C’è un dettaglio, nella storia di Adam Louis-Klein, che da solo dice molto del percorso grazie al quale è diventato una delle voci più discusse nel dibattito americano sull’antisionismo: per mesi, nel 2023, è stato completamente irraggiungibile. Non per scelta politica, ma perché si trovava in un villaggio nel profondo dell’Amazzonia, impegnato nella ricerca sul campo per il suo dottorato in antropologia. Racconta Yehudis Litvak su Aish.com che quando è tornato online, il 9 ottobre, le prime due notizie che ha trovato sono state il massacro del 7 ottobre e le reazioni del mondo accademico progressista a cui apparteneva. Da quel momento la sua vita ha cambiato direzione. Nato a Londra e cresciuto a Seattle, Louis-Klein si era progressivamente allontanato dall’ebraismo, dopo aver comunque fatto un viaggio in Israele e un po’ di vita ebraica durante gli anni a Yale. All’università si era avvicinato a Socialist Alternative, un gruppo di estrema sinistra, laureandosi in filosofia con una tesi fortemente influenzata da Alain Badiou, filosofo francese di formazione maoista. Un master in filosofia e uno in antropologia gli hanno fatto scoprire un testo che lo ha segnato: The Amazonian Cosmos dell’antropologo Gerardo Reichel-Dolmatoff, dedicato alla cosmologia dei Desano, popolazione indigena dell’Amazzonia colombiana. È a questo popolo che decide di dedicare il dottorato (McGill University di Montréal) e grazie ad alcuni missionari cristiani attivi nella regione raggiunge un piccolo villaggio Desano, dove vive per mesi – solo acqua piovana, bagni nel fiume, un alloggio di fortuna – in totale isolamento: «Probabilmente l’esperienza più solitaria della mia vita», ha raccontato poi. È qui, ascoltando ogni giorno gli anziani della comunità raccontare la storia del proprio popolo, che matura una riflessione che si rivelerà decisiva: i Desano, spiega, si considerano un popolo eletto, con una particolare affinità con gli ebrei – alcune tribù indigene rivendicano addirittura una discendenza dalle dieci tribù perdute di Israele – e la loro storia, fatta di migrazioni, conflitti, dispersione e perfino dello spostamento di un’altra tribù, non impedisce a nessuno di considerarli “indigeni”. Ciò che definisce un popolo indigeno, sostiene Louis-Klein, non è l’assenza di movimento nella propria storia, ma il fatto che un territorio sacro ne ancori identità, storia e cultura, un’osservazione che diventerà il nucleo della sua critica successiva.
Il dopo 7 ottobre
Una volta rientrato, Louis-Klein osserva una reazione al 7 ottobre negli ambienti accademici progressisti frequentati prima di partire, che definisce senza esitazioni come un “movimento d’odio”, con il suo dipartimento di antropologia capace di organizzare cicli di incontri sul “genocidio a Gaza” ancor prima che Israele avesse avviato una risposta militare. La sua formazione da antropologo gli offre uno strumento che gran parte dei suoi colleghi non ha, dice: la capacità di riconoscere che l’intera narrazione antisionista poggia su un’unica affermazione di fondo, quella per cui gli ebrei sarebbero colonizzatori stranieri in Terra d’Israele, una tesi che alla luce dei mesi passati a studiare i Desano gli appare priva di fondamento. Israele, sostiene, è il luogo attraverso cui gli ebrei hanno definito la propria identità lungo tutta la loro storia, e la lettura “coloniale” cancella questa indigenità ebraica. Decide di scrivere e di esporsi, utilizzando gli stessi strumenti critici appresi in accademia – postcolonialismo, antropologia, il concetto di indigenità – per rivolgerli contro la narrazione antisionista. Le conseguenze non tardano: mail aggressive, ex mentori che lo attaccano in pubblico, amicizie che si interrompono. «Sono stato progressivamente espulso da tutta la mia comunità», racconta. «Non parlo più con nessuno del mondo accademico». A Montréal, dove vive, ha ripreso a frequentare la sinagoga con regolarità e oggi studia Torah ogni giorno, un elemento che considera centrale rispetto al proprio impegno pubblico.
L’analisi dell’antisionismo
Al centro della sua analisi c’è la scomposizione dell’antisionismo in tre accuse concatenate: la “colonizzazione” (gli ebrei come europei estranei arrivati su una terra non loro), che genera l’accusa di “apartheid” (uno Stato costruito per sottomettere la popolazione locale), che a sua volta sfocia nell’accusa di “genocidio” (l’eliminazione di chi resiste). Una sequenza logica, sottolinea, più che una sequenza fattuale: ogni accusa prepara la successiva e ne intensifica la portata morale. Louis-Klein colloca questa struttura in una genealogia storica precisa che fa risalire all’alleanza tra Fratelli Musulmani, Gran Muftì di Gerusalemme e propaganda nazista negli anni Quaranta, quando l’immagine nazista dell’ebreo come “invasore orientale” viene rovesciata in Medio Oriente nell’immagine dell’ebreo come “colonizzatore europeo”. Il passaggio decisivo, secondo la sua ricostruzione, avviene però nel 1965, quando Fayez Sayegh, esponente dell’Olp vicino a Mosca, conia l’espressione “settler colonial theory” nell’ambito dell’alleanza sovietico-nazionalista araba: è a lui che si deve, dieci anni dopo, la stesura della risoluzione Onu del 1975 che equiparava sionismo e razzismo. Dopo una fase di attenuazione legata agli accordi di Oslo, la narrazione torna con forza dopo la Seconda intifada, si consolida alla Conferenza di Durban del 2001 e si diffonde attraverso il movimento BDS, fino a quella che Louis-Klein descrive come una vera e propria esplosione dopo il 7 ottobre 2023.
Nasce il Maaz
Nell’ottobre 2025 l’antropologo è tra i fondatori del Movement Against Antizionism (Maaz), organizzazione che riunisce accademici, avvocati, insegnanti e attivisti impegnati a diffondere un linguaggio condiviso per riconoscere e contrastare l’antisionismo, distinto, nella sua analisi, dall’antisemitismo classico di matrice più propriamente di destra. Il movimento organizza formazioni rivolte a studenti universitari, aziende e chiunque voglia acquisire strumenti per rispondere, e punta ora a coinvolgere le grandi organizzazioni ebraiche. Nel frattempo c’è stato anche un percorso di riavvicinamento alla propria identità ebraica, vissuto come una risposta diretta a chi lo accusava, in quanto “sionista”, di essere il nemico. E nonostante le pressioni ricevute dall’università (lettere e telefonate al suo relatore e al direttore del dipartimento) McGill non lo ha allontanato: il dottorato è ancora in corso, la conclusione prevista nei primi mesi del 2027.