I cambiamenti di rotta dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran hanno suscitato reazioni opposte e speculari, c’è chi vi legge la conferma di una diffidenza mai abbandonata verso il presidente americano e chi, al contrario, vive queste scelte come un tradimento inatteso. Secondo il rabbino Efrem Goldberg, autore di un intervento pubblicato su Aish, entrambe le letture rischiano però di mancare il punto essenziale: Trump, osserva, non è mai stato un leader immune da critiche né una figura da considerare al di sopra delle contingenze politiche. La sua azione è sempre stata guidata da valutazioni pragmatiche e da una visione centrata sugli interessi degli Stati Uniti. Per un lungo periodo questo approccio ha coinciso con le priorità di Israele e con quelle di larga parte del mondo ebraico. I risultati ottenuti in quella fase, sostiene rav Goldberg, restano tali anche se oggi il quadro appare mutato e al tempo stesso nessuno di quei risultati poteva garantire che le circostanze non cambiassero o che la convergenza di interessi fosse destinata a durare indefinitamente. Da qui nasce probabilmente la delusione di molti osservatori e l’autore definisce comprensibile il senso di smarrimento provocato dall’atteggiamento di un’amministrazione che in passato aveva promosso una cooperazione senza precedenti contro l’Iran e che oggi sembra orientarsi verso posizioni più concilianti. Ugualmente difficile da accettare appare il contrasto tra alcune dichiarazioni recenti e l’immagine di un presidente che si era presentato come amico di Israele, difensore della sua leadership politica e sostenitore della legittimità morale delle sue azioni militari. Eppure proprio questa esperienza dovrebbe ricordare una lezione che la storia ebraica ha proposto più volte; per Goldberg il problema non consiste nell’essere riconoscenti verso chi sostiene Israele o il popolo ebraico, la gratitudine è doverosa. Ciò che richiede cautela è la tendenza a trasformare qualunque alleanza politica in una certezza permanente. Dopo secoli di vicende segnate da cambiamenti improvvisi, protezioni concesse e poi ritirate, entusiasmi e delusioni, gli ebrei dovrebbero sapere che nessun leader umano può essere considerato un garante definitivo. Rav Goldberg richiama un verso dei Proverbi in cui il cuore del re è nelle mani di Dio e ricorda quella formula presente nella liturgia quotidiana che invita a non riporre la propria fiducia nei principi e nei diplomatici. In una prospettiva religiosa gli eventi politici, le decisioni dei governi e le loro conseguenze fanno parte di un disegno più ampio che sfugge alla comprensione immediata e da cui deriva un invito alla pazienza. Dall’attacco del 7 ottobre ai successivi sviluppi del confronto con l’Iran, gli ultimi anni hanno prodotto continui cambiamenti e forti oscillazioni emotive, e rav Goldberg suggerisce di guardare oltre il presente e mantenere lo sguardo sul lungo periodo. La storia ebraica, scrive, è una storia di attesa, resilienza e speranza e per questo la partecipazione politica, il voto, il sostegno e la critica restano strumenti necessari, ma non possono trasformarsi in una fede assoluta nei governanti. Le leadership passano, le strategie cambiano, le alleanze si modificano. La fiducia, suggerisce rav Goldberg, va collocata altrove, e deve essere accompagnata dalla consapevolezza che gli avvenimenti del momento sono soltanto un frammento di una vicenda molto più lunga.
(Nell’immagine il presidente Usa Donald Trump al ricevimento per la festa di Hanukkah alla Casa Bianca nel dicembre 2025 – Foto Casa Bianca)