«Se odio gli ebrei, allora dovrei guardarmi allo specchio: lì c’è un ebreo, posso odiarlo quanto voglio». Nelle sue memorie Péter Nádas ricorda così il gesto della madre, che un giorno, dopo averlo sentito usare i pregiudizi antisemiti assorbiti a scuola, gli indicò il proprio riflesso nello specchio. Una scena dell’infanzia destinata a diventare una delle immagini più forti del suo rapporto con l’identità ebraica, sottolinea Sharon Pardo, docente di Letteratura europea all’Università Ben Gurion, in un ricordo pubblicato sul Times of Israel.
Nádas è morto il 26 agosto, a 83 anni, nella sua casa di Gombosszeg, in Ungheria. Era nato a Budapest nel 1942, in una famiglia di ebrei comunisti. I genitori erano sopravvissuti alla persecuzione nazista attraverso la clandestinità e documenti falsi. Dopo la guerra, Péter e il fratello furono battezzati come calvinisti. L’ebraismo non fu dunque al centro della sua educazione e, da adulto, Nádas avrebbe respinto più volte l’idea di essere definito attraverso quell’appartenenza. «Non sono ebreo», dichiarò in un’intervista del 2007, spiegando di opporsi all’antisemitismo e alla Shoah in quanto essere umano, non perché legato a un determinato gruppo.
Eppure quella storia continuò a tornare nelle sue pagine. Pardo racconta di aver letto La fine di una saga familiare – pubblicato in Ungheria nel 1977 e arrivato in ebraico nel 2006, unico libro di Nádas mai tradotto in ebraico – pochi giorni prima della morte dello scrittore. Il romanzo segue un bambino nella Budapest stalinista degli anni Cinquanta, cresciuto con i nonni tra giochi, ricordi e frammenti di conversazioni. Attraverso i racconti del nonno, però, la vicenda familiare si allarga fino a comprendere persecuzioni, religione, memoria e destino degli ebrei europei. «La storia familiare diventa storia ebraica, e la storia ebraica diventa storia europea», scrive Pardo.
Nadàs dedicò alle sue radici molte pagine di Dettagli illuminati, il grande libro autobiografico del 2017. Il bisnonno Mór Mezei fu tra i principali sostenitori dell’emancipazione degli ebrei ungheresi; il fratello minore di quest’ultimo, Ernő, divenne deputato al Parlamento e nel 1903 ebbe uno scambio con Theodor Herzl. Il fondatore del sionismo scrisse a Mezei che avrebbe lasciato volentieri gli ebrei ungheresi all’Ungheria, se avesse creduto che il loro patriottismo li avrebbe protetti dall’antisemitismo. Ma non era così: l’antisemitismo, avvertì Herzl, li avrebbe colpiti con forza terribile. Quattro decenni più tardi, la comunità sarebbe stata devastata dalla Shoah. Ricordando quello scambio in Dettagli illuminati, Nádas scrisse: «E quanto aveva ragione Tivadar Herzl». Ma, aggiunge Pardo, «riconoscere la diagnosi di Herzl non fece di Nádas un sionista. Rimase sospettoso del nazionalismo, sia ungherese sia ebraico, e il fallimento dell’assimilazione non lo convinse che il nazionalismo fosse la risposta completa». Nádas rimase legato a una concezione individuale dell’identità, lontana dalle appartenenze collettive e dalle definizioni imposte dall’esterno. Anche per questo, osserva Pardo, la sua vicenda familiare non può essere separata dalla sua riflessione più ampia sull’Europa, sulla memoria e sul modo in cui il passato continua a entrare nel presente.
Nádas era da anni considerato tra i possibili candidati al Nobel per la Letteratura. Nei suoi romanzi e nelle sue memorie la storia personale si intreccia continuamente con quella del Novecento: la Budapest della sua infanzia, la persecuzione degli ebrei, la vita dei genitori, il comunismo e la Rivoluzione del 1956 diventano altrettanti frammenti di una memoria più ampia. «La sua scrittura procede spesso proprio così, per ricordi, associazioni e sovrapposizioni, lasciando che il passato riaffiori senza seguire necessariamente un ordine lineare», sottolinea Pardo.
È anche questo, prosegue il docente, a rendere la figura di Nádas particolarmente importante: uno scrittore che rifiutava di essere definito come ebreo e che, allo stesso tempo, non smise mai di confrontarsi con una storia familiare profondamente segnata dall’ebraismo e dalla persecuzione. «Scegliamo alcune delle nostre identità. Altre ci vengono imposte. E alcune aspettano silenziosamente nelle storie delle nostre famiglie finché, un giorno, scopriamo che le abbiamo portate con noi per tutto il tempo», conclude Pardo.
CULTURA
Addio a Péter Nádas: l’identità come eredità che non si sceglie