Alla guerra faccia seguito il negoziato

L’opinione pubblica italiana è in larga parte schierata a favore della causa palestinese e ha considerato l’uso della forza da parte di Israele come ampiamente sproporzionato e, per una sua parte significativa, addirittura del tutto ingiustificato. Le azioni di Israele se va male vengono chiamate “genocidio”, se va bene “massacro”. Ma nessuno dice che il “genocidio” o il “massacro” si sarebbe arrestato di colpo se Hamas si fosse arreso e avesse restituito gli ostaggi. Chi giudica la proporzionatezza della reazione israeliana non può ignorare chi l’ha resa necessaria: la prima responsabilità di quanto accaduto è di Hamas. Lo sappiamo benissimo.
Sappiamo anche che la reazione militare di Israele al massacro del 7 ottobre ha portato a risultati importanti per il superamento del conflitto. Oltre a essere riuscita a ottenere la restituzione degli ostaggi e a indebolire (quasi sconfiggere) Hamas e Hezbollah, Israele ha indirettamente contribuito, avendo fortemente indebolito Hezbollah, alla caduta del regime di Bashar al-Assad da parte delle forze ribelli guidate da Ahmed al-Sharaa, un leader che si è mostrato, almeno sul piano internazionale, molto più pragmatico e moderato di quanto la sua storia avrebbe lasciato prevedere. Anche la guerra con l’Iran, pur non raggiungendo l’auspicato cambiamento di regime, ha probabilmente ritardato il programma nucleare iraniano.
Le bombe e le armi non risolvono però tutto. Soprattutto perché a differenza del passato le guerre oggi finiscono difficilmente con un vincitore e un vinto. La tecnologia della guerra si è trasformata negli ultimi decenni. Israele ha vinto la guerra dei Sei Giorni iniziando con un attacco a sorpresa che distrusse a terra gran parte dell’aviazione egiziana prima ancora che potesse entrare in azione, e colpendo successivamente anche le forze aeree di Giordania e Siria. Nel giro di poche ore Israele aveva conquistato una schiacciante superiorità aerea. A quel punto l’esercito israeliano ha dilagato. Con le armi di oggi, droni e missili, forse quella guerra sarebbe ancora in corso. Il costo della maggior parte dei tipi di droni è infatti irrisorio rispetto a quello dei sistemi necessari per intercettarli e la loro dislocazione sul territorio li rende estremamente difficili da neutralizzare. Per questo, nonostante che l’Iran abbia subito perdite considerevoli, con l’aviazione militare e la flotta navale fortemente ridimensionate, ha continuato a combattere con armi (droni e missili) dislocate sul territorio e difficili da colpire.
Con queste tecnologie le guerre non finiscono mai. Drenano enormi risorse per la difesa, ma consentono armi di attacco efficaci, facilmente realizzabili, dislocate sul territorio e impossibili da eliminare dall’alto. Si tratta di dinamiche di cui ancora non abbiamo compreso l’impatto complessivo. Quel che è certo è che la logica del passato ormai non funziona più.
A questo punto, dopo aver raggiunto gran parte degli obiettivi che Israele si era posto, l’unica soluzione è il negoziato. Il governo di Benjamin Netanyahu ha però mostrato una fortissima riluttanza ad accettare compromessi, moderando le proprie posizioni praticamente solo su pressione degli Stati Uniti, e neanche sempre.
Ormai da anni un gruppo di violenti “coloni” israeliani semina il terrore in Cisgiordania, con esercito e polizia spesso indifferenti. Nel recente caso di Qusra un intervento deciso è arrivato soltanto dopo la durissima presa di posizione dell’ambasciatore americano, Mike Huckabee, che ha definito “terroristi” i responsabili delle violenze. Il governo israeliano sarebbe dovuto intervenire molto prima, al sorgere di quelle violenze, e autonomamente.
E adesso lo stesso problema si ripropone con Gaza. Il Board of Peace, istituito nell’ambito del piano americano e successivamente riconosciuto dalla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza dell’Onu come strumento di transizione per promuovere l’autonomia palestinese, è riuscito a negoziare il disarmo di Hamas (un processo graduale che comincia con le armi pesanti, i depositi, i siti di produzione militare e i tunnel) e il passaggio del governo della Striscia ai tecnocrati palestinesi. Tutto questo in cambio del parziale ritiro israeliano da Gaza. Il governo di Israele ha contestato elementi essenziali di questo processo di pacificazione, non accettando le proposte americane. Nel frattempo anche l’appoggio politico di Donald Trump a Netanyahu è diventato assai meno incondizionato: a poche settimane dalle elezioni, il presidente americano ha finora evitato di sostenerne pubblicamente la rielezione.
Le elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre daranno agli israeliani l’occasione di scegliere se premiare la linea di Netanyahu o voltare pagina. Speriamo che scelgano una leadership meno estremista e più consapevole dei limiti della forza militare. In tal caso molti degli ostacoli che oggi sembrano insuperabili potrebbero finalmente essere affrontati.
Israele ha dimostrato di sapersi difendere. Ora deve dimostrare di saper trasformare i risultati ottenuti sul campo in risultati politici. Perché le guerre si possono combattere con le armi. Ma, ormai quasi sempre, possono finire soltanto con la politica.

Alberto Heimler

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