Le candidature per i premi Nobel sono segrete per cinquant’anni e le liste che circolano per il Nobel per la Pace sono dunque solo congetture. Il Comitato del premio ha ricevuto le candidature, che dovevano essere presentate entro il 31 gennaio, e la selezione proseguirà fino all’autunno, quando verrà annunciato il vincitore, di consueto in ottobre. Il Nobel della Pace 2026 rischia di essere letto attraverso la lente ormai quasi obbligata di Israele e Gaza, mentre la tradizione ebraica offre una concezione della pace più complessa: non è semplicemente l’assenza della guerra, quanto una condizione di giustizia, sicurezza e ricomposizione. Premiare chi denuncia una parte del conflitto può essere percepito come un gesto di giustizia da una parte del mondo e come una cancellazione della propria esperienza dall’altra. Una possibilità, dunque, potrebbe essere un premio che sfugga alla logica “contro qualcuno” e riconosca invece un lavoro capace di tenere insieme due principi che oggi sembrano quasi incompatibili: il diritto degli israeliani alla sicurezza e all’autodeterminazione e quello dei palestinesi alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione. Oppure, dare il Nobel per la Pace a chi lavora alla convivenza israeliano-palestinese: non necessariamente una figura istituzionale di primissimo piano, ma un’organizzazione binazionale o una coppia di israeliani e palestinesi. Premiare chi ha continuato a costruire rapporti tra le due società significherebbe dire che la pace coincide con la capacità di rendere nuovamente pensabile una vita comune. Una posizione binoculare, capace di rifiutare sia la rimozione del 7 ottobre sia quella della catastrofe palestinese: Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica di Torino, spiega che «la Comunità ebraica di Torino ha aderito al Comitato Promotore, composto dalle principali confessioni religiose della città, da associazioni culturali e da personalità torinesi, per il conferimento del Nobel per la Pace a Rami Elhanan (israeliano) e a Bassam Aramin (palestinese), due padri che hanno perso in modo drammatico nel conflitto le rispettive figlie e che oggi girano il mondo per promuovere il dialogo e la prospettiva di una pacifica coesistenza tra i due popoli». Ricorda poi che la loro vicenda, che ha commosso il mondo, è stata raccontata da Colum McCann in Apeirogon, libro uscito anche in Italia, per Feltrinelli. I due protagonisti saranno insieme a Torino nel prossimo mese di ottobre, ospiti di Torino Spiritualità, e, aggiunge Disegni, «oltre a partecipare a incontri pubblici si recheranno nelle scuole per portare un messaggio di speranza di pace, mai come ora indispensabile». Susanna Sciaky, presidente nazionale Adei Wizo, indica a sua volta una candidatura legata alla memoria e alla documentazione dei crimini del 7 ottobre: «Scegliamo la Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas Against Women and Children: raccoglie, ricerca e archivia le prove dei crimini del 7 ottobre, con particolare attenzione alla violenza sessuale e di genere. Un lavoro di memoria e giustizia per creare una metodologia con cui perseguire questi crimini, ovunque avvengano».
Che cosa significa però oggi “pace” quando la memoria ebraica della persecuzione e della vulnerabilità è tornata al centro della coscienza politica? Il Nobel potrebbe diventare un banco di prova per la capacità dell’Occidente di concepire la pace senza trasformarla in una gara morale tra vittime. È su questo sfondo che vanno letti i nomi che circolano, pur con tutte le cautele imposte dalla segretezza delle candidature. Il Comitato ha dichiarato di aver ricevuto 287 candidature, 208 persone e 79 organizzazioni. Donald Trump è il nome più inevitabile, non necessariamente il più probabile: Benjamin Netanyahu lo aveva candidato formalmente già nel 2025 e nel 2026 altre figure politiche hanno dichiarato di aver fatto lo stesso. Una candidatura che può essere letta attraverso gli Accordi di Abramo e la diplomazia mediorientale, ma il cui profilo resta fortemente controverso, è un presidente che ha modificato concretamente gli equilibri regionali, ma è difficile separare quei risultati dal suo stile politico e dalle sue scelte in altri ambiti. Papa Leone XIV, anch’egli candidato, ha un “vantaggio”: il suo profilo di mediatore internazionale consentirebbe al Comitato di spostare il baricentro del premio oltre il teatro israelo-palestinese.
Tra le ipotesi c’è quella delle Emergency Response Rooms sudanesi, una candidatura più “nobeliana” nel senso classico: unisce società civile, soccorso dal basso, lavoro concreto nel contesto in una guerra dimenticata. Un’ulteriore possibilità viene da Adachiara Zevi, architetto e storica dell’arte: «per me il Nobel per la Pace dovrebbe essere dato a Medici senza Frontiere per il sostegno irriducibile da loro fornito a tutte le popolazioni che ne hanno bisogno e per la discrezione e imparzialità con cui svolgono il loro lavoro che non degenera mai in propaganda o settarismo come purtroppo accade con altre organizzazioni umanitarie». Un’altra possibilità viene dall’Iran, a favore del movimento Woman, Life, Freedom (Donna, vita, libertà) o di una sua figura specifica.
Gadi Luzzatto Voghera, storico e direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, aggiunge un’altra ipotesi: «Per me il Nobel per la pace dovrebbe essere attribuito alle donne afgane, non so in che modo in verità, ma il mondo (tutto il mondo) le ha lasciate sole e loro resistono come possono». Tornando ai singoli, Yulia Navalnaya compare tra i nomi pubblicamente associati alle candidature 2026: sarebbe la prosecuzione naturale del riconoscimento dato ad Aleksej Navalnyj e alla dissidenza russa, anche se il Comitato potrebbe voler evitare una sorta di Nobel “postumo per interposta persona”. Secondo Le Monde, un nome possibile è quello di Mohammed Dahlan: la sua attività diplomatica intorno a Gaza è tornata ad avere peso ed è una figura che sta cercando di mediare tra Hamas, Egitto e gli inviati americani, anche sul piano del disarmo e dell’amministrazione postbellica di Gaza. Non è destinato a suscitare consenso unanime: un palestinese pragmatico, con rapporti con Israele, Hamas, Egitto, Emirati e Washington, sarebbe una scelta sorprendente, possibile se il Comitato volesse premiare la diplomazia concreta anziché la “purezza” morale.
Il vero banco di prova del Nobel potrebbe essere la sua capacità di riconoscere la sicurezza non come il contrario della pace, ma come una delle condizioni da cui una pace giusta deve partire. Oppure, suggerisce Dario Calimani, presidente della Comunità ebraica di Venezia: «Penso che per qualche anno, salvo sorprese imprevedibili, sarebbe bene sospendere il Nobel per la Pace. Oggi anche le parole di chi sembra parlare per la pace hanno secondi fini o hanno in mente qualcosa che non implica una pace per tutti, ma una pace selettiva. Forse bisognerebbe cancellare la parola pace dal vocabolario. Troppo strumentalizzata».
a.t.