Nel fine settimana il Napoli festeggerà il centesimo compleanno della sua storia, iniziata nell’agosto del 1926 su iniziativa dell’imprenditore e filantropo ebreo Giorgio Ascarelli. Figura molto amata in città, proprietario di un’azienda di tessuti tra le più importanti in Italia e in Europa, il 32enne Ascarelli capì l’esigenza di investire nel pallone come collante sociale e culturale, dando anche al Sud la possibilità di una “risposta” allo strapotere fino allora indiscusso delle compagini del Nord Italia. Molti altri investimenti sarebbero seguiti negli anni successivi, a partire da uno stadio realizzato a proprie spese nel quartiere Gianturco, poi intitolato alla sua memoria dopo la prematura scomparsa nel marzo del 1930. Migliaia di napoletani parteciparono ai suoi funerali, giungendo da ogni quartiere, con deferenza e commozione. Non sarà mai dimenticato, sentenziò la stampa nazionale e locale. Ma poi arrivò l’antisemitismo di Stato del regime fascista e quel sentire diffuso arretrò gradualmente, senza però mai spegnersi del tutto. E mentre tutta la città si prepara alla festa, sulle colonne del quotidiano Il Mattino la germanista Roberta Ascarelli, discendente di un cugino di Giorgio, ripercorre la storia molto speciale della sua famiglia. Originaria della Spagna e da lì cacciata nel 1492 per arrivare tramite Livorno a Roma, ai secoli del ghetto «con qualche ribellione e più libertà di quanta se ne dica», approdò infine a Napoli con le nuove possibilità apertesi con la fine dell’egemonia borbonica e la conquista di libertà e diritti a lungo negati agli ebrei.
Un legame speciale con il sionismo
La professoressa Ascarelli offre una lettura suggestiva sull’idea che portò alla fondazione del Napoli. A suo dire «il progetto agonistico e sociale» del padre del Napoli ha molte affinità con il pensiero «sull’uomo nuovo e sull’ebreo nuovo, quello sano, sportivo, entusiasta, capace di redimere se stesso redimendo insieme il mondo» di Theodor Herzl, il padre del sionismo. Molti Ascarelli furono non a caso sionisti sin dagli albori, costituendo in famiglia «un precoce gruppo» nel 1902, ma affermandosi anche come protagonisti della società napoletana a livello imprenditoriale e politico. Nella loro visione del mondo, sostiene, «Napoli era il posto giusto non solo per diventare napoletani, ma anche per creare in questa città una possibile Gerusalemme». E «se oggi sono qui, fuori dal mio secolo e lontana dalla mia storia, è solo per prendermi la mia fetta di festa, con l’idea napoletana, che la folla non ha curriculum: è lì tutta insieme, a un’ora convenuta, di fronte a qualcosa su cui non ha alcuna autorità, se non quella di esserci». Per Ascarelli, le persecuzioni si sconfiggono anche così: «A suon di fischi, di cori, e magari di una pizza offerta a uno sconosciuto».
a.s.