Germania

No ai “Monologhi su Gaza” fra le pietre d’inciampo

No ai “Monologhi su Gaza” fra le pietre d’inciampo

Doveva essere uno dei progetti del festival d’arte 48 Stunden Neukölln, manifestazione sostenuta anche con fondi pubblici e in programma a Berlino dal 3 al 5 luglio. È invece diventato uno dei casi culturali e politici più discussi in Germania. Al centro della polemica c’è Walking The Gaza Monologues, un percorso performativo realizzato insieme all’Ashtar Theatre di Ramallah. L’iniziativa prevedeva una passeggiata guidata attraverso il quartiere di Neukölln seguendo un itinerario che toccava diverse Stolpersteine, le pietre d’inciampo che ricordano le vittime della Shoah, mentre i partecipanti avrebbero ascoltato le testimonianze raccolte nei Gaza Monologues. Nella presentazione ufficiale del progetto si spiegava che le storie avrebbero messo in relazione «le testimonianze di due genocidi», lasciando al pubblico il compito di costruire autonomamente il confronto. Questa impostazione ha provocato la reazione della WerteInitiative, associazione ebraica tedesca guidata da Elio Adler, che ha diffuso una dura lettera aperta. «La domanda su dove si trovi la linea rossa è legittima», osserva Adler parlando con Moked. «Ma ci sono casi in cui non serve discutere se il limite sia stato sfiorato: è stato superato in modo evidente». Per il presidente della WerteInitiative «mettere in relazione un presunto genocidio con le pietre d’inciampo, che ricordano il più grande sterminio di massa degli ebrei organizzato industrialmente nella storia, significa oltrepassare chiaramente quella linea». Non si tratta, aggiunge, «soltanto di una scelta di cattivo gusto, ma di un’equiparazione deliberata e di un uso improprio della memoria della Shoah». Secondo Adler, utilizzare le Stolpersteine come scenario di una narrazione sulla guerra di Gaza significa trasformare un memoriale dedicato alle vittime della Shoah in uno strumento di accusa contro Israele, producendo un rovesciamento tra vittime e carnefici. «Il paragone tra la situazione di Gaza e la Shoah non è un atto artistico originale né creativo», afferma. «Riprende invece una narrazione promossa da soggetti che praticano direttamente la violenza terroristica oppure la giustificano». Un’operazione che, a suo giudizio, non assolve «nessuna delle funzioni che l’arte dovrebbe svolgere: stimolare la riflessione, educare o aprire nuove prospettive». Al contrario, «contribuisce alla diffusione dell’odio e di immagini del nemico». Per Adler, in Germania questo tipo di paragone assume inoltre un significato particolare. «Equiparare gli israeliani di oggi ai carnefici del nazionalsocialismo finisce inevitabilmente per attenuare, retrospettivamente, la responsabilità dei criminali nazisti. Se i discendenti delle vittime vengono presentati come diventati essi stessi carnefici, il crimine storico appare, col senno di poi, meno grave. È proprio per questo che un simile rovesciamento dei ruoli tra vittime e carnefici è particolarmente problematico». Nel documento diffuso dalla WerteInitiative, l’associazione sostiene che il progetto configuri una forma di antisemitismo secondo la definizione IHRA, adottata anche dalla Germania, chiedendo l’immediata cancellazione dell’evento, una verifica dell’utilizzo dei fondi pubblici e una presa di posizione delle autorità cittadine. La protesta ha rapidamente raccolto consenso anche da parte dell’ambasciata d’Israele a Berlino. La direzione del festival ha quindi deciso di eliminare Walking The Gaza Monologues dal programma, spiegando di non avere compreso fino in fondo la portata del progetto durante la fase organizzativa. In un successivo comunicato gli organizzatori hanno riconosciuto che l’equiparazione tra la Shoah e l’attuale guerra in Medio Oriente era «storicamente inammissibile e profondamente problematica», annunciando una revisione delle procedure di selezione e l’introduzione, per le prossime edizioni, di una valutazione esterna dei contenuti più sensibili. Hanno inoltre precisato che il progetto non aveva ricevuto finanziamenti diretti dal festival. «Il fatto che il festival abbia annullato l’evento è anzitutto un risultato positivo», commenta Adler. «Ha impedito che questo episodio di antisemitismo potesse concretizzarsi». Ma, aggiunge, «non cancella il problema di fondo». La vicenda rivela infatti una difficoltà più ampia: «È evidente che molti responsabili continuano a non avere la necessaria sensibilità nei confronti dell’immaginario antisemita e della disinvoltura con cui gli attivisti antisemiti sfruttano ogni spazio disponibile per diffondere la propria agenda». Il semplice fatto che un’iniziativa del genere sia arrivata fino alla programmazione di un evento pubblico, osserva, «dimostra quanto lavoro resti ancora da fare sul piano della formazione e della sensibilizzazione». Gli organizzatori del progetto hanno invece denunciato una decisione dettata da pressioni politiche e parlato di censura, sostenendo di non avere mai inteso relativizzare la Shoah. Per Adler, tuttavia, il caso va oltre il destino di un singolo spettacolo. «Servono regole chiare», osserva, ricordando che il festival ha promesso di elaborare linee guida specifiche per il futuro. «È un passo importante, non solo per gli eventi finanziati con fondi pubblici, ma per tutto il settore culturale». Naturalmente, aggiunge, «esistono limiti fissati dal diritto penale, ma accanto a questi servono anche standard etici e sociali». In un’epoca caratterizzata da una crescente polarizzazione, «gli organizzatori hanno la responsabilità di fare in modo che i loro spazi non diventino strumenti per diffondere l’odio o alimentare le divisioni nella società, ma contribuiscano invece a rafforzare la coesione democratica». Fin dalla sua fondazione, conclude Adler, la WerteInitiative «mette in guardia non solo contro l’antisemitismo in tutte le sue forme, ma anche contro il rifiuto dell’ordine democratico e liberale, che spesso gli è strettamente collegato». «Le due cose si manifestano molto spesso insieme». L’odio verso Israele, o «il cosiddetto antisionismo», osserva, attraversa ormai ambienti sociali molto diversi della società tedesca: «Le motivazioni ideologiche possono essere differenti, ma il risultato è spesso lo stesso: la delegittimazione di Israele e la progressiva normalizzazione di narrazioni antisemite». 

Ada Treves

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