Tensione alle stelle tra Usa e Iran, con vari scambi bellicosi via social media. Ma ad agitarsi «sono anche le acque reali» nell’ormai “consueto” Stretto di Hormuz, informa il Corriere della Sera. «Un cargo è stato colpito ieri durante la navigazione e un membro dell’equipaggio è stato ucciso: l’organizzazione della Marina britannica che ha segnalato l’attacco non ha indicato i responsabili. Per la prima volta da un mese a Dubai è stato diffuso l’allarme per “minacce missilistiche”: due lanci dall’Iran, gli Emirati Arabi Uniti sono stati tra i più bersagliati durante il conflitto». È Hormuz «il cuore della crisi», scrive La Stampa. «Trump sostiene che Hormuz sia aperto e che le mine siano state rimosse, mostrando anche una mappa con lo stretto come territorio americano e minacciando azioni, mentre l`Iran, per bocca del capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, afferma che il passaggio resterà chiuso finché Washington non ritirerà il blocco, allenterà le sanzioni e sbloccherà gli asset iraniani congelati di Teheran che, nel frattempo, si sarebbe riarmato». La situazione resta incandescente in tutta la regione. Tramite l’inviato speciale per la Siria, Tom Barrack, gli Usa hanno espresso preoccupazione «per i presunti raid aerei israeliani contro l’aeroporto militare di Abu Duhur, nel nord-ovest del Paese» (Il Giornale),
In Cisgiordania si apre un nuovo caso per la decisione di alcuni soldati israeliani di scrivere dei numeri sul corpo di palestinesi sospettati di terrorismo. «I comandanti parlano di “scelte sbagliate”, “poco buon senso”, nessuna condanna più dura», riporta il Corriere. «Eppure era già successo in aprile, quando le truppe avevano segnato le donne del campo rifugiati di Jenin con i numeri sulle mani, quando era stato permesso loro di rientrare per qualche ora nelle case che avevano dovuto abbandonare perché l’area era stata dichiarata zona militare».
La Stampa intervista Ahmed Fouad Alkhatib, analista palestinese-americano dell’Atlantic Council e autore del libro Hamas and Its Two Million Hostages, il quale propone per Gaza una gestione separata dalla Cisgiordania con un modello federale. «La popolazione desidera fortemente qualcosa di diverso da Hamas, anche se non lo esprimono apertamente e non possono verbalizzarlo sui social media o sui media tradizionali», afferma Alkhatib. Riguardo alla situazione in Cisgiordania, la sua opinione è che l’esercito israeliano «può fermare la violenza dei coloni ma spesso sono scelte politiche a impedirlo». Intanto Hamas, «fomentando il caos in Cisgiordania, fa un regalo all’estrema destra israeliana, offrendo il pretesto per una repressione più dura».
Repubblica si sofferma sull’incontro al Cairo tra l’ex capo della sicurezza di Fatah, Mohammed Dahlan, e il dirigente di Hamas, Khalil al-Hayya, uniti dall’intento di sconfiggere Abu Mazen alle elezioni palestinesi di novembre. «Hamas alle elezioni vuole esserci, ma deve scegliere: reinventarsi solo come partito politico, rinunciando alla lotta armata, o insistere in una guerriglia senza speranza contro l’occupazione della Striscia», si sostiene. «L’Autorità nazionale palestinese, però, ha fissato dei criteri per il voto, il primo è l’adesione alla piattaforma dell’Olp, l’organizzazione per la liberazione della Palestina, che significa riconoscimento di Israele e degli accordi di Oslo, niente più brigate al Qassam, bracci armati, kalashnikov e sermoni».
Per il Foglio, le primarie del Likud si sono concluse «come voleva» Netanyahu. «Bibi è riuscito a portare in cima i suoi, a spingere in basso quelli che ritiene delle minacce, come l’ex sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, che aveva iniziato una guerra interna per accreditarsi come l’altra faccia del partito». Netanyahu «è l’unico che tiene insieme il cuore moderato del partito e gli estremisti, ma per le primarie ha provato a spingere via questi ultimi, fra complottisti e urlatori», anche se non gli è riuscito in pieno, perché «alcuni sono comunque destinati» a essere eletti.
«Siamo una società di calcio, non un’organizzazione politica. Crediamo che lo sport possa unire le persone anziché dividerle ulteriormente». A dirlo al Tempo è Erez Naaman, direttore operativo dell’Hapoel Tel Aviv che domani sfiderà l’Atalanta nei playoff di Conference League. La partita è “minacciata” dall’odio propal, chiosa il quotidiano.
Repubblica propone un reportage all’interno della Columbia University, ascoltando varie voci anche sul tema antisemitismo. «Columbia è liberal, ma non folle», sostiene lo studente israeliano Elad Arad, ricercatore post-dottorato dell’ateneo. «Durante le proteste per Gaza mi sono sentito minacciato, perché la leadership le ha gestite male, però lotta all’antisemitismo e campagna anti-woke di Trump vanno separate: si può contrastare il primo senza usarlo come scusa per la seconda, che minaccia la libertà accademica e vuole indottrinare gli studenti».
Libero parla invece di Cambridge, dove è stato avviato progetto che offre un piano di studio sull’Islam in cui «viene spiegato che Hamas è “una scusa che Israele adotta per attaccare la Striscia di Gaza”». A coordinare l’iniziativa è Farah Ahmed, «ex attivista del gruppo terroristico oggi messo al bando Hizb ut-Tahrir, il Partito della Liberazione fondato nel 1953 e che ha come obiettivo quello di radunare i musulmani sotto un unico califfato mondiale». In un altro articolo, Libero segnala come Reporter Sans Frontières abbia rimosso dall’elenco degli operatori mediatici uccisi a Gaza «due individui identificati in passato come membri di Hamas». Per Libero, «l’immacolata storia della “stampa libera” decimata da Israele diventa ogni giorno più torbida».
Il Foglio recensisce Ovunque sia casa (ed. Giuntina) di Ghila Piattelli. Il romanzo, viene evidenziato, «sceglie una strada poco battuta nella narrativa contemporanea su Israele: rinuncia quasi completamente all’attualità politica per raccontare un paese costruito sulla memoria, sulle relazioni umane e sulle ferite individuali».