Era la più grande sinagoga del suo genere in Europa. Costruita nel Seicento in stile rinascimentale-barocco, a nove campate con quattro colonne centrali, sorgeva un piano sotto il livello del suolo: le autorità vietavano alla comunità ebraica di costruire edifici più alti delle chiese circostanti , e abbassare il pavimento di un piano era il solo modo per darle grandiosità interna senza infrangere la norma. Un accorgimento che secoli dopo ne avrebbe salvato le fondamenta. Attorno al tempio si stringeva lo Shulhoyf, il denso complesso comunitario dell’ebraismo lituano: case di studio, bagni rituali, banchi casher, la sede del consiglio della comunità e la sala di studio del Gaon di Vilna, rav Elijah ben Solomon Zalman (1720-1797). Per secoli, la Grande Sinagoga di Vilnius fu il cuore pulsante di una delle comunità ebraiche più vivaci d’Europa.
Di quel cuore, per settant’anni, non era rimasto nulla di visibile. Ora, per la prima volta, gli archeologi hanno riportato alla luce la bimah, l’altare centrale da cui si legge la Torah. Insieme sono emerse parti della sala di preghiera principale e del matroneo, pavimenti a terrazzo decorati con motivi floreali e geometrici, targhe che marcavano i posti dei fedeli e una lastra incisa con i Dieci Comandamenti. È il ritrovamento più importante da quando gli scavi nel complesso ebraico cominciarono, nel 2011.
Lo scavo è diretto da Jon Seligman dell’Israel Antiquities Authority, in collaborazione con l’organizzazione lituana per il patrimonio culturale KPIP e la comunità ebraica del Paese. L’avvio dei lavori è stato possibile solo di recente: l’edificio sovietico che sorgeva sopra il sito è stato demolito otto mesi fa, liberando il terreno per la prima volta dagli anni Cinquanta. «È stata la sinagoga più importante dell’ebraismo lituano per diversi secoli», ha spiegato Seligman. «Rappresentava questo popolo e faceva parte della sua identità. In un’epoca in cui gli ebrei erano il 40 per cento della città, questa era il loro cuore pulsante». Per l’archeologo il progetto ha anche un valore personale: «La mia famiglia veniva dai villaggi intorno a Vilnius. Sotto molti aspetti, per me è stato un ritorno a casa».
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli ebrei nella capitale lituana erano circa 60-70mila, quasi la metà degli abitanti, con circa 160 sinagoghe in città. Oggi ne resta una sola in uso per circa duemila ebrei. Dopo l’occupazione nazista del giugno 1941, gli ebrei di Vilna furono rinchiusi in due ghetti; la Grande Sinagoga si trovava nel «Piccolo Ghetto», dove furono deportati gli anziani e le donne con bambini. Nell’ottobre di quell’anno il ghetto fu liquidato e i suoi abitanti assassinati. L’edificio, saccheggiato e dato alle fiamme, era ancora in piedi e restaurabile alla fine della guerra. Furono i sovietici a cancellarlo: nel 1957 revocarono la tutela di cui godeva e lo demolirono per costruirvi sopra una scuola.
Tra i reperti figurano numerose targhe con i nomi dei fedeli, uomini e donne, e altre riservate ai membri dell’ente assistenziale Tsedakah Gedolah, che partecipava all’amministrazione della comunità. Una in particolare segnala il posto donato da «Gitel Klachek, moglie del defunto Yechezkel, shamash della città», la figura che si occupava della gestione pratica del tempio. I Klachek erano una famiglia ricca e influente, proprietaria di numerose attività nelle strade attorno alla sinagoga.
Sono emersi anche una piccola lastra metallica con i Dieci Comandamenti, uno stampo con la parola iniziale della Genesi e piatti usati durante la festività di Pesach. «I reperti ci restituiscono una vicinanza commovente, quasi familiare, con le persone che pregavano qui e con la vita comunitaria che ruotò attorno alla sinagoga per secoli», ha sottolineato Seligman.
Il sito non tornerà a essere un luogo di culto, ma diventerà uno spazio di memoria. «È importante non dimenticare la sinagoga, la sua importanza, e le persone che vi hanno vissuto e pregato», ha concluso l’archeologo. «È questo il senso del nostro lavoro».
d.r.