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Una visita al museo per non odiare

Una visita al museo per non odiare

Da Berlino a Roma, da Lisbona a Ferrara, dopo il 7 ottobre i musei ebraici d’Europa hanno vissuto «un cambio di paradigma». spiega Mirjam Wenzel, presidente dell’Association of European Jewish Museums (Aejm) e direttrice del Museo ebraico di Francoforte. Quella data ha modificato il modo in cui una parte del pubblico interagisce. «La situazione è diventata più difficile per tutti i musei ebraici, ma per alcuni di più». In Europa occidentale, osserva Wenzel, la pressione è spesso forte perché il dibattito sul Medio Oriente è entrato nelle categorie della politica identitaria. In questo clima i musei ebraici vengono associati più facilmente a Israele, «interpellati o accusati per il conflitto con i palestinesi».
Conferma questa percezione il nuovo sondaggio Aejm, realizzato in collaborazione con il Council of American Jewish Museums. All’indagine hanno risposto 25 direttori di musei europei fra cui il Meis di Ferrara, il Museo ebraico di Roma e quello di Casale Monferrato. Il quadro è inquietante: il 72% dei musei segnala un aumento dell’esposizione negativa sui social, il 60% una crescita dell’odio digitale e un altro 60% la cancellazione di partnership o opportunità. Il 64% ha rafforzato le misure di sicurezza, il 40% ha intensificato le attività educative e culturali, mentre il 44% registra un calo dei visitatori.
Per Wenzel il dato più preoccupante è la persistenza degli incidenti. La speranza era per un cambio di clima con il cessate il fuoco a Gaza. «Non è accaduto. Il 7 ottobre è stato davvero un cambio di paradigma, nel modo in cui i musei ebraici sono percepiti. E con essi anche le comunità ebraiche».
In troppi faticano a distinguere tra storia ebraica europea, comunità locali, Israele e governo israeliano, quando non emerge una vera deriva antisemita. «Il nostro compito è rivolgerci a un pubblico non ebraico e renderlo consapevole della lunga storia ebraica diasporica in Europa. Ma come raggiungere orecchie e menti aperte» quando il pubblico è carico di opinioni e poco disposto all’ascolto? Molte risposte aperte del sondaggio raccontano la stessa tensione: partnership sospese, finanziamenti cancellati, scuole che cancellano le visite, graffiti antisemiti e antisionisti, email d’odio, aggressioni verbali allo staff. Un museo ha dovuto cancellare una mostra perché non esisteva «un ambiente politicamente appropriato» per affrontarne il tema; a un altro una pubblicazione è stata rifiutata «per via di Israele».

Il Museo ebraico del Belgio denuncia il rischio che le istituzioni culturali ebraiche vengano «ingiustamente coinvolte in conflitti politici». Eppure il report non racconta solo chiusura. Oltre alla sicurezza, molti musei hanno rafforzato la formazione, aperto laboratori su social media, fake news e discorsi d’odio, mostrato poster degli ostaggi a Gaza, organizzato visite ebraico-musulmane condotte da due guide. «Non è il momento di restare passivi», riflette Wenzel. «Tocca a noi formare il futuro proprio quando dubitiamo di averne uno».
A Francoforte il quadro ha due facce. «Qui, come negli altri musei ebraici in Germania, non abbiamo avuto un forte calo dei visitatori». Sul piano della sicurezza, però, la situazione è cambiata. «Abbiamo registrato un forte aumento di atti di vandalismo, svastiche sull’edificio e dentro la mostra, odio digitale. L’anno scorso ho presentato 33 denunce penali, un numero altissimo».
Una pressione che ha imposto una riflessione. «Per reggere mentalmente, abbiamo formato chi lavora a contatto con il pubblico e i responsabili della comunicazione». La risposta del museo non è stata solo difensiva: incontri, presentazioni di libri sul 7 ottobre, un’installazione sonora dedicata agli ostaggi a Gaza.
«Abbiamo spiegato che il 7 ottobre è una frattura per noi, che viviamo in una situazione del “dopo”». Per due anni consecutivi, in quella data, il museo ha aperto le porte gratuitamente. «C’è stato un interesse sorprendente. Abbiamo proposto una lezione politica molto partecipata su come la società israeliana sia cambiata negli ultimi anni». Il museo, aggiunge Wenzel, è così diventato un luogo in cui molti entrano in relazione con gli ebrei.
Vale anche per le scuole. «Le visite sono in crescita perché gli insegnanti hanno sentito il bisogno di contrastare l’antisemitismo andando al Museo ebraico. Questo, però, ci mette in una posizione in cui non siamo sempre sicuri di voler essere». Il museo è cercato come antidoto all’antisemitismo anziché luogo per conoscere la cultura ebraica. «Ma gli insegnanti non si sentono attrezzati ad affrontare ciò che vedono nelle loro classi». E difficoltà emergono durante le visite. «A metà tour uno studente scrive “Free Palestine” sul muro dei feedback. Come si reagisce e come si evita che questo diventi il tema principale della visita?». La risposta, spiega Wenzel, non è trasformarsi in giudici. «Gli chiediamo: perché lo scrivi qui? Così deve spiegare, e noi rispondiamo parlando del rapporto che abbiamo con Israele». C’è poco sapere e molta emozione; non serve la repressione ma il confronto. «Vale anche per l’antisemitismo: si tratta di far riflettere, capire da dove arriva, non compilare una lista di cose permesse o vietate».
Il museo ha dovuto mettere a punto «un intero codice di condotta». Un esempio riguarda la parola genocidio, ricorrente nel dibattito su Gaza. «Se qualcuno la usa, chiediamo: perché hai bisogno di questa parola?».
L’obiettivo non è espellere il conflitto dal museo, ma impedire che travolga tutto. «Cerchiamo di incoraggiare la riflessione, tenendo fermi i nostri temi principali». In questa prospettiva Wenzel distingue il ruolo dei musei da quello delle comunità, che in Germania tendono oggi a restare un passo indietro. «Un museo quale spazio sicuro per discorsi scomodi. Quando ci lavori, ti metti alla prova, a contatto, anche con il disagio e lo scontro». Da cui l’investimento Aejm nel formare i professionisti: «Bisogna essere consapevoli delle proprie emozioni e restare padroni di sé in queste situazioni». La stessa idea torna a Francoforte nella mostra Mishpocha. The Art of Collaboration, nata dall’interesse di Wenzel per il gruppo hip-hop Beastie Boys, tre ragazzi ebrei di New York. In quella storia, risuona la solidarietà tra afroamericani ed ebrei degli anni di Martin Luther King e Abraham J. Heschel. Da qui l’idea di mishpocha, famiglia, intesa come comunità scelta e costruita. «Non potrebbe essere un modello anche per oggi?».

Daniel Reichel

(In alto: una scultura di Ariel Schlesinger (2019) nel cortile del Museo ebraico di Francoforte; la direttrice del museo, Mirjam Wenzel)

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