Israele e Libano hanno concordato di includere l’Italia, insieme a Gran Bretagna, Svizzera e Indonesia, «tra i potenziali contributori del meccanismo che potrebbe prevedere il dispiegamento di truppe straniere in Libano per verificare il progressivo disarmo di Hezbollah». Lo scrive il Corriere della Sera, riprendendo un lancio dell’agenzia Reuters. La lista ristretta sarebbe emersa «dai colloqui mediati dagli Stati Uniti svoltisi a Roma la scorsa settimana».
Sui giornali si parla anche della presunta soffiata del Mossad relativa a un piano del regime iraniano per colpire l’Air Force One di Donald Trump in occasione del vertice di Ankara. Una minaccia presa sul serio dagli uomini della sicurezza Usa, che sono ricorsi «al doppio cambio di jet, lasciando che il tradizionale Air Force One agisse da “decoy”, specchietto per allodole terroriste», mentre il presidente degli Stati Uniti veniva trasferito su un altro velivolo (Repubblica). Trump, ricorda il Corriere, «era sì salito sul Air Force One davanti alle telecamere ma era poi sceso di nascosto, tramite il montacarichi sul retro, e in un furgone di servizio era stato portato su un aereo militare lì accanto».
Le cronache dal Medio Oriente riferiscono anche di una famiglia palestinese di Qusra impossibilitata a lasciare la propria casa per la presenza nel cortile di un avamposto abusivo di persone degli insediamenti. «L’esercito israeliano ha tentato di sgomberarlo, ma l’operazione è fallita», informa La Stampa. In un comunicato l’Idf ha definito «illegale, riprovevole e inaccettabile» l’occupazione delle proprietà palestinesi a Qusra, ordinando l’invio di un battaglione. Per Repubblica si tratta di «una presa di posizione severa» ma nei fatti «i coloni sono ancora là».
«Se ogni paese è oggetto di critiche, solo per Israele viene messo in discussione il diritto stesso di esistere: avere uno stato, un esercito, una cultura, uno sport», sottolinea la presidente Ucei, Livia Ottolenghi, in una intervista con il Foglio. «Il capitano Dreyfus è tornato sul banco degli accusati: allora era un ebreo innocente, accusato ingiustamente di aver tradito la patria, oggi è l’intero stato di Israele, dipinto come colpevole di ogni male e traditore dell’umanità». Ottolenghi denuncia la «ideologia aberrante» che ha trasformato Israele «nel simbolo assoluto del male e ha conquistato una parte delle nuove generazioni, guidata da cattivi maestri». Come Unione, «abbiamo avuto incontri con rappresentanti del mondo dei media, segnalando quelle che a nostro giudizio sono state, e sono, storture: non c’è alcuna volontà di censurare ma neanche di restare in silenzio». Il suo pensiero è che l’opinione pubblica «si stia abituando a una forma di antisemitismo a bassa intensità» che sta portando l’Italia «a vivere una situazione simile a quella del 1982, quando nell’attentato alla sinagoga di Roma fu ucciso il piccolo Stefano Gaj Taché».
«L’antisemitismo da cui il mondo è invaso è definitivo» e «dall’ottobre 2023 punta concretamente alla sparizione di Israele e alla cancellazione degli ebrei innanzitutto con la loro neutralizzazione sociale e culturale», sostiene Fiamma Nirenstein sul Giornale. «In tempo di vacanze, si vede un’altra faccia della cancellazione: il globo è un intreccio di strade di incontro nella stagione in cui si viaggia, si conosce, si apprezza. Se sei ebreo non puoi guardare alle vacanze con lo stesso senso di liberazione».
«Inizia il giorno successivo alle stragi in Israele del 7 ottobre 2023 l’opera di disinformazione contro la presunta pulizia etnica dei palestinesi compiuta dallo Stato ebraico», racconta Libero nel presentare il dossier “Geno-Lie” realizzato da 35 sigle (tra cui l’italiana Alleanza per Israele) per smentire «le menzogne diffuse dal vasto network mondiale dell’antisemitismo». “Geno-Lie” affronta tra gli altri il tema della deformazione dei testi biblici, «utilizzati per incolpare gli ebrei di coltivare, fin dalle origini, una cultura che postula la cancellazione totale del nemico». E così, sullo stile dell’accusa del sangue, «la vecchia teoria del complotto giudaico fa da sfondo a una narrativa che nasconde gli orrori compiuti dagli antisemiti».
Sarebbe un propal francese, riporta Libero, l’autore delle scritte e minacce di morte contro la premier Giorgia Meloni apparse sui muri di Bologna «insieme a scritte antisemite e contro la polizia, oltre a simboli anarchici». Il giovane, di 23 anni, si è preso «una denuncia a piede libero per imbrattamento, violenza o minaccia a corpo politico, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze Armate, aggravato e in concorso». A quanto pare non ha agito da solo e ora «le indagini proseguono per acciuffare anche gli altri responsabili».
«Il 7 ottobre 2023 ha cambiato le cose. Quando una società vive un trauma di quelle dimensioni e migliaia di cittadini passano mesi al fronte, cambia inevitabilmente il modo di vivere», spiega il demografo Sergio Della Pergola al Riformista. «Molti israeliani hanno vissuto direttamente il massacro del 7 ottobre oppure hanno familiari impegnati nell’attività di difesa militare. È naturale che il contatto diretto con la realtà sul terreno produca una maggiore diffidenza verso la parte palestinese. Non significa necessariamente condividere tutte le scelte del governo, ma rende molto più difficile immaginare un ritorno alle posizioni precedenti. Questo aspetto, fuori da Israele, è spesso sottovalutato». In un altro articolo Il Riformista si sofferma sulla “dottrina Dimona”, uno dei pilastri di Israele. La convinzione israeliana, viene spiegato, è che la deterrenza nucleare «sia l’unica lingua compresa dagli ayatollah».
Il solo Paese in Medio Oriente dove i cristiani sono al sicuro è Israele. Lo scrive il Tempo, segnalando che si tratta di una considerazione non ideologica ma statistica. Al riguardo si citano i dati di alcuni report internazionali dai quali emerge come la depressione demografica cristiana nella regione sia pari «al 67% in Siria, 86% in Iraq e 6% in Libano».
L’Eurovision ha annunciato una modifica al proprio regolamento, stabilendo che il Paese vincitore non potrà più ospitare l’edizione successiva nel caso in cui si trovi in stato di guerra. Come ricorda il Giornale, nelle ultime due edizioni Israele ha sfiorato la vittoria e «alcune emittenti partecipanti hanno espresso privatamente preoccupazioni per la sicurezza».