Attualità

Gli ebrei americani secondo Walzer

Gli ebrei americani secondo Walzer

Il 17 agosto 1790 Moses Seixas, a nome della congregazione ebraica di Newport, scrive una lettera di benvenuto al presidente degli Stati Uniti George Washington in visita alla città.
È un testo a tratti retorico ma carico di riconoscenza: «Privati come siamo stati finora degli inestimabili diritti di cittadini liberi, contempliamo ora, con profondo senso di gratitudine verso il Sommo Dispensatore di tutti gli eventi, un Governo eretto dalla Maestà del Popolo […] che concede generosamente a tutti libertà di coscienza e diritti di cittadinanza: ritenendo ognuno, di qualunque nazione, lingua o idioma, parte uguale del grande meccanismo di governo».

Per Michael Walzer, tra i più importanti filosofi politici viventi, la risposta di Washington alla missiva di Seixas è un punto centrale della storia ebraica nei 250 anni di vita degli Stati Uniti: «Molti ebrei esprimono gratitudine; io tendo all’ammirazione. Washington fa la cosa giusta: non credo dovremmo essergli grati, ma possiamo ammirarlo».
Nella sua replica Washington sottolinea che gli ebrei non saranno semplicemente tollerati nella nuova Repubblica. «Tutti», scrisse il primo presidente Usa, «possiedono allo stesso modo libertà di coscienza e diritti di cittadinanza». Parlare di tolleranza non bastava più.

Il sigillo di Benjamin Franklin

È proprio al concetto di tolleranza che Walzer, 91 anni, una vita passata tra Princeton e le pagine di Dissent, la rivista che ha fondato insieme ai maestri della sinistra ebraica newyorkese, riserva una chiara insofferenza. «Si tratta di un dono concesso a malincuore, e dobbiamo insistere per ottenere di più, per tutti: per gli ebrei, per altre minoranze, per i musulmani americani ad esempio. Quindi sì, l’America è ancora un progetto, dopo 250 anni». Sul ruolo degli ebrei nella costruzione della democrazia Usa, Walzer si concede una battuta. «Il Tikvah Fund, organizzazione della destra ebraica americana, insiste sul fatto che gli Stati Uniti siano praticamente una creazione ebraica. Io non mi spingo a tanto».
Tra chi sostiene questa lettura c’è il rabbino Meir Soloveichik di Tikvah, che nella serie Jewish Ideas and the American Founders mette le idee ebraiche nelle fondamenta degli Usa. Alcuni elementi, concede Walzer, sono indiscutibili. «Si considera sempre un segno dell’influenza ebraica il fatto che Benjamin Franklin propose come sigillo ufficiale della nuova Repubblica un disegno di Mosè al Mar Rossomentre il popolo lo attraversa: la liberazione degli Israeliti dall’Egitto fu un testo fondamentale per l’America».
Nei sermoni del New England il linguaggio dell’Esodo diventò una grammatica politica: Re Giorgio era il Faraone, l’indipendenza una nuova marcia verso la Terra Promessa. «È chiaro che la storia ebraica fu per molti americani una fonte di ispirazione», riconosce Walzer, ma «i padri fondatori erano figli dell’Illuminismo. La struttura istituzionale che elaborarono deve di più alla storia della Repubblica romana che ai testi ebraici».

Accesso, studio, partecipazione

Parlando delle origini degli Usa, «c’erano pochissimi ebrei nelle colonie. Nel 1776 erano in gran parte sefarditi arrivati dal Sud America. C’erano mercanti che sostennero finanziariamente la Rivoluzione americana, e alcuni parteciparono ai combattimenti. Ma eravamo una minoranza piccolissima». Da quel principio comincia una delle grandi storie della diaspora ebraica moderna: vivere da ebrei e da cittadini, partecipare alla vita politica e culturale senza dover chiedere il permesso alla maggioranza.
Walzer lo racconta anche attraverso la propria biografia. Nato nel 1935 in una piccola città della Pennsylvania, fu eletto presidente del consiglio studentesco del suo liceo. «Ho vissuto quella nomina come la prova che l’America era una società aperta, in cui gli ebrei potevano farsi strada». Poi arrivarono Brandeis, Princeton, Dissent, l’essere parte della corrente degli intellettuali ebrei newyorkesi. «Questa è stata l’America per me. Pubblicavamo una rivista di sinistra e non abbiamo mai avuto una visita della polizia nel cuore della notte. Non siamo mai stati censurati».
Per una parte consistente dell’ebraismo americano, il Novecento è stato accesso, studio, influenza, partecipazione. «Oggi ci sono cinque o sei milioni di ebrei americani. Siamo una comunità molto istruita che ha enormemente contribuito a ogni aspetto della vita: alla sanità, alla filosofia, alle scienze sociali, alla musica, alla comicità». È la generazione dell’“età d’oro” degli ebrei americani, come l’ha definita il giornalista Franklin Foer: una stagione iniziata con il secondo dopoguerra e che oggi, secondo lo stesso Foer, potrebbe essere vicina alla fine.
Il 250esimo anniversario degli Stati Uniti arriva in una fase di inquietudine. «La lettera del primo presidente Usa è ciò che ci fa sentire bene in questo momento. Ma molti ebrei si sentono a disagio oggi in America». alzer cita gli episodi violenti di antisemitismo, l’antisionismo, il clima nei campus universitari, per decenni simboli dell’ascesa ebraica americana e oggi meno accoglienti quando non ostili: «Gli ebrei nelle università americane subiscono episodi di molestie e di esclusione dalle organizzazioni studentesche». Per Walzer serve un gesto pubblico all’altezza di quello di Washington nel 1790: «È davvero il momento per qualcuno di ripetere con forza quei principi, e non penso proprio che lo farà Donald Trump».

