In vacanza per una decina di giorni vicino al Lago Trasimeno, in questo periodo non balneabile («A meno che non vogliate fare il bagno nella mota», dice una giovane) ci siamo dedicati a visitare i borghi caratteristici lungo il lago, oltre che a rinfrescarci nella bella piscina del casale in mezzo agli ulivi dove siamo alloggiati. A Monte del Lago, nella via principale che dalla Rocca scende fino al lago, noto il nome sulla targa della strada: “Via della Strage”. Chiedo di che strage si tratti a una donna di una certa età affacciata al davanzale della finestra, sicuro dentro di me che fosse una strage nazifascista. E invece la risposta secca, lapidaria è: “Annibale”. Spiazzato da questo nome che forse non sentivo dall’epoca della scuola media, vado a consultare l’inseparabile Guida rossa del Touring Club e trovo che molti toponimi della zona sono appunto derivati da quella nefasta (per i Romani) sconfitta subita per mano di Annibale e dell’esercito cartaginese durante la Seconda guerra punica. Spiega la Guida: «Ossaia, Sanguineto, Sepoltaglia ricorderebbero i momenti drammatici dell’antico evento, ma senza alcun certo fondamento documentario». Ma noi non abbiamo bisogno di prove documentarie, ci basta la saggezza popolare affidata ai vecchi. Se ogni nipote sente i racconti di sua nonna, sono sufficienti circa trenta passaggi da nonna a nipote per coprire i 2.243 anni che ci separano da quegli antichi eventi.
Il giorno successivo andiamo a Castiglion del Lago, il centro più famoso del lago. Il fatto che Annibale sia diventato un’ossessione per gli abitanti del lago (e anche una attrazione turistica) è testimoniato da un pannello che segnala i diversi luoghi visibili da Castiglione. Vicino all’indicazione del paese Tuoro sul Trasimeno, situato in una conca dove avvennero le fasi decisive della battaglia fra l’esercito cartaginese e quello romano, compare la dicitura: “Percorso di Annibale”. Ci incamminiamo lungo la via principale di Castiglione e in una piazzetta centrale, piazza Mazzini, sul lato opposto all’antico Palazzo di Giustizia risalente al XVI secolo, vedo due lapidi affiancate: una dedicata al centenario dall’unità d’Italia, apposta nel 1961, e un’altra in cui il mio sensibile occhio ebraico individua subito la parola “olocausto”. Ecco un altro riferimento ad Annibale, mi dico. E invece no. I responsabili dell’olocausto non sono i cartaginesi guidati da Annibale, questa volta sono proprio i nazifascisti. Ecco il testo della lapide, in mezzo alle immagini di Garibaldi e Mazzini: «Nel secondo anniversario della liberazione nazionale della barbara oppressione nazifascista il popolo di Castiglione del Lago in memoria dei 76.000 caduti che diedero in olocausto la loro esistenza per la libertà e l’onore dell’Italia pose questo ricordo perché le generazioni future sappiano quanto sacrificio sia costato ai combattenti della libertà la conquista della democrazia e della Repubblica. 25-4-1945 25-4-1947».
Ci fu un’epoca in cui l’olocausto non era quello degli ebrei (o non solo). Il termine “olocausto”, che letteralmente indica un sacrificio bruciato per intero, veniva usato a volte nelle lapidi in memoria dei caduti, come in questa di Castiglione, e solo raramente per indicare quanto avvenne agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Ci volle molto tempo prima che lo si usasse in maniera estesa per indicare lo sterminio degli ebrei d’Europa, che divenne l’Olocausto per antonomasia. Come ben documenta Anna-Vera Sullam Calimani ne I nomi dello sterminio (Einaudi 2001), la diffusione presso il vasto pubblico del termine “olocausto” per indicare il genocidio ebraico si dovette soprattutto allo sceneggiato televisivo americano Holocaust del 1979, basato sull’opera di Gerald Green dell’anno precedente, e all’uso di questo termine che ne fece ripetutamente Elie Wiesel.
Negli ultimi decenni c’è stato un ulteriore cambiamento e ormai si usa spesso, anche in italiano e altre lingue occidentali, il termine ebraico “Shoah”, che letteralmente significa “catastrofe, distruzione”, e ha meno connotazioni teologico-religiose rispetto al vocabolo “olocausto”, e perciò è preferito da molti. A.V. Sullam Calimani fa notare che anche il termine “Shoah” si diffuse proprio grazie al fondamentale film televisivo francese di Claude Lanzmann del 1985, intitolato appunto “Shoah”.
Se dunque l’olocausto della lapide di Castiglion del Lago non si riferisce agli ebrei, c’è tuttavia un altro evento avvenuto al Lago Trasimeno, per la precisione sull’Isola Maggiore, che li riguarda direttamente. E non si tratta di una strage bensì del salvataggio di numerosi ebrei da parte dei pescatori dell’isola, guidati da un “Giusto tra le nazioni”. Ma questa è, come si dice, un’altra storia.
Gianfranco Di Segni