Nel dibattito pubblico di oggi, soprattutto alla luce del conflitto in corso in Medio Oriente, riemerge spesso una confusione che riguarda il rapporto tra ebrei della Diaspora e lo Stato di Israele. Nell’immaginario comune capita infatti che l’identità ebraica venga automaticamente identificata con le scelte politiche dello Stato israeliano o del suo governo.
In realtà essere ebrei italiani non significa essere cittadini israeliani né condividere necessariamente ogni decisione politica adottata dal governo di Stato di Israele o dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Come in ogni comunità democratica, anche tra gli ebrei della Diaspora esiste una pluralità di posizioni: vi sono sostegno, discussione critica e talvolta dissenso rispetto alle scelte politiche dei governi israeliani.
Proprio per questo può essere utile tornare a riflettere su alcune pagine scritte nel 1972 da Carlo Alberto Viterbo, giornalista e studioso dell’ebraismo italiano, che affrontavano il tema dei “problemi della Diaspora”. Riprendere oggi quelle riflessioni ha per me anche un significato personale: Carlo Alberto Viterbo era mio nonno, e le sue parole conservano una sorprendente attualità.
Viterbo proponeva di andare oltre il semplice elenco delle difficoltà e di interrogarsi piuttosto sul significato stesso della Diaspora nella vita del popolo ebraico. Secondo Viterbo, la Diaspora non è soltanto la condizione storica di dispersione degli ebrei nel mondo, ma una realtà complessa che ha accompagnato per secoli la storia ebraica, segnata da esili, persecuzioni e minoranza tra popoli spesso ostili. Tuttavia, con la nascita dello Stato di Israele nel 1948, questa realtà ha assunto un significato nuovo. Oggi, osservava, il mondo ebraico vive una situazione inedita: da una parte la Diaspora, dall’altra lo Stato di Israele, centro politico e simbolico del popolo ebraico.
Diaspora e Israele
Viterbo insiste su un principio fondamentale: il popolo ebraico resta uno e indivisibile, anche se vive in due dimensioni diverse. Né la Diaspora può pretendere di decidere per Israele, né Israele può risolvere dall’alto i problemi della Diaspora. Tra le due realtà deve esistere collaborazione, rispetto reciproco e coscienza di una comune appartenenza.
Un punto che Viterbo riteneva particolarmente pericoloso era la tendenza a contrapporre “Diaspora” e “Israele”, quasi fossero due realtà separate o rivali. Anche gli ebrei che vivono fuori da Israele, affermava con forza, sono pienamente Israele, tanto quanto quelli che vivono a Gerusalemme o a Tel Aviv. Per questo la Diaspora non deve essere considerata una realtà secondaria o destinata a scomparire. Al contrario, Viterbo riteneva irrealistica e persino dannosa l’idea della “liquidazione della Diaspora”, talvolta evocata in ambienti sionisti più radicali. La presenza ebraica nel mondo, osservava, non solo continuerà a esistere, ma rappresenta anche una risorsa fondamentale per lo stesso Stato di Israele, che ha bisogno del sostegno politico, culturale ed economico delle comunità ebraiche della Diaspora. Da qui deriva una responsabilità precisa per gli ebrei che vivono fuori da Israele: mantenere viva la propria identità ebraica. Per Viterbo la sfida principale della Diaspora non è soltanto esterna, ma interna: la lotta contro l’assimilazione, la perdita della tradizione e l’indebolimento della coscienza ebraica.

Nel caso italiano il quadro appariva già allora preoccupante. Le comunità, un tempo numerosissime, si erano drasticamente ridotte e la trasmissione della cultura ebraica alle nuove generazioni risultava sempre più difficile. Per questo Viterbo insisteva sull’importanza dell’educazione, della vita familiare e della tradizione religiosa: lo Shabbat, le feste, la lingua ebraica, lo studio e la cultura ebraica devono tornare a essere vissuti nelle case prima ancora che nelle istituzioni.
Accanto alla scuola e alla famiglia, egli attribuiva un ruolo importante anche alla stampa ebraica e alle associazioni comunitarie, strumenti indispensabili per mantenere viva la coscienza ebraica nelle comunità della Diaspora.
Il suo messaggio finale è insieme realistico e fiducioso: i problemi della Diaspora sono molti e complessi, ma la loro soluzione non dipende solo dalle istituzioni. Ogni ebreo, nella propria vita quotidiana, può contribuire a rafforzare l’identità ebraica, attraverso lo studio, l’osservanza delle mitzvot e la partecipazione alla vita comunitaria. È proprio dalla somma di questi impegni individuali, concludeva Viterbo, che può nascere la forza collettiva capace di garantire il futuro del popolo ebraico. Una convinzione che egli riassumeva con una formula della tradizione biblica: «Nezach Israel lo yeshakker» — l’eternità di Israele non verrà meno.
Emanuele Viterbo
Carlo Alberto Viterbo (1902–1974) fu giornalista, pubblicista e figura di primo piano dell’ebraismo italiano del dopoguerra. Direttore del settimanale Israel, fu a lungo presidente della Federazione Sionistica Italiana e collaborò attivamente con il Keren Hayesod, dedicando il suo impegno alla vita delle comunità ebraiche della Diaspora e al rapporto con lo Stato di Israele. Nella foto Viterbo nel 1936 in Etiopia alla ricerca dei Beta Israel (Falashà).