L’attacco terroristico contro i partecipanti di una manifestazione Pride a Berlino ha riaperto il dibattito sul modo in cui alcuni ambienti progressisti Lgbt affrontano la minaccia dell’estremismo islamista. Secondo Aaron Bandler, su JNS, tra gli attivisti e le organizzazioni Lgbt progressiste non si sarebbe registrato, dopo l’attacco, un cambiamento significativo nell’analisi del fenomeno. Deborah Lipstadt, storica dell’odio antiebraico e già inviata speciale degli Stati Uniti per il monitoraggio e la lotta all’antisemitismo, sintetizza così la situazione: «Forse alcuni individui hanno cambiato posizione, ma pubblicamente non è avvenuto affatto». Lipstadt richiama quella che alcuni studiosi definiscono «alleanza rosso-verde», cioè un avvicinamento tra ambienti della sinistra radicale e settori del mondo islamista. «(Tra di loro) non sono d’accordo su nulla», afferma, citando «femminismo, tipo di governo, economia». «Ma l’unica cosa su cui marciano insieme è l’odio per gli ebrei» e «l’ostilità e l’opposizione a Israele come Stato ebraico». Secondo Lipstadt, si tratta di «una coalizione assurda ma molto pericolosa», che «trasuda autocompiacimento morale e un senso di vittimismo condiviso». Interpellata su cosa potrebbe determinare un cambiamento, Lipstadt ricorda il caso della rivoluzione iraniana del 1979 e il sostegno che, secondo la sua ricostruzione, fu dato al ritorno dell’ayatollah Khomeini da ambienti diversi, compresi islamisti e settori della sinistra iraniana. «Erano convinti che con l’arrivo dell’ayatollah ci sarebbero state libertà e diritti che non esistevano sotto lo scià. Guardate chi stanno uccidendo per le strade oggi. Guardate chi stanno impiccando». La storica conclude con un giudizio molto netto: «Nella migliore delle ipotesi, con la massima generosità possibile, direi che l’ingenuità della comunità Lgbt è stupefacente».
Luke Moon, visiting fellow dell’Heritage Foundation, sostiene che dopo l’attacco non vi sia stato un cambiamento sostanziale. «Ho visto lo spostamento della responsabilità verso il solito stereotipo della supremazia bianca», afferma. Secondo Moon, «sono troppo legati all’ideologia» e potrebbe essere necessario assistere ad altri episodi simili prima che avvenga un cambiamento.
David May, senior research analyst della Foundation for Defense of Democracies, osserva che gli organizzatori del Pride di Berlino hanno esplicitamente denunciato il terrorismo islamista dopo l’attacco. «Ma questo è raro tra i gruppi Lgbt». Secondo May, molte organizzazioni hanno evitato di affrontare l’omofobia presente in alcune comunità musulmane perché riluttanti a mettere in discussione gruppi considerati oppressi o a rompere alleanze politiche. «Gli attivisti di sinistra hanno aderito a una prospettiva intersezionale, secondo cui tutte le ingiustizie sono collegate tra loro», afferma. «Questo quadro dà priorità ad alcune ingiustizie percepite rispetto ad altre. I diritti Lgbt passano in secondo piano rispetto alla causa palestinese». Per May, l’alleanza politica tra settori islamisti e sinistra radicale «si è basata sull’occultamento della verità sull’omofobia presente tra i palestinesi o sulla subordinazione dei diritti gay alla difesa della causa palestinese». Max Abrahms, professore associato di Scienze Politiche alla Northeastern University e studioso di terrorismo e Medio Oriente, sostiene comel’attacco di Berlino non abbia modificato le posizioni di quei gruppi progressisti che, a suo giudizio, sostengono movimenti islamisti senza interrogarsi sulla distanza tra questi ultimi e i valori di inclusione e liberalismo.
Nel frattempo, alcuni commentatori hanno attribuito l’attacco a Israele attraverso teorie del complotto diffuse sui social network. May osserva che «alcuni hanno promosso teorie secondo cui Israele sarebbe responsabile dell’attacco di Berlino». Anni di narrazioni che descrivono Israele come responsabile di ogni male, spiega, hanno contribuito a creare un terreno favorevole a queste interpretazioni. Lipstadt aggiunge: «Stanno dando la colpa a Israele per l’attacco di Berlino. Stanno dando la colpa a Israele per le 65.000 persone che hanno cercato di arrivare in Spagna. Hanno dato la colpa a Israele per l’11 settembre». Per la storica, «non c’è limite alle cose di cui Israele può essere accusato». Moon conclude che «Israele è sempre il capro espiatorio». Molte accuse rivolte allo Stato ebraico, conclude, «non hanno evidentemente nulla a che fare con Israele», ma rappresentano «una forma di pigrizia» nell’analisi degli eventi.