Un/una politico/a settentrionale del Pd posta su Facebook un commento altrui che riguarda Israele, riguardante la condotta dei cosiddetti coloni. Nemmeno un cenno ai rifiuti palestinesi di ‘prendersi’ Gaza e la Cisgiordania/Giudea e Samaria. Dal punto di vista culturale (mettiamola così), mi sta bene, in quanto, al netto della fede, buona o meno buona, voglio pensare che l’autore non sia padrone della materia. Se, con Pavese, possiamo dire che lavorare stanca, possiamo soggiungere che studiare sfibra pure di più: meglio astenersi.
Perfino Alan Dershowitz, un pro-israeliano di ferro, e per me quello più forte (ho deciso, mentre assalivo un gelato, che i giuristi siano per definizione i migliori) scrisse così, in The case for Israel: «Anche per coloro che nel 1947 non credevano che la spartizione della Palestina fosse giusta per i palestinesi, se la si considera come una forma di azione affermativa internazionale, appare più che equa. Per coloro che sostengono l’azione affermativa basata sulla necessità di diversità, uno stato ebraico aggiungerebbe certamente una notevole diversità a un mondo con più di quaranta stati musulmani e numerosi stati cristiani, indù e buddisti. Sebbene esista già uno stato a maggioranza palestinese in Giordania, un nuovo stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, governato da palestinesi, aggiungerebbe anch’esso un elemento di diversità».
Rimarrebbe da domandarsi, allora, perché l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) scrisse nella sua Carta fondativa, del 1964, all’art. 24, che escludeva ogni pretesa sulla Cisgiordania, Gaza e l’area di Himmah. Questo articolo è poi scomparso: dire di amare una terra nei cui riguardi si dichiara per iscritto la più totale indifferenza è un dettaglio? Forse sì, ma nei miei lunghi anni di studio, ho capito che sorvolare sui dettagli non è una grande idea: prima pesiamoli e poi, previa motivazione, decidiamo se accantonarli.
Queste osservazioni conducono al tema che più mi sta a cuore: ciò che si fa passare per legittime critiche a Israele, nei media subiscono troppo spesso una trasformazione genetica che sfocia nella conclusione che noi ebrei e (noi) Israele siamo il male e che quindi dovremmo sparire. Sul profilo Facebook di questo/a politico/a un tizio qualunque (non cito il nome) conclude in un post che se la vera Israele è questa, tanto vale che non esista.
Intendiamoci: non cerco il mostro, asserisco però che questa conclusione è sempre più frequente, e talvolta si estende agli ebrei in generale. A chi usa sempre più spesso – e sempre più a sproposito – la parola genocidio, direi che questo è un invito al genocidio. Non lo sarebbe se Israele non fosse da sempre minacciata di morte, non lo sarebbe se i pogrom contro gli ebrei in quest’area, non risalissero al 1834: mi sembra che Netanyahu sia nato dopo.
Tutto questo mio sproloquio, per dire:
a) che il congegno che riguarda Gaza funziona così dal 2005 (anno di ritiro di Israele dalla Striscia): lo Stato ebraico viene attaccato e, quando si difende, viene mostrificato;
b) che tale meccanismo ormai si è trasformato nella demonizzazione non di Israele, ma degli israeliani (e questa per il codice penale italiano è una fattispecie illegittima) e che sfocia nella delegittimazione non tanto del governo israeliano, quanto dello Stato di Israele e del popolo ebraico stesso;
c) che il fatto che nel Democracy Index Israele sia al n° 30 (e l’Italia al n° 37) vuol dire che da noi il fatto che un Paese sia democratico o meno, è diventato un dato ininfluente, come dire che della democrazia ci interessa poco. Da noi, solo un partito contiene nella sua denominazione la parola “democratico”. Sicuramente intende farne buon uso. Agli amici del Pd domando: se i vicini di Israele fossero delle democrazie, ci sarebbe un conflitto bellico? Vi è abbondante letteratura in materia, invito a vederla insieme.
Riprendendo il filo, Vi dico che ho telefonato a questo/a politica/ che con grandissima disponibilità, e dopo che gli/le ho esposto le mie rimostranze, ha replicato al delegittimatore con un altro post, dicendo: a) che non condivideva le sue idee, b) che vi era il grandissimo problema del governo israeliano. Lo ringrazio di cuore, ma non penso di essere irriguardoso se soggiungo che una parolina per Hamas, Hezbollah e Iran ci stava. Non dubito che, da persona intelligente e sensibile, lo farà.
Cosa fare? Direi che il metodo seguito dalla presidente Ucei Livia Ottolenghi sia il solo valido, è un metodo collaudato in passato (non poteva essere altrimenti), e che Ottolenghi ha dimostrato di usare con grande autorevolezza nei rapporti con l’Anpi. Stante la scarsa conoscenza dell’argomento mediorientale ed ebraico, l’incontro diretto oltre che efficace, consente al grande pubblico di sopperire a una massa di lacune sufficientemente grandi da mettere a repentaglio la democrazia: incontriamoci, parliamone.
Emanuele Calò