C’è ancora molto Medio Oriente nelle pagine dei giornali. Il Foglio tra gli altri analizza una intervista di Nickolay Mladenov, l’inviato del Board of Peace per Gaza, con il Canale 12 israeliano. Il diplomatico bulgaro ha dichiarato che «il lavoro di disarmo di Hamas sarà lungo, che per ripulire tutti i tunnel ci vorranno dieci anni e se ne occuperanno le imprese edili che saranno abilitate a operare dentro la Striscia», aggiungendo che «in questa fase del piano non è previsto alcun ritiro da parte di Tsahal, ma si richiede ai soldati israeliani di rimanere dentro la linea gialla e di non sparare, a meno che non identifichino chiare minacce di riarmo da parte dei terroristi». Riguardo al piano per Gaza, partendo dalla stessa intervista, La Stampa sottolinea come a contare davvero sia ciò che «succede sul terreno, dove Tsahal ha ridotto le operazioni e a Rafah sarebbero già partiti i lavori per un nuovo quartiere destinato a circa 20 mila palestinesi, finanziato con capitali emiratini e autorizzato, secondo fonti israeliane, dallo stesso Netanyahu e dal ministro della Difesa, Israel Katz». Massimo Gaggi, sul Corriere, descrive Benjamin Netanyahu come «assediato dalle inchieste giudiziarie, contestato dalle piazze, alla guida di una fragile coalizione nella quale riesce a stare a galla solo accettando i diktat dell’estrema destra religiosa». Per il Corriere, il premier israeliano «sa che il giorno in cui le armi taceranno sarà quello in cui un’intera nazione gli chiederà conto dei suoi fallimenti in materia di sicurezza interna e di visione strategica». Quanto a un futuribile Stato palestinese, accusa sul Riformista il direttore della testata Claudio Velardi, Netanyahu «è il capro espiatorio» degli ipocriti. «Dichiarare solennemente che Bibi è l’ostacolo serve a nascondere una verità elementare: oggi non esiste una leadership palestinese capace di fondare e governare quello Stato. Uno Stato non si riconosce, si fonda. Richiede un territorio controllato, un governo effettivo, il monopolio della forza».
Repubblica scrive del “rimpasto” interno al regime iraniano. Una delle nomine riguarda il neo segretario del consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il 71enne Mohsen Rezaei, ricercato da tempo dall’Interpol per il ruolo avuto nella strage del 1994 nella sede dell’Associazione Mutualità Israelita Argentina di Buenos Aires (“dettaglio” biografico di cui non si fa però menzione). Rezaei, racconta Libero, «è stato già tre volte candidato senza successo alla presidenza, ha guidato i Guardiani della rivoluzione dal 1981 al 1997 ed è noto per le posizioni particolarmente intransigenti» e «nonostante le sue dichiarazioni controverse e talvolta ridicole, è un fervente sostenitore della rivoluzione islamica».
«A mio parere il presidente Trump e il suo team hanno ripetutamente dimostrato di non comprendere appieno le dinamiche dei negoziati in Medio Oriente», dice al Tempo l’ex capo antiterrorismo del Mossad, Oded Ailam. «In questa regione, negoziare non è semplicemente uno scambio di proposte; è una competizione che coinvolge pazienza, psicologia, credibilità e percezione della forza». Per Ailam, «l’errore fondamentale» dell’amministrazione americana è stato quello di permettere al regime iraniano di credere che la negoziazione «sia più necessaria per se stessi» di quanto lo sia per Teheran. «Trump ha ragione quando disegna un panorama in cui l’Iran è perdente secondo tutti i criteri», spiega Fiamma Nirenstein sul Giornale. «Eppure come una formica malata, invece di nutrire il suo corpo sociale, il regime rafforza solo se stesso e lo fa col terrore e usando i fondi che comunque il mondo islamico e lo sfondo russo-cinese-coreano gli forniscono».
Il Tempo si sofferma anche sulla recente firma dell’alleanza militare congiunta tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, vista come un affossamento degli Accordi di Abramo. Se l’Egitto dovesse aderire, si legge, tale mossa «farebbe saltare gli accordi di Camp David sui quali si regge la debole pace fra il Cairo e Gerusalemme».
Aderire alla campagna per il Nobel ai bambini di Gaza, sostiene Libero, «significa non solo ricoprirsi di ridicolo, lanciando proposte simboliche e prive di efficacia concreta, ma anche cadere nella trappola morale dei terroristi di Hamas, i quali, da sempre, usano i minori come scudi umani e come strumento di propaganda».
Il Giornale segnala il libro Il nuovo impero del male. Alleanza tra estremisti di Alessandro Bertoldi, direttore esecutivo dell’Istituto Milton Friedman e presidente di Alleanza per Israele. Per l’autore, questo “nuovo impero” non è un blocco monolitico «ma una convergenza tra regimi autoritari, movimenti islamisti ed estremismi di sinistra che, pur partendo da ideologie differenti, condividerebbero l’obiettivo di indebolire le democrazie liberali, le libertà individuali e lo Stato di diritto».