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Se la Nakba cancella il 7 Ottobre

Se la Nakba cancella il 7 Ottobre

Un museo dedicato ai diritti umani può raccontare il trauma di una comunità senza ignorare o minimizzare il trauma di un’altra?
Attorno a questa domanda si è aperto un confronto sulla mostra Palestine Uprooted: Nakba Past and Present, inaugurata il 27 giugno al Canadian Museum for Human Rights di Winnipeg e destinata a rimanere aperta per due anni e mezzo. Come racconta il Canadian Jewish News, prima ancora dell’apertura ufficiale l’esposizione è diventata oggetto di un acceso dibattito sul modo in cui un’istituzione museale debba affrontare una delle questioni più controverse del presente. Le polemiche hanno portato alle dimissioni di Mark Berlin, giurista e unico membro ebreo del consiglio di amministrazione del museo, e hanno attirato l’attenzione del ministro federale canadese per l’Identità e la cultura, Mark Miller. Dopo aver visitato la mostra in anteprima, il 24 giugno, Miller ha dichiarato che alcune scelte curatoriali rappresentavano un «errore di curatela» da correggere, citando in particolare la decisione di non definire Hamas un’organizzazione terroristica. Il museo ha difeso le proprie scelte linguistiche, spiegando di aver trasmesso le osservazioni del ministro al comitato interno incaricato della revisione dei contenuti. A visitare l’esposizione prima dell’apertura al pubblico era stata anche Izzie Helenchilde, giornalista di The Canadian Jewish News. La sua descrizione nel podcast North Star restituisce l’immagine di una mostra contenuta nelle dimensioni ma ampia nelle implicazioni: circa dodici metri quadrati, tre pannelli, meno di 600 parole di testo e un percorso che richiede poco più di una decina di minuti. La mostra si trova al quinto piano del museo, dopo una galleria introduttiva dedicata alla storia dei diritti umani e una linea del tempo che raccoglie cento eventi. Tra questi compare anche lo spostamento forzato di circa 850 mila ebrei dai Paesi arabi e musulmani nello stesso periodo storico, un riferimento però accessibile soltanto attraverso uno schermo interattivo e non inserito nel percorso principale. Al quarto piano si trova invece la sezione dedicata alla Shoah, che il museo considera il tema storico più ampiamente trattato nella propria programmazione. Il percorso sulla Nakba si apre con tre pannelli in tessuto sui quali scorrono immagini d’epoca e fotografie contemporanee, tra cui una grande immagine del 2024 che mostra palestinesi in fuga dopo il 7 ottobre. Il testo introduttivo fa riferimento all’uccisione, da parte di Hamas, di circa 1.200 «persone», senza specificare che si trattasse in larga parte di israeliani, una scelta criticata dalla filantropa Gail Asper, secondo cui sarebbe stato necessario indicare più chiaramente l’identità delle vittime. Lo stesso testo cita poi lo sfollamento di circa due milioni di palestinesi e il numero complessivo di morti e feriti a Gaza riportato dal ministero della Sanità locale, espressione di Hamas, senza distinguere tra civili e combattenti. È proprio attorno a queste scelte di linguaggio e di selezione delle informazioni che si concentrano le critiche: non sulla legittimità di raccontare la Nakba, ma sul modo in cui la narrazione è stata costruita. Nella cosiddetta “memory box” trovano spazio oggetti personali e testimonianze video. Tra queste quella di Fouad Sahyoun, cristiano arabo nato a Haifa nel 1944 e oggi residente a Montreal, che racconta la partenza della propria famiglia dopo un episodio di violenza nel quartiere, il periodo trascorso in Egitto e il successivo trasferimento in Canada. Sono esposti anche l’involucro originale delle arance di Giaffa appartenuto alla famiglia di un’altra testimone e una poesia di Mahmoud Darwish, proposta in arabo, inglese e francese, che invita il lettore a riflettere sul rapporto con gli altri nelle azioni quotidiane così come nei momenti di conflitto. Un’installazione artistica raffigura inoltre una kefiah racchiusa in una gabbia, con un riferimento ai coprifuoco imposti durante la seconda Intifada. Alcuni critici hanno osservato che il richiamo a quel periodo storico non sarebbe accompagnato da un contesto sufficiente. Intervistata da Helenchilde, la direttrice generale del museo Isha Khan ha ribadito l’impegno dell’istituzione nella lotta contro l’antisemitismo, sostenendo che dare spazio all’esperienza dei palestinesi canadesi non significhi ridurre l’importanza della storia degli ebrei espulsi o fuggiti dai Paesi arabi e nel bilancio finale della visita, Helenchilde sottolinea una significativa mancanza di contestualizzazione storica, pur riconoscendo la legittimità di una mostra in cui, per una volta, la narrazione principale viene affidata alla voce della comunità palestinese. Su questo tema il museo ha avviato una raccolta di testimonianze orali, anche se il suo sviluppo futuro non è ancora definito. La sera precedente all’apertura ufficiale alcune centinaia di persone si sono riunite davanti al museo per protestare contro la mostra, con la richiesta di inserire la vicenda palestinese in un quadro storico più ampio.

(Una delle sezioni della mostra “Palestina sradicata: Nakba tra passato e presente”, inaugurata il 27 giugno 2026 presso il Museo canadese per i diritti umani di Winnipeg – Foto: Izzie Helenchilde/The CJN)

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