IL RICORDO

Giuseppe Viterbo, la forza silenziosa della memoria

Alla vigilia del decimo anniversario della scomparsa di Giuseppe Fiorenzo Uziel Viterbo (17 Tamuz 5776 – 23 luglio 2016), volentieri pubblichiamo il seguente ricordo scritto dal figlio, Emanuele Viterbo, sulla base delle memorie autobiografiche paterne “Chi sono?” e dei ricordi della famiglia.

«Chi sono?»

Con questa domanda, tanto semplice quanto profonda, Giuseppe Fiorenzo Uziel Viterbo volle intitolare le memorie che scrisse negli ultimi anni della sua vita, affidandole ai figli e ai nipoti. Non era il desiderio di raccontare se stesso, ma quello di consegnare alle generazioni future una storia familiare, comunitaria e nazionale, affinché la memoria non si disperdesse con il passare del tempo.

È il racconto di una vicenda personale che diventa specchio della storia di un’intera generazione di ebrei italiani, passata dalla persecuzione alla ricostruzione, dalla clandestinità alla rinascita di Israele. Significa seguire il cammino di un uomo che ha conosciuto la discriminazione e la guerra, ma anche la rinascita della Comunità e dello Stato di Israele, vivendo ogni esperienza con sobrietà, senso del dovere e una rara coerenza morale.

Giuseppe Fiorenzo Uziel Viterbo nacque a Firenze il 9 agosto 1927, erede di due antiche famiglie sefardite, i Viterbo e gli Uzielli, il cui percorso si intreccia da secoli con la storia dell’ebraismo toscano. Crebbe in una casa nella quale lo studio, la cultura e la tradizione ebraica erano parte integrante della vita quotidiana.

Figura determinante della sua formazione fu il padre, Carlo Alberto Viterbo, avvocato, giornalista, linguista, studioso e protagonista del sionismo italiano. Attraverso il suo impegno culturale e la direzione del settimanale Israel, Carlo Alberto contribuì a formare generazioni di ebrei italiani, trasmettendo al figlio non soltanto un patrimonio di conoscenze, ma un metodo di vita fondato sulla responsabilità verso il popolo ebraico e la Comunità.

Le leggi razziali e il Bar Mitzvah
Nelle sue memorie Giuseppe ricorda un episodio apparentemente semplice. Tornato da scuola dopo una lezione su Cristoforo Colombo e sui Re Cattolici, il padre gli raccontò l’altra faccia della storia: l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492, consumatasi nello stesso anno della scoperta dell’America. Fu una lezione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita, insegnandogli che la storia non può mai essere letta da un solo punto di vista e che la memoria delle minoranze è parte essenziale della memoria collettiva.

L’infanzia serena venne improvvisamente interrotta dalle leggi razziali del 1938. Come migliaia di bambini ebrei italiani, Giuseppe fu espulso dalla scuola pubblica. Proseguì gli studi come privatista nella tenuta familiare di Sensano, dove si raccolsero insegnanti ebrei allontanati dal loro lavoro. Quel luogo divenne un piccolo centro di resistenza culturale. Tra coloro che contribuirono alla sua formazione vi fu anche Liana Millu, destinata a sopravvivere ad Auschwitz e a diventare una delle più autorevoli testimoni della Shoah italiana.

Nel giugno del 1940 un nuovo colpo segnò la famiglia: Carlo Alberto Viterbo fu arrestato e internato nel campo di Urbisaglia come elemento ritenuto politicamente pericoloso. Pochi mesi dopo Giuseppe avrebbe dovuto celebrare il proprio Bar Mitzvah. Avrebbe voluto rinviarlo, incapace di immaginare quel momento senza il padre. Ma fu proprio quest’ultimo, dall’internamento, a scrivergli affinché la cerimonia avesse luogo ugualmente.

Il 17 agosto 1940 il ragazzo salì alla Torah in una sinagoga segnata dall’angoscia della persecuzione, senza feste né ricevimenti. Quel Bar Mitzvah, vissuto nel silenzio e nella privazione, rappresentò una straordinaria affermazione di continuità dell’ebraismo italiano: privato dei diritti civili, ma non della propria identità.

