A poche ore di distanza, la Comunità ebraica di Torino ha perso due suoi membri assai conosciuti: Gilberto Bosco, nato nel 1946, e Roberto Napolitano, nato nel 1952.
Apparentemente lontani per formazione e percorsi di vita, Bosco e Napolitano condividevano qualcosa di essenziale: la fedeltà alla propria Comunità, il senso profondo di appartenenza a un mondo ebraico torinese che entrambi animavano con la loro presenza.
Gilberto Bosco era un musicista di raro spessore. Docente di Composizione al Conservatorio di Torino, aveva lasciato il segno in generazioni di allievi. La sua opera Il gioco delle sorti, dedicata alla storia di Purim, era stata segnalata per la sua efficace originalità. Bosco si era occupato attivamente di cultura ebraica all’interno del Consiglio della Comunità ebraica torinese. In molti ricordano un tratto caratteristico della sua personalità: una decisa signorilità dei modi, al di là della quale si celava un uomo di forti convinzioni, capace di discussioni appassionate sul destino degli ebrei.
Roberto Napolitano portava con sé una memoria familiare di straordinario peso. Sua madre, Elena Recanati Foa, prima della deportazione in campo di sterminio insieme al marito Guido Foa, era riuscita a mettere in salvo il figlio Massimo di pochi mesi, grazie a suor Giuseppina Demuro, oggi Giusta tra le Nazioni, che assisteva le detenute nel Carcere Le Nuove e rese possibile la sua fuga con uno stratagemma. Fu il pensiero di rivedere il piccolo figlio a tenerla in vita attraverso privazioni e torture. Sopravvissuta, poté riabbracciarlo solo lei, perché il marito non fece ritorno. Ebbe poi altri due figli, Roberto e Barbara, oggi apprezzata insegnante alla Scuola ebraica di Torino. Roberto Napolitano aveva fatto di quella memoria una scelta di vita: leggeva, agli studenti liceali della scuola da cui la madre nel ‘38 era stata scacciata, i suoi diari. Ma è stato per molto tempo anche una presenza costante e attiva nella Sicurezza della Comunità
La quasi simultaneità delle due scomparse ha colpito profondamente la Torino ebraica, che si è stretta attorno alle famiglie.
g.d.