Calcio

Khalaili, l’acquisto sfumato, il tema dell’identità

Khalaili, l’acquisto sfumato, il tema dell’identità

«Può darsi che odiate ciò che in realtà è un bene per voi e che amiate ciò che in realtà vi nuoce. Dio conosce ciò che voi ignorate». È l’unico commento finora rilasciato da Anan Khalaili, il forte esterno della nazionale di calcio israeliana, sul suo mancato trasferimento all’Inter dopo l’esito negativo dell’indagine sanitaria supplementare disposta dal Coni nella giornata di lunedì. Una doccia fredda per lui e per il club campione d’Italia, che aveva puntato forte sul 21enne nato a Haifa con un investimento di circa 25 milioni di euro. Tireranno invece un sospiro di sollievo quegli internauti che avevano tappezzato pagine social, calcistiche e non, per esprimere il proprio dissenso sull’arrivo di Khalaili, “colpevole” di essere israeliano e di esserlo da cittadino arabo e per di più di fede islamica.
È uno dei punti colti dall’attivista di origine armena Mihran Kalaydjian in un intervento sul Times of Israel, che guarda alla percezione di questa vicenda anche dentro la società israeliana, intitolato “Troppo israeliano per i palestinesi, troppo palestinese per gli israeliani”. Per Kalaydjian, la reazione del pubblico nei confronti di Khalaili «ha rivelato qualcosa di ben più significativo di un contratto non andato a buon fine», con social media «inondati di accuse secondo le quali giocare per Israele» rappresentava una sorta di “tradimento” della sua identità. Al tempo stesso, in Israele c’è chi ha interpretato la controversia in modo molto diverso, dipingendo Khalaili «come un’altra vittima di discriminazione anti-israeliana, sostenendo che la sua sola nazionalità lo avesse reso inaccettabile». Per il blogger quella di Khalaili è una vicenda emblematica del destino di oltre due milioni di cittadini arabi d’Israele, «discendenti dei circa 150mila arabi rimasti dopo la guerra del 1948 e diventati cittadini di uno Stato la cui identità nazionale differiva dalla loro». E se «nel corso delle generazioni hanno costruito vite, imprese, università, comunità e movimenti politici, destreggiandosi contemporaneamente tra la complessità della cittadinanza e dell’identità culturale», la loro esperienza, avverte Kalaydjian, «non può essere ridotta a slogan» e le persone non vanno quindi “brandite” come simboli politici, né vanno loro chiesti supplementi di fedeltà o test di purezza ideologica. Come a volte succede anche dentro la società israeliana. 

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