«La verità non esiste, la vita è un palcoscenico fatto di grandi attori e comparse». La celebre battuta di Manuel Fantoni, interpretato dal magnifico Angelo Infanti in Borotalco, fa sorridere. Eppure oggi suona quasi profetica. Nell’epoca dei social network, delle fake news e delle narrazioni confezionate su misura, il conflitto israelo-palestinese è diventato uno dei terreni in cui la propaganda sembra prevalere sulla complessità della storia.
Si sente spesso affermare che gli ebrei non avrebbero alcun diritto a vivere in Israele, come se il loro legame con quella terra fosse un’invenzione recente. Eppure la storia racconta una diaspora durata quasi duemila anni, ma anche una presenza ebraica mai del tutto scomparsa nella Terra d’Israele, sostenuta nel tempo dalle comunità della diaspora che continuarono ad aiutare gli ebrei rimasti in quella terra.
Da questa lettura della storia deriva spesso anche una conseguenza inquietante: gli attentati terroristici contro i civili israeliani finiscono per essere descritti come inevitabili o addirittura comprensibili, perché Israele viene considerato uno Stato privo di legittimità. È una ricostruzione storica arbitraria che sposta l’attenzione dalla condanna del terrorismo alla sua giustificazione politica. Comprendere le cause di un conflitto è doveroso; giustificare la violenza contro i civili è tutt’altra cosa.
Si sostiene poi che Israele abbia impedito la nascita di uno Stato palestinese. La realtà storica è molto più articolata. Il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 prevedeva la nascita di due Stati: la leadership ebraica lo accettò, mentre quella araba lo respinse scegliendo la guerra. Da allora il rifiuto dell’esistenza di Israele da parte di una parte del mondo arabo ha alimentato conflitti, dalla guerra del 1948 alla Guerra dei Sei Giorni fino alla guerra dello Yom Kippur. Nello stesso periodo, circa 800.000 ebrei furono costretti a lasciare o vennero espulsi dai Paesi arabi, una pagina della storia troppo spesso dimenticata.
Israele viene frequentemente definito uno Stato di apartheid o addirittura paragonato al nazismo. Sono accuse gravissime, che meritano rigore e non slogan. Israele è una democrazia parlamentare con elezioni libere, una magistratura indipendente e cittadini non ebrei che votano, siedono in Parlamento, amministrano la giustizia, esercitano la professione medica, rappresentano il Paese nella diplomazia e, in alcuni casi, prestano servizio nelle forze armate. Ciò non significa che non esistano problemi, discriminazioni o profonde controversie, soprattutto riguardo alle politiche in Cisgiordania, all’espansione degli insediamenti e alla condizione dei palestinesi, temi che alimentano un intenso dibattito anche all’interno della stessa società israeliana. Tuttavia, equiparare questa realtà al Sudafrica dell’apartheid o al Terzo Reich significa ignorare differenze storiche, politiche e giuridiche fondamentali.
C’è poi un altro aspetto che raramente trova spazio nel racconto mediatico: ciò che Israele ha costruito. Alla nascita dello Stato, il Paese doveva affrontare enormi difficoltà: vaste aree aride o semidesertiche, risorse idriche limitate, assenza di materie prime significative e un’economia ancora fragile. In poco più di settant’anni, grazie agli investimenti nell’istruzione, nella ricerca scientifica e nell’innovazione, Israele ha trasformato profondamente il proprio territorio. Tecniche avanzate di irrigazione hanno reso produttive aree prima marginali per l’agricoltura, il recupero e il riutilizzo delle acque sono diventati un modello studiato in tutto il mondo, piccoli centri si sono sviluppati fino a diventare città moderne e un Paese privo di grandi risorse naturali è riuscito a costruire una delle economie più innovative del pianeta. Dall’agricoltura di precisione alle biotecnologie, dalla medicina alla cybersecurity, Israele è oggi uno dei principali poli mondiali dell’innovazione. Anche questa trasformazione rappresenta una parte della storia di Israele. Eppure è una storia che, troppo spesso, rimane fuori dalla narrazione dominante. In alcuni racconti, persino i risultati raggiunti in Isreale sembrano diventare un elemento d’accusa, anziché un fatto storico da comprendere e collocare nel suo contesto.