Un Seder clandestino
Dopo l’8 settembre 1943 la persecuzione divenne ancora più drammatica. La famiglia dovette lasciare Sensano e vivere nascosta grazie all’aiuto di sacerdoti e di persone semplici che rischiarono la propria vita per salvarne altre. Giuseppe conserverà sempre un sentimento di profonda riconoscenza verso quei “Giusti”, ricordandone il coraggio e l’umanità.

Raggiunta Roma con documenti falsi predisposti dal padre, la famiglia visse per mesi sotto falsa identità. Tra le pagine più intense di Chi sono? vi è il ricordo del Seder di Pesach del 1944. Non vi erano azzime né libri di preghiera. Carlo Alberto recitò a memoria i brani essenziali della Haggadah e, al termine della cena, la famiglia intonò sottovoce poche parole della Hatikvà, quasi un sussurro di libertà nel cuore della guerra. Quel piccolo Seder clandestino rappresentò, forse meglio di ogni altro episodio, la vittoria dello spirito sulla persecuzione.

Pochi mesi dopo Giuseppe assistette all’ingresso delle truppe alleate a Roma. Scriverà che è impossibile descrivere l’emozione di quella notte, gli abbracci e il pianto liberatorio di chi vedeva finalmente tornare la libertà.

Il Dopoguerra
Terminata la guerra, riprese gli studi e conseguì la laurea in ingegneria, avviando una brillante attività professionale. Ma il lavoro non divenne mai l’unico centro della sua vita.

Per oltre mezzo secolo fu Parnas del Beth ha-Kenesset di Firenze, vivendo questo ruolo con assoluta dedizione e discrezione. Mise gratuitamente le proprie competenze professionali al servizio della Comunità Ebraica di Firenze, collaborando ai restauri del Tempio monumentale dopo l’alluvione del 1966 e seguendo numerosi interventi di conservazione del patrimonio artistico e architettonico.

Fu membro del Comitato Scientifico dell’Opera del Tempio e consigliere della stessa istituzione, e punto di riferimento per intere generazioni di dirigenti comunitari.

Parallelamente operò nel Keren Kayemeth LeIsrael, nella Federazione Sionistica Italiana e nell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ricoprendo incarichi di consigliere, assessore al patrimonio e vicepresidente. Partecipò ai complessi processi di rinnovamento istituzionale dell’ebraismo italiano, mettendo sempre al servizio della collettività competenza tecnica, equilibrio e senso pratico.

Eppure chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto il suo stile.

Più volte gli venne proposta una candidatura al Consiglio della Comunità di Firenze. Preferì rinunciare. Era convinto che il servizio autentico non avesse bisogno di visibilità e che si potesse contribuire al bene comune anche senza ricoprire ruoli di primo piano.

La sua era una leadership silenziosa, fatta di presenza costante, di ascolto, di studio e di disponibilità. Giuseppe Viterbo apparteneva a quella generazione di ebrei italiani che, uscita dalla persecuzione, non scelse la strada del risentimento o del protagonismo, ma quella della ricostruzione. Lo fece servendo la Comunità con discrezione, sostenendo Israele con convinzione, educando i figli ai valori dell’ebraismo e custodendo la memoria come responsabilità verso il futuro.

È questa la chiave per comprendere l’intera sua esistenza e il filo rosso che unisce le pagine delle sue memorie.

Il legame con Israele occupò un posto centrale nella sua esistenza. Per Giuseppe Viterbo il sionismo non fu mai soltanto un ideale politico, ma l’espressione concreta della continuità storica del popolo ebraico e la risposta più alta ai secoli della diaspora e delle persecuzioni.

Se il suo impegno era sempre stato quello di trasmettere valori più che idee, una delle soddisfazioni più grandi della sua vita fu vedere quei valori incarnarsi nei propri figli. Da un lato seguì con orgoglio l’impegno del figlio Emanuele al servizio della Comunità Ebraica di Firenze, fino ad assumerne l’incarico di Segretario, riconoscendo in lui la prosecuzione di quella tradizione di servizio che aveva sempre ispirato la famiglia. Dall’altro accolse con profonda gioia la scelta della figlia Ada che, dopo aver conseguito la maturità scientifica a Firenze e trascorso un anno in un kibbutz con il movimento Bnei Akiva, decise di trasferirsi definitivamente in Israele per frequentare l’Università. Vi conseguì la laurea e il dottorato, formò una famiglia e sviluppò una brillante attività di ricerca, realizzando quel legame tra tradizione e futuro che il padre aveva sempre auspicato.