Un sionista critico

Eppure, Walzer non descrive un’America perduta né un ebraismo in ritirata. Alcune università d’élite, nota, sono tra i posti più ostili. A Princeton, però, l’organizzazione studentesca ebraica gli appare ampia, attiva, sicura di sé.
Anche ad Harvard, teatro di episodi di antisemitismo, le associazioni studentesche ebraiche del campus «si sono mostrate tutte attive e presenti. I nostri giovani, osservandoli da lontano, non mi sembravano spaventati. Il modo giusto di affrontare l’antisemitismo non è nascondersi ma farsi valere». Per Walzer, significa restare dentro la politica. «Siamo politicamente impegnati. Siamo una parte importante del Partito Democratico, per cui vota la stragrande maggioranza degli ebrei americani». Ma Israele divide il Partito Democratico e il mondo ebraico a stelle e strisce. Questa frattura, osserva, apre uno spazio in cui possono muoversi gli antisemiti. «Lo vediamo nel Partito Repubblicano, ma ci sono echi anche tra i democratici, e ci saranno battaglie importanti all’interno del partito su questo tema. Aiuterebbe molto se in Israele ci fosse un governo diverso».
Il rapporto con Israele attraversa così l’anniversario americano. Di fronte all’antisionismo crescente a sinistra, Walzer ribadisce la propria posizione: «Sono ancora sionista liberale, in questo momento un sionista critico. Credo nell’autodeterminazione non solo per gli ebrei ma per tutti». Condanna l’estrema destra israeliana di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ma criticare il governo israeliano non significa per lui rompere con il sionismo. Israele, avverte citando il pensatore Edmund Burke («Se vogliamo amare il nostro paese, il paese deve essere amabile»), deve tornare a essere «amabile» agli occhi dei giovani ebrei americani. Molti movimenti progressisti d’oltreoceano si rifanno al principio del tikkun olam, la riparazione del mondo. Walzer è scettico. «È una frase molto comune, soprattutto oggi in alcune comunità della diaspora, per le quali tikkun olam rischia di diventare l’intero contenuto dell’ebraismo». Il problema, per lui, è la riduzione di una tradizione plurimillenaria a una formula morale generica. «La vera tradizione ebraica è molto più profonda, e radicata tanto nell’esperienza storica degli ebrei quanto nella teologia o nelle sue dottrine».

Perseguire la giustizia

Walzer resta però ottimista. «Siamo una comunità forte con una cultura partecipativa». L’ebraismo americano è diviso, riconosce, religiosamente e politicamente. Ma questa pluralità non gli appare come un segno di dissoluzione. «Ci sono tante persone intelligenti che fanno cose buone e che, con alcune eccezioni, continuano a parlarsi tra loro. Ho nipoti, ho pronipoti. Devo essere ottimista sul nostro futuro». E poi torna sul tema dell’orgoglio: «Credo che perseguire la giustizia sia l’elemento cardine». Ma il primo pensiero va alla storia del Novecento: «Gli Usa sono stati la forza guida nella sconfitta del nazismo e del comunismo. E penso che gli americani, in particolare a sinistra, non ne siano abbastanza consapevoli, o abbastanza orgogliosi. Al di là di tutti gli errori, gli Stati Uniti sono responsabili di due vittorie contro due delle peggiori forme della politica moderna. Non si può dare per scontato».

Daniel Reichel

(Nell’immagine in alto: George Washington attraversa il Delaware – Emanuel Leutze, 1851)

I nostri siti