Ma è soprattutto la selezione della memoria a colpire. Perché la propaganda raramente vive di menzogne assolute. Vive, più spesso di verità parziali, estratte dal loro quadro storico e trasformate in verità assolute. Nella narrazione dominante, soprattutto sui social, sembra che la storia ricominci ogni volta dall’ultimo bombardamento su Gaza. Si parla molto della distruzione, delle vittime civili e della crisi umanitaria – temi che meritano certamente attenzione – ma molto meno dell’insieme dei fatti precedenti.
Raramente si ricorda che Israele è stato bersaglio, nel corso dei decenni, di attentati contro civili, di terrorismo internazionale e, durante gli anni della Seconda Intifada, di una lunga stagione di attentati suicidi che colpirono autobus, fermate, ristoranti, caffè, alberghi e centri commerciali, trasformando luoghi della vita quotidiana in obiettivi del terrore. A ciò si aggiungono il massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, il dirottamento dell’Air France conclusosi con l’operazione di Entebbe, l’attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982, in cui fu ucciso il piccolo Stefano Gaj Taché, e l’omicidio di Leon Klinghoffer durante il dirottamento dell’Achille Lauro. Sono pagine che hanno profondamente segnato la memoria collettiva israeliana e contribuiscono a spiegare, almeno in parte, perché il tema della sicurezza occupi un posto così centrale nel dibattito pubblico. Comprendere questa memoria non significa condividere ogni scelta politica o militare dei governi israeliani; significa riconoscere che nessuna società costruisce la propria idea di sicurezza nel vuoto della storia. Allo stesso modo, ricordare il contesto non significa diminuire la tragedia vissuta dai civili palestinesi. Significa semplicemente rifiutare una memoria selettiva.
Del 7 ottobre 2023 si parla soprattutto come dell’evento che ha dato inizio all’attuale guerra, ma con minore frequenza si torna sulla portata di quell’attacco: il più grave massacro di civili ebrei dalla Shoah, accompagnato da sequestri di ostaggi e violenze che hanno lasciato un trauma profondo nella società israeliana.
Si dimentica spesso anche che Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia di Gaza nel 2005, evacuando insediamenti e forze militari. Allo stesso modo, si omette un altro elemento essenziale: la vasta rete di tunnel sotterranei costruita negli anni da Hamas con finalità militari offensive, utilizzata per spostare combattenti, nascondere armi e organizzare attacchi contro Israele.
Si tende inoltre a dimenticare che, se Israele ha subito relativamente meno vittime a causa delle migliaia di razzi lanciati contro il suo territorio negli ultimi anni, è anche grazie all’Iron Dome, il sistema di difesa che intercetta gran parte dei missili diretti verso i centri abitati. L’efficacia di questa tecnologia non rende meno grave il fatto che quei missili siano stati lanciati; ne limita semplicemente le conseguenze.
Ricordare questi fatti non significa sminuire la sofferenza dei civili palestinesi: significa rifiutare una narrazione che seleziona la memoria, perché una storia raccontata solo a metà finisce inevitabilmente per assomigliare più alla propaganda che alla ricerca della ricostruzione fedele della storia.
Ma il problema è ancora più profondo. Oggi sembra che la verità storica non interessi più. Non si studia la storia per comprenderla: la si ritaglia per dimostrare ciò che si è deciso in partenza. Si prende un episodio, una frase, un documento, un’immagine: il “paragrafo” che conferma la tesi che si vuole sostenere. Lo si estrae dal suo contesto, si ignorano ciò che lo precede e ciò che lo segue e lo si trasforma in una prova definitiva.
È il meccanismo della conferma, non quello della ricerca della verità. È più facile salire sul palcoscenico e ricevere l’applauso di chi vuole sentirsi confermare ciò che ha sempre creduto, piuttosto che affrontare la complessità dei fatti. Il palcoscenico premia chi rafforza convinzioni già radicate, non chi le mette in discussione. Così la comparsa diventa protagonista, mentre il grande attore – la verità – esce di scena.
Forse è proprio questo il significato più attuale della battuta di Manuel Fantoni. La realtà dei fatti non scompare perché non esiste, ma perché, troppo spesso, il sipario si apre sulla propaganda e cala sulla ricerca della verità. Ma questa continua ad esistere: richiede soltanto la pazienza e l’onestà intellettuale di chi è disposto a cercarla, anche quando il pubblico preferisce applaudire la messinscena al posto della complessità della storia.
Davide Balata