma non bastano a dimostrare una pratica religiosa costante o un coinvolgimento comunitario paragonabile a quello di altre celebrità che si sono convertite all’ebraismo. Il confronto più immediato è quello con Elizabeth Taylor, nel 2015 il Jewish Museum di New York dedicò una mostra ai ritratti che Andy Warhol realizzò delle due attrici, presentandoli come un dittico: non solo entrambe si convertirono all’ebraismo ma entrambe videro i propri film vietati in Egitto a causa della nuova appartenenza religiosa. Le somiglianze finiscono in gran parte qui: Taylor mantenne per tutta la vita un forte coinvolgimento nell’ebraismo, sostenendo pubblicamente Israele e impegnandosi particolarmente per gli ebrei sovietici. Alla sua morte fu sepolta secondo il rito ebraico da un rabbino mentre Monroe ebbe un funerale officiato da un ministro luterano. Per molti soltanto Taylor può essere considerata una figura che visse pienamente una vita ebraica, anche se la morte prematura di Monroe lascia aperti molti interrogativi su ciò che sarebbe potuto accadere negli anni successivi. Eppure la fascinazione per la conversione di Marilyn non si è mai esaurita, e secondo alcuni commentatori del Forward il motivo va cercato nel contesto dell’America degli anni Cinquanta: in un’epoca in cui molti ebrei avvertivano ancora il peso di discriminazioni sociali, quote universitarie e ostacoli all’integrazione, il fatto che una delle donne più celebri e desiderate del Paese scegliesse di entrare nel popolo ebraico ebbe un forte valore simbolico. Non era soltanto una star del cinema: per molti rappresentava un’immagine dell’America stessa e la sua scelta apparve quindi come un segnale di accettazione e di riconoscimento sociale in una fase cruciale della storia degli ebrei americani. Anche il matrimonio con Arthur Miller contribuì ad alimentare il mito, l’unione tra la diva di Hollywood e uno dei più importanti intellettuali ebrei americani fu raccontata per anni come l’incontro tra bellezza e intelligenza, trasformandosi in una narrazione culturale che finì poi per oscurare la realtà più complessa delle loro vite. Resta così una distinzione che continua a influenzare il modo in cui guardiamo alla vicenda: da una parte c’è Norma Jean Mortenson, la donna che si convertì e che mantenne un rapporto personale con l’ebraismo, dall’altra c’è Marilyn Monroe, l’icona globale che da decenni sopravvive alla propria biografia. Ed è forse proprio la distanza tra persona e mito che può spiegare perché la sua conversione continui a essere discussa.
(Nel 1957 Marilyn Monroe diede il calcio d’inizio a una partita amichevole tra l’Hapoel Tel Aviv e una selezione di All-Stars americani, durante le celebrazioni per il nono anniversario della fondazione dello Stato di Israele – Foto Eliyahu Atar, Biblioteca Nazionale d’Israele)
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Marilyn ebrea tra vita reale e iconografia