Quarant’anni dopo, è di nuovo Inghilterra-Argentina. Sulla seconda semifinale del Mondiale americano aleggia così, piuttosto inevitabilmente, il mito del “goal del secolo” segnato a Città del Messico da Diego Armando Maradona pochi minuti dopo l’altrettanto celebre goal con la mano ai danni del portiere inglese Peter Shilton, ancora furente per la beffa. E se 40 anni fa in palio c’era il passaggio alle semifinali, questa volta l’obiettivo è la finale contro la vincente di Francia-Spagna.
Tornando al “goal del secolo”, chi non ha mai visto questi undici secondi da leggenda, magari con la trascendentale cronaca del telecronista argentina Victor Hugo Morales in sottofondo? Anche nel mondo ebraico, c’è chi ha attribuito significati ultraterreni a quell’azione. «Guardare Maradona giocare mi ha fatto diventare un credente», scriveva alcuni anni fa il giornalista israeliano Liel Leibovitz sul sito del magazine Tablet. Leibovitz spiegava di aver avuto una crisi teologica dopo la prima rete contro gli inglesi, quella di mano, perché «se Dio permetteva a Maradona di segnare impunemente, allora Dio è ingiusto», ma di essersi ricreduto con la seconda marcatura di poco successiva perché, apprese quel giorno, «tradimento e trascendenza spesso distano solo pochi minuti».

Un mito nonostante tutto
Quarant’anni dopo, e a sei dalla morte, la popolarità di Maradona in Israele resta notevole nonostante il suo spendersi a volte sguaiato per la causa propal. Nel 2024, ad esempio, lo stadio Bloomfield di Tel Aviv ospitò una mostra dal titolo “Diego vive” con l’intento di celebrarne la saga e la sua capacità di influenzare le vite degli altri. Senza dimenticare che, nell’amata Napoli, la sua seconda casa, Maradona era arrivato due estati prima del “goal del secolo” a suggello di un’operazione anche mediatica architettata dal suo manager e amico d’infanzia Jorge Cyterszpiler, figlio di due profughi ebrei di origine polacca, toltosi la vita alcuni anni fa.
Maradona in Israele tra reti, genealogia e politica
Maradona fu tre volte in visita in Israele, con la sua nazionale, a ridosso di altrettanti Mondiali. Nel maggio di quel 1986 di gloria, finito sulla vetta del mondo, l’Argentina vinse un’amichevole contro i padroni di casa con il punteggio più che tennistico di 7 a 2. E Diego Armando andò due volte in rete, come poco più di un mese dopo contro l’Inghilterra. Curiosamente, a sancire la “sacralità” del momento, per Israele un goal lo segnò un calciatore con l’impegnativo nome di Moshe Sinai.
Più equilibrata fu la seconda sfida tra le due nazionali nel maggio del 1990, terminata 2 a 1 a favore degli ospiti con goal di Maradona e Caniggia per l’Argentina e marcatura per Israele di Tal Banin, che sette anni dopo, con la maglia del Brescia, sarebbe diventato il primo israeliano a giocare nella nostra Serie A. Come noto, l’Argentina sarà protagonista anche del successivo Mondiale italiano, perdendo in finale con la Germania dopo aver eliminato gli Azzurri in semifinale.
Nel 1994, l’ultimo atto del Maradona “israeliano”. L’Argentina batterà di nuovo Israele, stavolta per 3 a 0. Il Pibe de Oronon andò in rete ma strinse comunque la mano al primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, che sarà ucciso l’anno dopo da un estremista. Maradona invece “morirà” sportivamente l’estate stessa, venendo squalificato per doping nella prima parte del Mondiale americano, mentre la sua Argentina sarà malinconicamente eliminata agli ottavi.
Nei suoi viaggi in Israele, Maradona si recò anche al Kotel. In rete ci sono alcune foto di lui con la kippah in testa e il luogo, a quanto pare, non gli rimase indifferente. Al punto che qualcuno si è spinto oltre nell’accostamento tra Maradona e le vicende ebraiche e israeliane. Sul sito San Diego Jewish World – il cui sottotitolo è “C’è una storia ebraica dappertutto!” – si sostiene addirittura che gli antenati di Maradona fossero ebrei di Toledo convertitisi al cristianesimo durante l’Inquisizione.
Il campione ne sarebbe venuto a conoscenza proprio nel 1990, durante una visita al museo del popolo ebraico di Tel Aviv in cui dei genealogisti gli mostrarono documenti che attestavano la sua storia familiare. Storia o mito, chi lo sa? Diego, comunque, “vive”. Anche in Israele.
a.s.