Nelle sue memorie Giuseppe racconta come il naturale dispiacere di avere una figlia lontana fosse stato presto superato dalla consapevolezza di vedere realizzato il sogno sionista coltivato dal padre Carlo Alberto e condiviso da tutta la famiglia. La scelta di Ada rappresentava ai suoi occhi il compimento di una speranza maturata nel corso delle generazioni e la dimostrazione che l’identità ebraica, quando è vissuta con convinzione, sa rinnovarsi senza interrompere il filo della propria storia.

Non sorprende quindi che, conclusa l’attività professionale, Giuseppe e la moglie Lionella decidessero di acquistare un piccolo appartamento a Rehovot, vicino alla casa della figlia e dei nipoti, trascorrendovi lunghi periodi dell’anno. Era per loro molto più di una seconda casa: era il luogo nel quale vedevano concretizzarsi quel progetto di continuità e di rinascita del popolo ebraico al quale avevano dedicato una vita intera.

La rinascita
Guardando ai percorsi dei propri figli, uno impegnato al servizio della Comunità e l’altra inserita pienamente nella società israeliana, Giuseppe Viterbo poteva riconoscere la continuità di un’eredità morale che, passando da Carlo Alberto a lui e da lui alle nuove generazioni, aveva attraversato il Novecento senza perdere la propria forza.

Accanto all’impegno comunitario e civile vi fu sempre la famiglia. In questo lungo cammino non fu mai solo. Accanto a lui, Lionella Neppi Modona condivise ogni scelta e ogni impegno, sostenendolo con discrezione e intelligenza e contribuendo a fare della famiglia il primo luogo di trasmissione dei valori ebraici.

Le ultime pagine di Chi sono? sono forse le più significative. Giunto agli ottantacinque anni, non ricorda gli incarichi ricoperti né i risultati professionali raggiunti. Ringrazia semplicemente il Signore per avergli donato una moglie straordinaria, figli e nipoti, per avergli consentito di sopravvivere alla persecuzione, di vedere cadere i totalitarismi e di assistere alla rinascita dello Stato di Israele.

In poche righe è racchiuso il senso di un’intera esistenza. La famiglia. L’ebraismo. Israele. La memoria.
A dieci anni dalla sua scomparsa, il suo insegnamento conserva una straordinaria attualità. In un’epoca nella quale la memoria rischia di ridursi a commemorazione e l’identità a semplice appartenenza, Giuseppe Viterbo continua a indicare una strada diversa: quella della responsabilità, dello studio, del servizio disinteressato e della trasmissione dei valori.

Il manoscritto Chi sono? non è soltanto il racconto di una vita. È il testamento morale di una generazione che ha conosciuto la persecuzione, ha contribuito alla rinascita dell’ebraismo italiano e ha saputo guardare al futuro senza dimenticare il passato. La sua eredità non consiste soltanto nelle opere realizzate o negli incarichi ricoperti, ma nell’aver dimostrato, con l’esempio quotidiano, che si può essere profondamente ebrei, profondamente italiani e profondamente sionisti, vivendo questi valori con umiltà, rigore e spirito di servizio.

Per questo il ricordo di Giuseppe Viterbo continua a vivere non soltanto nella sua famiglia, ma nella Comunità Ebraica di Firenze e nell’intero ebraismo italiano, che in uomini come lui hanno trovato custodi discreti ma indispensabili della propria continuità storica.

La sua vita testimonia come la memoria non sia semplice custodia del passato, ma responsabilità verso il futuro; come l’identità ebraica trovi la sua espressione più autentica nel servizio alla Comunità, nell’amore per Israele e nella trasmissione dei valori alle nuove generazioni.
Nel filo ininterrotto che unisce Carlo Alberto a Giuseppe e da Giuseppe ai suoi figli e ai suoi nipoti si ritrova il senso più autentico della tradizione ebraica: ricevere un’eredità, custodirla con responsabilità e trasmetterla, arricchita dall’esperienza vissuta, a chi verrà dopo di noi.
È questa, forse, la più grande lezione che Giuseppe Viterbo continua a consegnare alla sua famiglia, alla Comunità Ebraica di Firenze e a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo.

Yehì zikhro barukh.

Che il suo ricordo sia di benedizione.

Emanuele Viterbo

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