Risultati parziali ma importanti, gli ayatollah non sono eterni

Risultati parziali ma importanti, gli ayatollah non sono eterni

Possiamo essere scontenti di come si sta concludendo il conflitto con l’Iran e discutere su chi ha vinto e chi ha perso. Tuttavia non possiamo non riconoscere che all’avvio delle ostilità numerose dichiarazioni pubbliche del presidente degli Usa Donald Trump e del primo ministro israeliano Netanyahu lasciavano intendere che: 1) Israele e gli Usa credevano che con l’uccisione di Ali Khamenei il regime degli ayatollah sarebbe imploso; 2) in subordine credevano che bombardando l’Iran la popolazione sarebbe insorta e, magicamente, avrebbe esautorato le Guardie della rivoluzione; 3) la minaccia nucleare iraniana sarebbe stata annullata dai bombardamenti. Non si trattava di previsioni, come ci si sarebbe aspettato da due superpotenze (una mondiale, l’altra regionale) con servizi segreti, spie, conoscenze approfondite del nemico. Erano semplicemente speranze, in inglese wishful thinking, che la guerra sarebbe durata pochi giorni.
Col passare del tempo è emerso che il regime era molto più consolidato di quanto si pensasse: l’Iran ha dimostrato una capacità di reazione molto superiore a quella che molti osservatori si aspettavano, chiudendo lo Stretto di Hormuz e bombardando paesi terzi non belligeranti, annullando così la possibilità per gli Usa e Israele di distruggere i pozzi petroliferi iraniani (Israele aveva iniziato a farlo ma è stato immediatamente bloccato dagli Usa). Gli oppositori interni agli ayatollah senza leader e soprattutto senza Internet, si sono rivelati impotenti. L’uranio arricchito non era stato distrutto e avrebbe potuto essere smaltito, gli esperti sostengono, solo con un intervento armato sul terreno.
La mossa più efficace è stata la chiusura da parte degli Usa dello Stretto di Hormuz alle navi iraniane e a quelle dirette o provenienti dai porti iraniani. Se ancora ci sono margini di trattativa sul nucleare lo si deve a questa minaccia che rischiava di indebolire l’economia iraniana e con essa il regime. Non c’erano (e non ci sono) le condizioni politiche per un intervento sul terreno. L’opinione pubblica americana e soprattutto il Congresso erano (e restano) totalmente contrari.
Quali erano le opzioni? La guerra poteva andare avanti per mesi o addirittura anni in una situazione di stallo o terminare con un cessate il fuoco e un successivo negoziato. Date le circostanze, quella presa appare come l’unica soluzione possibile. Israele può protestare adesso, ma le alternative non c’erano (e non ci sono).
È vero, gli obiettivi non sono stati raggiunti, ma erano irraggiungibili. Così come il 7 ottobre Israele è stato colto impreparato dall’attacco di Hamas, così gli Usa e Israele sono stati colti totalmente impreparati dalla solidità del regime iraniano e dalla sua capacità di reazione.
La guerra ha portato a dei risultati positivi: il negoziato sul nucleare è in corso e vedremo come si concluderà. Prima non c’era alcun negoziato, neanche in prospettiva. Dal punto di vista di Israele bloccare il nucleare iraniano è certamente un risultato importante. Israele è il nemico numero uno del regime e non si può escludere che un Iran dotato di armi nucleari avrebbe potuto minacciare direttamente la sua sicurezza. In ogni caso un arsenale nucleare iraniano impedirebbe a Israele di reagire efficacemente da attacchi convenzionali. Il resto non è stato possibile raggiungerlo. Ma il malcontento della popolazione resta e il regime è certamente indebolito. Gli ayatollah non dureranno in eterno.
Più in generale i nemici di Israele nella regione (Hezbollah e Hamas) sono stati fortemente indeboliti. Il siriano Bashar Assad è caduto. Il Libano aspira alla pacificazione e certo considera l’Iran, con il suo sostegno incondizionato a Hezbollah, un acerrimo nemico. Il governo in Israele presumibilmente cambierà a ottobre e si aprirà una nuova stagione. Vedremo e speriamo.

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